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Appunti sul metodo di Lachmann

stemma

Il metodo di Lachmann, che ebbe, almeno agli inizi, una notevole fortuna tra gli editori dei classici, fu in seguito oggetto di severe critiche da parte dei più eminenti filologi, da Bédier a Quentin, da Maas a Hausmann.

Il metodo di Lachmann in effetti richiede, “in primis”, una certa “abbondanza” di codici, e poi la “concomitanza” di troppi requisiti. Secondo il metodo di Lachmann, al vertice sta l’archetipo, ovvero il “progenitore” di tutta la tradizione manoscritta, che di solito è costituito da un esemplare di epoca medievale. Esso, per convenzione, è indicato nello “stemma codicum” con “ω”, il quale deve essere ramificato in almeno tre altri subarchetipi, [identificati con “α”, ᵝ, ed “E”, perché si possa applicare la cosiddetta “legge della maggioranza], dai quali poi si diramano altri codici, secondo lo schema che si può vedere nell’immagine allegata.

La “legge della maggioranza” ha comunque delle implicazioni difficilmente accettabili dal punto di vista logico e “tecnico”. Infatti, se una lezione è attestata in α e ᵝ, ma E presenta una “variante”, anche se E risultasse, alla luce dell’esperienza, un codice più “autorevole” di α e ᵝ , esso, per la legge della maggioranza, dovrebbe essere “automaticamente” eliminato [“eliminatio codicum”].

Il che costituisce una vera e propria aberrazione, perché tutti sanno che E è un codice fededegno. Eliminare un codice di grande autorevolezza “soltanto” perché “in quel particolare passo” presenta una “variante” rispetto ad α e ᵝ, significa semplicemente tirarsi la zappa sui piedi e privarsi di uno strumento prezioso per l’esegesi critica del testo. Giorgio Pasquali l’ha detto chiaramente, sottolineando che “in quel punto particolare”, potrebbe essersi trattato di una semplice svista dell’amanuense. Pertanto, se la “legge della maggioranza” è applicata in maniera “meccanica”, il rischio è quello di privarsi di codici fondamentali.

Questa sorta di “meccanicità” prevista dal metodo di Lachmann non fu giustamente digerita dai filologi più attenti ed intelligenti e, in seguito, il problema fu compreso anche dai “followers” più sfegatati del metodo di Lachmann, che si adattarono anch’essi al concetto di “recensione aperta”, che lasciava ovviamente maggiore spazio al filologo più preparato e più capace di agire sulla “eliminatio codicum” usando la testa e non applicando “meccanicamente” un metodo che, a ben guardare, faceva acqua anche su altri versanti “applicativi”.

Per esempio, fu altresì giustamente sottolineato [Cfr. Paladini-Castiorina, “Storia della letteratura latina”, Vol. II, problemi critici, Patron] che gli stemmi “trifidi”, come nell’esempio, sono piuttosto rari, perché richiedono una grande “disponibilità” di codici, il che non è. Inoltre, se anziché uno stemma trifido, ci si trova di fronte a uno stemma “bifido”, ovvero a due possibilità soltanto, come si fa ad applicare la “legge della maggioranza”? Si deve semplicemente “scegliere”, in base ad altri parametri di giudizio, perché, “meccanicamente”, non si può eliminare un bel niente (1).

Nota

1) Sul metodo di Lachmann, cfr. G. Pasquali, “Storia della tradizione e critica del testo”, Firenze, 1934 [Rist. 1988] e S. Timpanaro, “La genesi del metodo del Lachmann”, Firenze, Le Monnier, 1963. Per Timpanaro, occorre affidarsi a “nuovi ‘criteri oggettivi’ più raffinati di quelli del Lachmann, i quali valgono a ‘dirimere divergenze nel caso di recensione aperta’” [p. 91].

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