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Autobiografia di Giuseppe Zucca: un umorista dimenticato

giugno 1, 2017

Scrittori dimenticati

 

Giuseppe Zucca fu uno scrittore in prosa di eccezionali doti umoristiche; e, in parallelo, un  poeta non disprezzabile, fornito di un forte senso di autoironia che ne fa un nipote tutto sommato degno di Guido Gozzano. In una prosa piana e scorrevole, Zucca infonde in ogni pagina, in ogni riga, un umorismo fine e leggero, carico di forte ironia e disincanto verso se stesso, il mondo e l’Italia, dove  “sarà ancora e sempre lo Stato, quello che paga, in Italia”.

 

Di Giuseppe Zucca sappiamo davvero tutto

 

La cosa potrebbe sorprendere; in fondo Zucca  lo conoscono in pochini. Ma il nostro bravo Zucca, presentendo che un giorno qualcuno si sarebbe interessato alla sua multiforme opera di scrittore e poeta, si prese la briga di lasciare alla posterità alcuni cenni autobiografici, su cui gli studiosi avrebbero potuto lavorare alacremente. Non disse volutamente la sua data di nascita, perché, a parer suo, gli studiosi dovevano ricercare, guadagnandosi così il pane quotidiano. Ma sentiamo cosa  ci racconta Giuseppe Zucca di se stesso:

 

Da qui a due o tremila anni

 

“Quella commissione di senatori e professori d’Università, biografi e storici della letteratura, che da qui a due o tremila anni avrà incarico dal Governo di studiare e sistemare definitivamente in un’opera colossale a spese dello Stato (sarà ancora e sempre lo Stato, quello che paga, in Italia) la mia figura d’uomo e di scrittore nella vita e nell’arte italiana del XX secolo, quei poveretti commissari, dico, mi fanno fin d’ora una sincera compassione.

 

Il monumento — aere perennius — della mia fama imperitura

 

Perché, quanto allo scrittore, sì, ci saranno sempre, moltiplicate all’infinito di secolo in secolo e da millennio a millennio, le edizioni delle mie opere, popolari e di lusso, illustrate e non, con note e senza note; ci sarà, credo bene, la grande edizione nazionale decretata all’unanimità dalle assemblee legislative nel quinto centenario della mia nascita ovvero (non omettendo i più i segni del più focoso rito deprecatorio) della mia morte, a tutte spese dello Stato (sarà, naturalmente, sempre e poi sempre lo Stato, che paga, in Italia) ; e la critica troverà bene in essa quella gigante base di granito sulla quale edificare il monumento — aere perennius — della mia fama imperitura.

 

Mi sento ben disposto verso la posterità

 

Ma, per quanto all’uomo, che diavolo ci avranno da dire, disgraziati biografi? Comunque. Oggi sono di buon umore e mi sento ben disposto verso la posterità. Perciò, quella miseria di elementi che posseggo, li appunto qui, senz’altro, perché quei commissari del lontano avvenire, incaricati ecc. ecc., abbiano almeno qualche filuzzo di tela di ragno, su cui potere un po’ lavorare di fantasia.

 

 

 

Giuseppe Zucca nacque a Messina nel maggio del …, ma visse poi sempre a Roma, abbastanza soddisfatto dell’Urbe, per quanto con grossa nostalgia del suo mare lontano (cfr: ‘Nostalgia nostalgia!’ in Io: liriche, Formiggini, Roma 1919).

 

Fu un bravo bambino

 

Fu un bravo bambino (figlio unico; sempre in casa: solo solo), molto quieto, riflessivo e fantastico. Lo rivedo (è la sua immagine più lontana che vedo), lo rivedo seduto a terra su un tappetuccio (c’era, figurato nel tappetuccio, un cane con una bella faccia allegra, perché teneva in bocca una grossa beccaccia) nel vano d’un balconcino chiuso, solo solo, in quei corti e scuri pomeriggi d’inverno, lavorare, con assorta pazienza, di carta e di forbici. A scuola, sì, piuttosto bravino. Qualche medaglia, e sempre promosso senza esami. Pierino, insomma: il fanciullino esemplare che fa onore a sé stesso, ai suoi genitori, al suo maestro e alla Patria.

 

Le cose della matematica

 

L’unica originalità vera di quel Pierino era un suo modo personalissimo di capire le cose della matematica, di vedere le figure dei numeri e i rapporti delle quantità; originalità che, disgraziatamente, non veniva abbastanza apprezzata dagli insegnanti della materia, i quali si ostinavano nel luogo comune che la matematica non è un’opinione.

 

 

 

Tutte tutte tutte le malattie

 

Giuseppe  Zucca ebbe, in ogni età, tutte tutte tutte le malattie che la scienza considera caratteristiche di quella età, non esclusi, in tutte le età, i più preoccupanti sintomi di belle attitudini alla composizione italiana. Cosicché, a diciotto anni, messosi in letto da Pierino per una grave malattia, dopo lunghissimo tempo e dopo molto patire, si ritrovò in piedi, poeta. E cioè, molto ma molto più malato di prima. Si crede, generalmente, che pierinismo e poesia non possano andare d’accordo. Giuseppe  Zucca, invece, continuò a ritagliare farfalle e farfalloni, non mettendoci, di nuovo, che una illusione: quella che le sue nuove farfalle volassero. Però, in quello stesso tempo e col bell’ardore imbecille dei diciott’anni, si inabissava negli studi più austeri; i quali conducono ad apprendere tutte quelle cose magnifiche e inutili che si fa poi tanta fatica a dimenticare, quando si vuole finalmente toccare la vita con mani sincere e con tanta e tanta ansia nel cuore.

 

Ma, appena dopo i vent’anni, la grama vita dell’ impiegatuccio

 

Ma, appena dopo i vent’anni, la morte del babbo lo tirò fuori dagli studi austeri e lo buttò bruscamente addosso ai problemi concreti dell’esistenza e ad un impieguccio dello Stato pur che fosse: impieghettuccio che ancora nel 1922, e cioè dopo… anni, lo teneva coi molli tentacoli del ‘poco, ma sicuro’. Qui, forse, io penso che i biografi del quattromila potranno, volendo, trovare un non so che, come un nocciolino di dramma. Potranno sfruttare, intendo, l’amaro contrasto fra la grama vita dell’ impiegatuccio e i sogni smisurati dell’ambizioso giovinotto.

 

 

Poeta. Sento all’òmero l’ali atte ai voli immortali

 

Documento di ciò (dopo i primi cinquanta sonetti de La lucerna, pubblicati davvero senza fretta, la sua Musa, per ben sei anni, non era più entrata in tipografia), documento di ciò, dico, i biografi troveranno in  La mia vita  (Io: liriche, Formiggini, Roma, 1919), dove si potrà leggere, avendo coraggio, queste precise parole:

Strascicare su su le zampe

per faticose rampe,

mentre sento all’òmero l’ali

atte ai voli immortali;

essere servo dei servi

avendo un cuore di re !

Questa è la mia vita?

 

La grande cifra tragica della mia vita

 

Venuta a mancare cosi la sostanza di quell’unico contrasto; venuto meno ogni veemente spirito di ribellione e d’avventura; mancando, in modo assoluto, ogni traccia di passione politica di ambizione politica, io vedo finalmente la sottocommissione incaricata di ricostruire e documentare la mia vita del cuore, buttarsi nei suoi lavori a capofitto, nella ingenua speranza di scoprire lei, finalmente, la vera cifra, la grande cifra tragica della mia vita.

 

Disillusione! Dovranno riconoscere, quegli onorevoli sottocommissari, che, se è vero che il nostro Autore ha fatto all’amore, è ancora più vero che l’ha fatto cosi come tutti, esattamente come tutti, senza mai un proposito suicida o omicida, senza mai pensare, neanche un momento, a ritirarsi in un convento alle falde del Sinai o ad arrotarsi nella legione straniera. Intanto le altre sottocommissioni stabiliranno, senza difficoltà, che in età ancora giovanile Giuseppe Zucca attaccò baldanzosamente il teatro, con successo assai felice da prima (Alto Isonzo: Roma, Teatro Quirino, 1915, poi con esito che, per un riguardo alla molta suscettibilità del nostro Autore dirò ‘incerto’ (Anima nuova: Roma, Teatro Argentina, 1916; Ouzait, sogno drammatico; Venezia, Teatro Goldoni, 1917) ma che, in realtà, allo storico obiettivo non potrà lasciare nemmeno l’ombra dell’incertezza.

 

Avendo preso parte alla guerra mondiale del 1914-18, troveranno

 

Troveranno che, avendo preso parte alla guerra mondiale del 1914-18, senza neppure una medaglia al valore (questa originalità sarà aggiunta a quella già dimostrata dal nostro Autore nelle discipline matematiche), mise insieme un volume di disadorne liriche guerriere (Italia chiamò: Bemporad, 1919) e un taccuino piuttosto buffo e veritiero di appunti di vita al fronte (La piega nei calzoni: Formiggini, 1920) ampliato poi in un libro più organico e completo della guerra meno eroica e più buonadiavola: Granate e grane: tiri a gas esilaranti (Il Solco, Città di Castello, 1922).

 

Troveranno che avendo spicciolati, per giornali e riviste, scritti di vario genere e di diverso argomento, li raccolse poi, naturalmente, in volume, facendoli precedere da una prefazione con gran spreco di piatti e grancassa (Una tovaglia per 24: Vallecchi, Firenze, 1920); e che mise insieme, fino al 1922, tre volumi di novelle bizzarre ( Il Bollettino della bellezza: Treves, Milano, 1920;  Il Morbo della virtù: Bemporad, Firenze. 1922; Acqua per dimenticare: Mondadori, Milano, 1922) senza mai (terza ed ultima originalità), senza mai bisticciarsi seriamente coi suoi editori.

 

Troveranno che questo ironico sentimentale, che si compiaceva così spesso di guardarsi allo specchio, forse per sentirsi raddoppiate, dentro, le sue malinconie e certo pel gusto di prendersi da sé pel bavero, non con due, ma con quattro mani, avrà fatto uno dei più generosi sforzi della sua arte in un romanzo di grande satira sociale : Tuttopélo, a cui lavorava intensissimamente fin dall’estate 1922; e uno dei maggiori sforzi di sincerità psicologica in quel Confidenzialmente: libretto di confessioni senza pudore (Vallecchi, Firenze) apparso in fine del 1922, in cui la sincerità era tanta e così spalancata, che né i contemporanei, né i posteri, né la stessa commissione interparlamentare si lasciarono prendere alla trappola.

 

 

Ma che pretendano sempre e poi sempre di papparsi i quattrini senza far niente, le commissioni, in Italia?

 

E poi?

 

Poi, niente. Assolutamente niente, disgraziata d’una commissione! Non le resterà che lavorare di fantasia. E lavori di fantasia, dunque! Non essendo reclutata fra i letterati, ma fra gli storici e i critici, speriamo bene che almeno un po’, di fantasia, la commissione ne abbia! Ah, ma mi accorgo che ho omesso di accennare all’anno della mia nascita … Ci pensino i signori commissari, càspita! Come cercheranno l’anno della morte, cosi avranno la pazienza di ricercare anche Fanno della nascita; perché, per quanto di buon umore, non ho voglia, oggi, di indicarlo più preciso di cosi: ‘scorcio’ (dico bene?) scorcio del secolo XIX . E basta. Ma che pretendano sempre e poi sempre di papparsi i quattrini senza far niente, le commissioni, in Italia?”.

 

 

Fonte

 

Giuseppe Zucca, “Stravaganza autobiografica”, in Il morbo della virtù, Firenze R. Bemporad & Figlio Editori, 1922, pp. 7-17.

 

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