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Appunti di filologia (e linguistica) romanza

febbraio 9, 2015

filologia romanza

linguistica romanza

 

 

 

 

 

 

La definizione di “Filologia romanza” è semplice solo in apparenza. Appare semplice allorché la si individua come quella branca della filologia che pertiene ai testi scritti nelle lingue derivate dalla trasformazione del cosiddetto “latino volgare”, ovvero alle lingue neolatine, dall’italiano al francese, dallo spagnolo al portoghese al rumeno; più complicate si fanno le cose quando si consideri l’enorme materiale linguistico che il filologo romanzo dovrebbe riuscire a dominare. Anche perché, a ben guardare, sotto il dominio del romanzo sono poi venute a confluire le produzioni letterarie provenienti anche dalla “nuova Romània”, che comprende dal punto di vista geografico anche gran parte dell’America Latina ove appunto si parlano lingue romanze. Di fatto, il filologo romanzo dovrebbe dominare una materia pressoché sterminata, che tra l’altro non relega più i suoi interessi al cosiddetto “Medioevo romanzo”, sul quale si appuntarono le indagini testuali dell’inventore della filologia romanza, il Diez (1794-1876), e dei suoi successori attraverso l’Ottocento e per gran parte del Novecento in Europa e in Italia. Oggi niente vieta al filologo romanzo di occuparsi di testi recenti o contemporanei, senza  certamente tradire lo spirito della disciplina, che si occupa appunto di testi scritti nelle diverse lingue neolatine. Così stando le cose, e poiché la materia sarebbe comunque impraticabile al singolo studioso, si è optato, giustamente, per la specializzazione, per cui si parla, nel vasto territorio della filologia romanza, di filologie per così dire “nazionali”: filologia italiana, francese, spagnola, ecc.; con un corollario estremamente importante costituito dagli  studi filologici sui dialetti.

C’è poi un’ulteriore considerazione da fare. Se si sonda appena un po’ l’area di pertinenza della filologia romanza, si nota una sorta di sproporzione tra gli studi filologici in senso stretto, imperniati intorno alla tradizione dei testi, un tempo luogo privilegiato del filologo romanzo, e gli studi linguistici romanzi di gran lunga più privilegiati, attivi e alla fine più numerosi. Diciamo allora che, attualmente, i confini tra filologia romanza e linguistica romanza quasi non si intravedono più, per cui si ha la netta impressione di una sostanziale identificazione e confluenza della “storica” filologia romanza nella  linguistica romanza.

Ciò premesso, la storia della filologia romanza rimanda inevitabilmente alle radici prime della disciplina, che occupandosi del recupero di testi romanzi medievali, ha fatto dell’edizione critica dei testi uno dei punti fermi del metodo filologico “romanzo”,  per gran parte ripreso dalla filologia classica. Già nella sezione riguardante la filologia italiana ho accennato ai metodi dell’edizione critica dei testi volgari italiani; in questa sede si approfondiscono alcune tematiche riguardo il metodo della tradizione dei testi medievali romanzi. Come osserva B.E. Vidos, guardando alle tecniche proposte dal filologo classico K. Lachmann, F. Diez fondò sia la filologia romanza che la linguistica romanza.

A monte di tutto il lavoro di restauro dei testi antichi come di quelli medievali, di pertinenza degli studi romanzi, stanno l’attività degli amanuensi e soprattutto i loro errori, per cui tutta l’ipotesi iniziale della recensione deve alla fine portare all’emendazione degli errori e alla pubblicazione dell’edizione critica, con tutto il suo apparato, teso a rendere note tutte le operazioni esercitate dal filologo editore per giungere al restauro del testo. La critica del testo punterebbe alla ricreazione del cosiddetto “originale”, ma di fatto raggiunge essenzialmente lo scopo di offrire un modello, diciamo così, attendibile del testo originale, tenuto conto del fatto ampiamente assodato dagli studi che un copista, anche molto bravo, compie almeno un errore per pagina, e che nella generalità dei casi un normale amanuense faceva un errore ogni quindici parole (Avalle). L’errore può derivare da molti fattori: oltre al già accennato “salto da uguale a uguale”, v’erano poi altre trappole, come quella costituita dalle interpolazioni, per cui l’amanuense conglobava nel testo anche le “glosse”, ovvero, detto in breve, faceva confluire nel testo le note; oppure semplicemente sbagliava le parole, le ripeteva, le deformava, e a volte, peggio ancora, le “correggeva” erroneamente, pregiudicando in tal modo il senso del testo. L’errore di copiatura, qualunque ne fosse l’origine, è comunque un dato ineliminabile e consustanziale di un testo manoscritto, che, a ben notare, era già almeno al secondo o terzo grado di copiatura allorché perveniva al copista, dato che o l’autore o chi per lui l’aveva a sua volta già copiato prima di portarlo all’amanuense o allo “scriptorium”. F. Diez, dunque, nella ricerca di un metodo che consentisse la ricostruzione dell’originale, fece un’incursione nel territorio della filologia classica, assumendo anche per gli studi romanzi il metodo del filologo classico Karl Lachmann (1793-1851), che sembrava offrire un notevole grado di attendibilità scientifica, poiché applicava la cosiddetta “legge della maggioranza” ai testimoni.

 

I primi e più fruttosi esperimenti di edizione critica dei testi secondo il metodo di Lachmann si ebbero nella filologia francese (Gaston Paris, J. Bédier), mentre la filologia italiana sperimentò il metodo verso la fine dell’Ottocento, con Giuseppe Vandelli e Michele Barbi. In effetti si notò da parte di vari studiosi, dal Bédier al Quentin, che tale metodo richiedeva  la concomitante presenza di eccessivi requisiti, cosicché l’originale, progenitore di tutta la tradizione medievale, doveva essere stemmaticamente ramificato in almeno tre subarchetipi perché si potesse applicare la legge della maggioranza. Senonché gli stemmi trifidi sono tutto sommato abbastanza rari, e quelli bifidi non consentono l’applicazione della legge della maggioranza. E poi è stato osservato che, dati tre testimoni, A, B e C, se per esempio una lezione è attestata in A e B; e C, più antico dei primi due, presenta una variante, non è detto che in modo “automatico” la lezione di C sia da preferire tassativamente a quella dei primi due, perché, in fondo, potrebbe essersi trattato di un errore dell’amanuense: “recentiores non deteriores”, faceva osservare acutamente Giorgio Pasquali. E’ stato rilevato altresì che la fiducia riposta nella stessa trasmissione stemmatica “solo verticale” è altamente improbabile, perché varie informazioni sui metodi di copiatura degli amanuensi attestano anche il fatto che spesso e volentieri i copisti, quando avevano qualche dubbio su una certa parola da copiare, non è che si preoccupassero di andarsi a vedere l’antigrafo, ossia il testo “base”; al contrario copiavano dal primo codice che capitava loro sotto mano: tale comportamento, è evidente, vanifica qualsiasi attendibilità nella bontà accreditata all’automatismo dello stemma verticale.

Di qui una progressiva sfiducia nel metodo di Lachmann, ritenuto troppo chiuso e meccanico, e la proposta di una recensione “aperta”, basata sul cosiddetto “iudicium” del filologo editore, il quale seguiva altri criteri, come l’ “usus scribendi”, ovvero l’indagine delle peculiarità linguistiche di un autore; la “lectio difficilior”, per cui la lezione “più difficile” diventa anche la più probabile, data la tensione dei copisti a banalizzare; la “congettura” [divinatio] che mette a dura prova la cultura dell’editore, il quale, allorché rinuncia, appone la “crux desperationis”. In realtà, come ha osservato Alfredo  Stussi la filologia testuale non può pretendere di giungere a risultati assolutamente scientifici, perché in fondo altro non è se non “una forma di alto artigianato intellettuale”. Quindi in Italia e fuori i maggiori filologi, da Contini a Pasquali a Barbi, visto che anche il metodo di Lachmann alla fine non offriva risultati assolutamente sicuri, hanno ripiegato su soluzioni certamente valide e solide, ma basate nel complesso su metodi meno rigidi e dettati più che altro dall’acume interpretativo del filologo.

 

 

Linguistica romanza

 

Come già si accennava nell’introduzione, la linguistica romanza occupa un posto di assoluto rilievo nel campo degli interessi filologici romanzi, dando il via a una serie imponente di contributi.

Un posto a sé occupa intanto la linguistica storica, volta a delimitare le origini e i confini geografici della disciplina, individuandoli in via preliminare nella cosiddetta “Romània”, ovvero in quei territori che furono soggetti alla dominazione romana, i cui abitanti acquisirono a poco a poco anche la lingua dei romani, ovvero il latino. E’ ormai patrimonio assodato di conoscenze che le lingue neolatine ebbero la loro origine non nel latino classico, bensì nel cosiddetto latino volgare, ovvero nel latino popolare, così come poteva essere parlato da un qualunque legionario romano incolto. Di tale latino possediamo alcuni esempi tratti da fonti disparate, dall’ “Appendix Probi”, dove ci si preoccupava, per esempio, nell’insegnamento, di sottolineare il fatto che si doveva dire “auricola”, “orecchia”, e non “auricla”, come comunemente si diceva fra gli strati popolari, ai graffiti individuati a Pompei e scritti sui muri da gente del popolo.

 

Lo studio accurato del latino volgare ai diversi livelli grammaticali ha individuato fenomeni linguistici che sarebbero divenuti tipici delle successive lingue neolatine; dall’abbandono, per esempio, del costrutto classico secondo cui soggetto e verbo chiudono il periodo, per la nuova norma che vedeva in posizione iniziale di frase prima il soggetto, seguito dal verbo e quindi dal complemento oggetto. A livello consonantico si osserva nel latino popolare la caduta pressoché regolare delle consonanti finali, per cui la “et” classica diventava sempre “e”; riguardo ai dittonghi, “au” classico si confermava sempre “o” nel latino popolare [aurum-oro]; ma gli esempi potrebbero continuarsi a lungo e ogni grammatica odierna è in grado di soddisfare ampiamente le domande di approfondimento.

Concludiamo questo rapido “excursus” sulla linguistica romanza rilevando che, quando la presenza attiva delle legioni e dei più disparati gruppi sociali romani allentarono i loro rapporti con le popolazioni locali, si assistette alla progressiva elaborazione di lingue nazionali neolatine ognuna delle quali, a seconda della profondità della “romanizzazione”, ebbe una fisionomia propria, anche se tutto sommato “simile” a quella delle lingue “sorelle” nate dal contatto con il latino volgare. Delle “similarità” fra le lingue romanze si occupa la linguistica comparata, e anzi il metodo storico-comparativo ha conseguito risultati definitivi e di notevole interesse. E’un fatto assolutamente evidente, rileva B.E. Vidos (Manuale di linguistica romanza, cit., p.20), che “ il francese “huit”, it. “otto”, sp. “ocho”, rum. “opt” derivano dal latino ‘octo’…”.

 

 

 

Nota bibliografica

 

Per la parte introduttiva agli studi di filologia romanza, si rimanda a quattro testi di sicuro valore.

1)         L. Renzi, “Introduzione alla filologia romanza”, Bologna, Il Mulino, 1978.

2)         B.E. Vidos, “Manuale di linguistica romanza”,Firenze, Olschki, 1975 (terza ristampa), in particolare le pp. 6-8.

3)         Per una panoramica ampia e  dettagliata non solo sull’edizione critica, ma anche per la storia del metodo di Lachmann nella filologia romanza, si vedano A. Stussi, “Nuovo avviamento agli studi di filologia italiana”, Bologna, Il Mulino, 1988, in particolare i “Cenni storici”, pp. 213-225; e Brioschi-Di Girolamo, “Elementi di teoria letteraria”, Milano, Principato, 1988, in particolare il capitolo “Il testo nel tempo”, pp.29-38, che discute il metodo di Lachmann.