1979: Oggetti Semimisteriosi sull’Europa

Il 1979 fu un anno epocale nella storia del farsi dell’Europa; in quell’anno infatti si affilavano le armi per dar vita al primo Parlamento europeo a elezione diretta. Se le cose, oggi,  si sono messe in un certo modo, a monte ci dev’essere stato un  qualcosa che costituì, per così dire, il germe dell’attuale situazione che vede l’Europa unita sempre meno unita. Intanto, bisogna re-incontrare i protagonisti che si contesero allora gli spazi del “nuovo” Parlamento europeo. E, naturalmente, i protagonisti in assoluto furono i partiti.

Nell’imminenza delle elezioni,  qualcuno si prese  la briga di andare a scandagliare le varie posizioni dei partiti europei  in quel nuovo contesto. Gianni Bonvicini et alii fecero un ottimo lavoro pionieristico, a cui bisogna dare atto di estrema accuratezza. Lo studio si raccomanda ancora oggi perché si focalizza non soltanto sulla “struttura” che si diedero i partiti italiani all’interno del Parlamento europeo, ma anche su temi ancora oggi insoluti e di grande attualità, come, per esempio,  il concetto di allargamento della comunità europea, che, come vedremo, trovò molti ostacoli nonché evidenti cautele; il problema altrettanto interessante e a quanto sembra eterno della disoccupazione giovanile in Europa; e infine il tema della sicurezza internazionale, e dell’entrata dell’Italia nello Sme, il sistema monetario europeo, detto anche Serpente Monetario.

Fino a quel momento, un’ indagine  sulle reali intenzioni dei partiti non soltanto italiani ma europei non era stata ancora fatta, per cui Bonvicini, nell’Introduzione, rilevava che, tutto sommato, i partiti europei  fino a quel momento erano apparsi a molti  osservatori esterni  quasi oggetti semimisteriosi  (1).

Cominciando dunque a sondarne i misteri, intanto è bene ricordare che, all’inizio dell’evento Europa, il Trattato di Roma  non prevedeva la presenza di partiti a Strasburgo, ma si parlò soltanto di “delegazioni nazionali” (2). Sta di fatto che le delegazioni furono rapidamente surclassate dai partiti, che nelle (migliori) intenzioni programmatiche dell’epoca avrebbero dovuto dare alla nuova struttura parlamentare un assetto più saldo rispetto alle  delegazioni.

Poi i partiti “fratelli” si associarono in “unioni”, cosicché i socialisti europei si riunirono nell’ Unione dei partiti socialisti, i liberali si misero insieme nella Federazione dei partiti liberali, mentre  i democratico-cristiani dettero vita al Ppe o Partito popolare europeo. Restò fuori da ogni aggregazione il partito comunista francese, che proprio non  voleva sentir parlare né d’Europa né d’altro. L’ “altro”, invece, era molto importante, perché  le varie unioni, federazioni e  gruppi partitici dovettero anche definire attentamente le proprie prerogative: e cioè,  chi comandava chi all’interno dei vari gruppi. Ossia, chi avrebbe avuto la “forza interna” di dettare gli orientamenti politici ai “confratelli”? Bel problema, che però non trovò, all’epoca, soluzione alcuna:

“Nessuno […] è riuscito a risolvere il problema del potere e delle competenze reciproche” (3).

Saverio Solari iniziava il suo saggio sui partiti italiani e l’integrazione europea asserendo che l’Italia sembrava il paese più europeista, ma subito dopo chiosava:

“Anche se spesso il suo europeismo è stato definito da parte di numerosi osservatori, di facciata”  (4). Comunque sia, andiamo subito in medias res.

I comunisti italiani, all’inizio della vicenda europea con la Cee,  ebbero un atteggiamento consimile a quello dei compagni francesi, bollandola, con il tipico linguaggio allora corrente come “un prodotto della guerra fredda al servizio del capitalismo”, e perciò rifiutandola in blocco. Poi, verso la seconda metà degli anni ’60 (1967 circa) i comunisti italiani cominciarono una lievissima virata di bordo, e pur considerando sempre e comunque la Cee  una “costruzione fallita”, notarono tuttavia che si trattava di una “costruzione nuova” (5),  che, pertanto, andava “lavorata” per farne uno strumento non “verticistico” ma democratico, in grado di coinvolgerla in nome degli  interessi delle “grandi masse popolari” (6) . A partire dal 1970,  il Pc nostrano proseguì in una “virata” sempre meno ostile all’idea d’Europa, e,  a parte Giancarlo Pajetta, che non vedeva di buon occhio le “scelte occidentalistiche” del suo partito (7),  molti comunisti italiani  (Amendola in testa) intravvidero al contrario nell’elezione del primo Parlamento europeo a elezione diretta un’istituzione di notevole importanza strategica. A prescindere da Pajetta, restava però sempre aperto il dissenso con il Partito comunista francese, che, nonostante avesse un po’ limato la propria posizione, era pur sempre avverso sia al “verticismo” europeo sia, come vedremo tra poco, soprattutto al concetto di allargamento della comunità europea. I comunisti italiani e francesi trovarono comunque una soluzione di compromesso, allorché, nel 1978, in un incontro al vertice tra Berlinguer e Marchais a Parigi, fu emanato un comunicato in cui si asseriva che i comunisti italiani e francesi

“sono determinati a fare di questa consultazione un momento importante della lotta per far prevalere orientamenti democratici e progressivi, capaci di dare, nei rispettivi paesi e a livello europeo, una risposta positiva ai grandi problemi posti dalla crisi” (quella degli anni ’70) (8).

Il Pcf, pur aprendo con questo comunicato congiunto una “finestra”  sul nascituro Parlamento ad elezione diretta, de facto, però,  “rimaneva alla finestra”, e non assumeva posizioni  tali da “rassicurare” il Pc italiano, che, a giochi fatti, e nell’assenza  dei comunisti francesi nel Parlamento, si sarebbe trovato in assoluta solitudine nell’Assemblea di Strasburgo. I comunisti francesi erano nettamente contrari all’Europa, e proprio non ci sentivano da quest’orecchio, soprattutto quando si parlava di allargamento comunitario, e cioè di allagare l’Europa ai “candidati” che già allora bussavano alle sue porte: Grecia, Spagna e Portogallo. In primis si trattava di Stati in cui si intravvedevano soltanto “scarse aperture” a sinistra, e, in secundis, si temeva che essi avrebbero creato sicuri problemi agli “interessi economici francesi”, e in particolare all’agricoltura del Midi, alla siderurgia e ai cantieri navali. Inoltre, si temeva da parte francese una possibile limitazione “del potere d’acquisto dei lavoratori” (francesi) (9).

L’ “occhio” francese, come si vede,  era decisamente focalizzato verso il centro (della Francia), e pertanto guardava soltanto di sbieco all’Europa e ai comunisti italiani ad essa favorevoli;  le aperture a quest’ultimo furono sostanzialmente “di facciata”,  proprio per non dar di cozzo al concetto secolare di Internazionale dei lavoratori e  non far la figura di quelli che abbandonano i compagni  al loro destino. Sta di fatto che i comunisti italiani, nel tentativo di rompere l’isolamento, si dettero da fare per contattare attraverso l’Europa tutta forze socialiste con cui attivare eventuali alleanze a Strasburgo. In questo senso, vengono ricordate da Solari  le “missioni” di Giancarlo Pajetta in Inghilterra, a cercar alleati tra i laburisti (10), e le “missioni” i Francia di Segre per trovare l’appoggio dei socialisti francesi: il tutto, come disse Berlinguer, per individuare quella “terza via” che permettesse ai comunisti italiani di lavorare con una certa speranza di successo.

Riguardo all’allargamento della Cee, il Partito comunista italiano si mostrò favorevole all’entrata nella comunità europea di Grecia, Spagna e Portogallo, perché con la loro presenza si sarebbe venuto  “a creare un riequilibrio dell’agricoltura dei paesi mediterranei rispetto a quella dei paesi del Nord Europa”, riducendo nel contempo “l’area del protezionismo [e rendendo] più competitiva l’agricoltura italiana ma anche l’agricoltura europea rispetto, ad esempio, a quella degli Stati Uniti e fare quindi i conti nella maggiore misura possibile col mercato” (11). Di fronte al problema cronico dell’occupazione e della disoccupazione giovanile, il Pc puntava sulla “lotta all’inflazione” e sul “taglio dei rami secchi”, mentre, per quanto riguarda l’entrata dell’Italia nel serpente monetario, il Pc si mostrò contrario:

“L’Italia non è oggi nelle condizioni economiche, sociali e politiche di entrare nell’attuale serpente o in qualcosa che a questo serpente assomigli” (12).

Solari spiega come il Pci temesse “che l’adesione dell’Italia al serpente [potesse] costringerla a una politica non espansiva”. Il Pci rinviava salomonicamente il tutto a data da destinarsi, cioè “alla creazione di un nuovo sistema monetario che favor[isse] gli obiettivi della crescita e che non penalizz[asse] il paese che li persegu[iva] e li raggiung[eva]” (13). Sul tema della Nato e della sicurezza europea, Berlinguer si espresse sulla “necessità di conservare l’alleanza atlantica per la stabilità del sistema mondiale” (14).

Abbandoniamo ora i comunisti e andiamo a vedere come stavano le cose in casa democristiana. L’adesione al Partito popolare europeo dei democristiani italiani fu considerata un dato politico e ideale di non scarsa rilevanza (l’aggettivo popolare sarebbe stato gradito in casa DC), soprattutto perché la Dc si poneva, a detta di Solari,  a “sinistra” del Partito popolare europeo, che, per converso, contava aderenti, soprattutto i democratico-cristiani tedeschi e inglesi, che invece si situavano a “destra” dello schieramento, in quanto puntavano decisamente a formare un gruppo compatto conservatore con fortissime tinte anti-comuniste e anti-socialiste.

In questo senso, Margareth Thatcher, leader indiscussa del Conservative Party,  aveva compiuto un viaggio “esplorativo”  a Roma nel 1977, nel tentativo di “agganciare” i democristiani italiani al polo conservatore. Secondo quanto asserito da Solari,  i democristiani “non risposero alle sollecitazioni” della Thatcher, anche perché fu la stessa leader inglese a riconoscere che, fuori dell’Inghilterra, “il termine conservatore fosse difficilmente accettabile” (15).  Aggiungiamo, dal canto nostro,  che il viaggio d’esplorazione di  Margareth Thatcher non era poi  del tutto campato in aria. Nello stesso anno 1979 uscì, in contemporanea con il libro curato da Bonvicini, un volume altrettanto interessante, curato da A. Parisi, e dal titolo emblematico, Democristiani, in cui si analizzava la componente conservatrice e democratica in casa democristiana. Il risultato dell’indagine metteva in rilievo che

“i democratici sono il gruppo più giovane, prevalentemente composto di impiegati, operai, di media istruzione. Quasi tutti si sono iscritti nel periodo del centro-sinistra, o in anni ancora più recenti (come i conservatori) … I democratici sono numericamente solo di poco inferiori ai conservatori” (16). Da ciò se ne deduce che il viaggio di Margareth Thatcher fu sì infruttuoso, ma non del tutto privo di prospettive che sarebbero potute essere vincenti.

La “vittoria” dei democratici  avrebbe potuto preludere a possibili attriti all’interno del Ppe, ma  la Dc italiana, a cui non mancavano certo doti diplomatiche,  evitò accuratamente lo “scontro” con gli altri componenti democratici cristiani di chiaro orientamento “conservatore”, cercandone invece la collaborazione per la stesura di un programma che fosse sensibile, per esempio, alla soluzione dell’eterno problema della “disoccupazione giovanile” in Italia ed in Europa. Infatti, l’obiettivo congiunto dei componenti il  Ppe fu la “piena occupazione”, da conseguire attraverso “investimenti qualificati”, e l’intervento dello Stato nella “riconversione industriale”.

Essendo a “sinistra” del Ppe, la Dc  non mostrò neppure di avere pregiudiziali assolute rispetto all’ “allargamento” della Comunità europea; ma l’allora ministro dell’Agricoltura Marcora pose dei paletti, e chiese opportune “garanzie”, allo scopo di “non penalizzare più i prodotti dell’agricoltura italiana” (17). Se Marcora diceva “più”, vuol dire che, fino a quel momento, “qualcuno” evidentemente l’aveva penalizzata.

Sul tema dell’adesione al “serpente monetario”,  la Dc ci andò molto cauta, e Andreatta pose come precondizioni “necessarie per la nostra adesione”, la “riforma monetaria europea”, e,  all’interno, la “riforma della scala mobile e degli automatismi”  (18). Sull’adesione alla Nato la Dc aveva una posizione ufficiale “senza incertezze”; si temevano però eventuali richieste degli stati Uniti di aumento del bilancio militare della Nato, cosa ritenuta “non positiva”, “considerati i problemi sociali che l’Italia deve affrontare”. Qualcuno (la corrente che faceva capo ad Amintore Fanfani)  in casa democristiana auspicava uno “sganciamento” rispetto agli Stati Uniti con la creazione di una forza militare tutta europea, perché gli obiettivi dell’Europa erano esclusivamente “difensivi”, mentre quelli statunitensi sarebbero stati “imperialistici, dai quali [era] necessario che l’Europa si dissoci[asse]” (19). Questi dubbi trovano conferma nel recepimento del tema nel programma del Ppe, laddove si affermava che

“l’Unione europea  rimarrà incompleta fino a che  non disporrà, nel quadro dell’Alleanza atlantica, di una comune politica di difesa” (20).

I partiti socialisti italiani all’epoca erano due: il Psdi, che aveva alle spalle una lunga tradizione europeista, e il Psi allora guidato da Bettino Craxi. A parte le tutt’altro che semplici internal communications tra i due partiti socialisti, Craxi pensava ad un eurosocialismo (da contrapporre all’eurocomunismo),   “non burocratico e non autoritario” che prospettasse “un’alternativa alla crisi dello sviluppo capitalistico”. Riguardo al tema sempre scottante dell’ “allargamento” della Cee, il Partito socialista si mostrava molto cauto, chiedendo “periodi transitori adeguati” con un occhio di riguardo per gli “interessi legittimi” dei paesi della Cee. Eventualmente, si sarebbe potuto pensare, ma sui tempi molto  lunghi, a qualche “riadattamento”. Vista l’indeterminatezza dei “tempi transitori”, alcuni osservatori ne dedussero che il termine “riadattamento” poteva benissimo sostituirsi con “mantenimento” (dello status quo). Craxi non  spinse più di tanto sull’acceleratore, sia perché, all’interno, puntava ad acquisire il voto dei “moderati”, sia per non entrare in rotta di collisione con il Partito socialista francese guidato da François  Mitterand, il quale non ne voleva sapere di aumentare “troppo” i poteri di un Parlamento europeo che avrebbe potuto prendere decisioni contrarie agli “interessi francesi” (21).

La Federazione dei partiti liberali d’ Europa inglobava due partiti italiani:  il Partito liberale e il Partito repubblicano italiano. I liberali erano europeisti anche in virtù delle posizioni originarie di Luigi Einaudi, illustre leader del Pli,  il quale “fu tra gli ispiratori della politica dell’unione europea” insieme  con Gaetano Martino, il quale, in qualità di Ministro degli esteri,  “condusse la prima fase dei negoziati per il mercato comune […] e [fu] Presidente del Parlamento europeo” nel periodo 1964-1965.  Anche il Partito repubblicano era europeista; tuttavia Ugo La Malfa,  leader indiscusso del partito , si mostrava piuttosto preoccupato del fatto che il “peso” dell’Italia in Europa  fosse all’epoca “sfortunatamente diminuito”, per cui, a suo parere, occorreva assolutamente “frenare il processo di deterioramento per meglio servire il paese e l’Europa”  (22).  Ugo La Malfa toccò, come si vede, uno dei punti più caldi del “sussistere” dell’Italia in Europa, e che anche attualmente è argomento di accese polemiche.  Su altri temi altrettanto scottanti, come quello già citato dell’allargamento, il Partito repubblicano, pur europeista convinto, si rivolgeva al Parlamento europeo ammonendolo che esso avrebbe dovuto  “realizzare bene la politica di ampliamento della comunità”. Sulla questione dell’allargamento, i liberali, si trova scritto nel Programma della Federazione,

“si compiacciono delle domande d’adesione […] presentate da Grecia, Portogallo e Spagna” (23). Comunque, i liberali erano concordi nel ritenere che tutti i “paesi liberi […] dovrebbero col tempo essere accolti nell’Unione […] a patto che soddisfino le condizioni preliminari dell’adesione”. Anche i repubblicani concordavano sostanzialmente con i liberali, tuttavia Cifarelli, a nome del partito, avvertiva in modo chiaro e netto come bisognasse impostare molto attentamente la questione dell’allargamento, pena la perdita di ogni credibilità del Parlamento europeo. Occorre, disse Cifarelli, una

“politica agricola equa, la quale dia reali garanzie ai produttori delle regioni meridionali, senza le quali le prospettive dell’allargamento sarebbero falsate e la Comunità perderebbe ogni credibilità nei confronti dell’opinione pubblica”.

La destra estrema era costituita dal gruppo facente capo all’ Eurodestra, che comprendeva il Movimento sociale italiano, guidato dal leader carismatico Giorgio Almirante, il partito Forces Nouvelles di Tixier Vignancourt e  Fuerza Nueva, guidato da Blas Pinar. I tre partiti, sottolinea Solari,

“si prefiggono di lottare  contro eurocomunismo ed eurosocialismo, ed il segretario del Msi, Almirante, ha indicato che uno dei compiti prioritari degli eletti del Pe sarà quello di promuovere una comune legislazione contro il terrorismo”  (24).

Solari si limitò a registrare la cosa, senza ulteriori commenti. Tuttavia possiamo aggiungere che la sottolineatura di Giorgio Almirante  trovava al tempo la sua giustificazione nel fatto che verso la fine degli anni ’70  diversi paesi europei si dovettero confrontare con il terrorismo di sinistra: ricordiamo rapidamente il fenomeno delle Brigate Rosse in Italia, la Raf (Frazione dell’armata rossa) in Germania e l’ Action directe in Francia; senza poi mettere in conto altre forme di grosso impatto internazionale, come  l’Ira dell’Irlanda del Nord e l’Eta del separatismo basco in Spagna.

Un’analisi delle posizioni dei partiti stranieri esula da questo articolo, ma già abbiamo visto che i francesi non scherzavano, né tanto meno scherzavano gli inglesi alla vigilia del voto per il Parlamento a elezione diretta. A parte che anche tra i conservatori c’era pur sempre un piccolo numero di quelli che non avrebbero mai voluto la “partecipazione inglese alla Comunità”, nessuno voleva cedere  al Parlamento europeo “prerogative”  che appartenevano soltanto al Parlamento inglese. Insomma, nessuno in Inghilterra voleva che fosse

“istituito  un parlamento che [potesse] privare il nostro parlamento di alcuni diritti nazionali” (25). E anche il fronte contrario all’allargamento era piuttosto robusto, poiché si prospettava la “preoccupazione  per i possibili aggravi di bilancio causati dall’allargamento, in particolare per quanto riguarda l’agricoltura” (26). E, per quanto concerneva la “Difesa” tutta europea,  in Inghilterra si riteneva

“che lo sviluppo di forze armate europee integrate [fosse] politicamente prematuro” (27). In Germania “in generale tutti i principali partiti tedeschi [erano] europeisti” (28). Tuttavia, anche in Germania, riguardo all’allargamento, si pensava che fosse “assolutamente necessario un periodo di transizione”  (29), mentre “la politica di difesa europea dovrebbe essere maggiormente integrata nella Comunità europea, ma in stretta collaborazione con gli Stati Uniti”  (30).

Come si può evincere da questa sia pur rapida ricognizione, il primo Parlamento  europeo a elezione diretta nacque sotto l’insegna dei , ma, forse, vedremo. I freni derivavano dal fatto che tutti i  partiti, italiani e non,  cercarono essenzialmente  di salvaguardare i rispettivi interessi nazionali.  In questo senso, a mio avviso, i partiti nostrani, visti ex post,  non danno l’impressione di chi si lava mani e piedi dei problemi sul tappeto, anche se  i risultati  espressero probabilmente giusto il “peso”, come diceva Ugo La Malfa, dell’Italia nel contesto europeo, dove c’erano paesi molto  più coriacei di quello italiano, e molto poco propensi a cedere sui temi d’interesse nazionale.

La scarsa “coesione interna” costituirebbe pertanto il leitmotiv dell’Unione europea sin dalle origini, e il recente “sganciamento” dell’Inghilterra potrebbe alimentare ipotesi di  subitanei sfaldamenti della tenuta della Comunità, mentre l’unica cosa certa è che la partita è ancora in pieno svolgimento, e che il risultato si vedrà solamente sui tempi molto, molto lunghi;  e non è detto che non ci vogliano anche i supplementari.

 

Note

 

1)      Gianni Bonvicini, “Introduzione”, in I partiti e le elezioni del parlamento europeo. Interessi nazionali ed europei a confronto, a cura di G. Bonvicini e Saverio Solari, Istituto affari internazionali, Roma, Bologna, Il Mulino, 1979, p. 9.

2)      Ivi pp. 9-10.

3)      Ivi, p. 11.

4)      S. Solari, “I partiti italiani e l’integrazione europea”, in I partiti e le elezioni …, cit., p. 19.

5)      Ivi, p. 20.

6)      Ivi, p. 21.

7)      Ivi, p. 21.

8)      Ibidem.

9)      S. Solari, “La Francia e l’integrazione comunitaria”, In I partiti e le elezioni …, cit., pp. 48-49.

10)    S. Solari, I Partiti italiani …, cit., p. 22.

11)    Ivi,  p. 33.

12)    Ivi, p. 39.

13)    Ibidem.

14)    Ivi, p. 41.

15)    Ivi, p. 24.

16)    Piero  Ignazi & Angelo Panebianco, “Laici e conservatori? I valori politici della base democristiana”, in Democristiani, a cura di A. Parisi, Bologna, Il Mulino, 1979, pp. 169-170.

17)    S. Solari, I partiti politici …, cit., p. 34.

18)    Ivi, p. 40.

19)    Ivi, p. 43.

20)    Ibidem.

21)    Ivi, p. 28.

22)    Ivi, pp. 30-31.

23)    Ivi, p. 36.

24)    Ivi, p. 32.

25)    Geoffrey Edwards & Ann-Margaret Walton, “Il dibattito nel Regno Unito sulle elezioni dirette del Parlamento europeo”, in I partiti e le elezioni, cit., p. 64.

26)    Ivi. p. 72.

27)    Ivi, p. 79.

28)    Eva R. Karnofsky, “I partiti tedeschi e la campagna elettorale per il Parlamento europeo”, in I partiti e le elezioni, cit., p. 99.

29)    Ivi, p. 89.

30)    Ivi, p. 96.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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