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Baudelaire tra ubriacature e imbecillità

dicembre 30, 2016

Letteratura

baudelaire

 

Molti (quasi tutti) si chiedono oggi “perché” la gente s’ubriachi. Diciamo che sono soprattutto i giovani che, da qualche generazione in qua, trovano che ubriacarsi e bere fino a scoppiare sia molto divertente. Se dovessimo andare alla radice del fenomeno in questione non ci basterebbero dieci anni, o forse più: e forse, dopo aver compulsato dotti volumi di sociologia e di psicologia, ci troveremmo punto e  a capo. Vale a dire, non saremmo potuti arrivare fino in fondo alle radici dell’ubriachezza imperversante nella nostra società.

 

Però, invece di dedicarci anima e corpo alla sociologia e alla psicologia,   forse dovremmo rivolgerci a qualche lontano poeta che di ubriachezza se ne intendeva parecchio, e che, sempre forse, potrebbe essere considerato un po’ il “padrino” delle imperversanti ubriacature di oggi: Charles Baudelaire.

 

Nell’articolo “Ubriacatevi!” dello “Spleen de Paris” infatti Baudelaire aveva scritto:

 

“ Bisogna essere sempre ubriachi. Tutto qua: il problema è soltanto questo. Per non sentire il peso terribile dei Tempi che pesa sulle vostre spalle fino a farvi chinare per terra bisogna bere senza un attimo di tregua.

 

Ma di cosa ubriacarsi? Di vino, di poesia o di virtù: scegliete voi! Ma ubriacatevi! E se a volte vi capita di svegliarvi sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fossato o nella solitudine triste ed opprimente di camera vostra, quando l’ubriachezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle onde, alle stelle, agli uccelli,  all’ orologio o a tutto ciò che fugge, geme,  scorre,  canta o parla che ora è. E allora il vento, le onde, le stelle, gli uccelli e l’orologio vi diranno solennemente che “è l’ora di ubriacarsi”. Per non essere  schiavi dei Tempi, ubriacatevi senza sosta! Di vino, di poesia o di virtù, a vostro piacere” (Traduz. mia).

 

Per i francesisti, ecco il testo originale:

 

« Il faut être toujours ivre. Tout est là : c’est l’unique question. Pour ne pas sentir l’horrible fardeau du Temps qui brise vos épaules et vous penche verse la terre, il faut vous enivrer sans trêve. »

 

« Mais de quoi ? De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise. Mais enivrez-vous. »

 

« Et si quelquefois sur les marches d’un palais, sur l’herbe verte d’un fossé, dans la solitude morne de votre chambre, vous vous réveillez, l’ivresse déjà diminuée ou disparue, demandez au vent, à la vague, à l’étoile. A l’oiseau. A l’horloge, a tout ce qui fuit, à tout ce qui gémit, à tout ce qui roule, à tout ce qui chante, à tout ce qui parle, demandez quelle heure il est ; et le vent, la vague, l’étoile, l’oiseau, l’horloge, vous répondront : « Il est l’heure de s’enivrer! Pour n’être pas les esclaves  du Temps, enivrez-vous sans cesse ! De vin, de poésie ou de vertu,  à votre guise. »

 

Vien quasi da pensare che  Baudelaire sia stato un po’ l’ Arbiter Elegantiarum,  il Maestro Mescitore, il Petronius Arbiter di quanti oggi s’ubriacano “sans cesse” per non sentire (forse) il peso dei Tempi. Ciò vale, ovviamente, per quelli che hanno scelto il vino per ubriacarsi. Per gli altri (quelli che si ubriacano di poesia e di virtù) forse la cosa sembrerebbe meno pericolosa, almeno per il fegato; anche se, a pensarci bene, anche i secondi sono campi dove c’è parecchio di cui rodersi il fegato.

 

Commentando il testo di Baudelaire, George Saintsbury scriveva:

 

“With illustrations of the intoxication of virtue, our poet,  I must confess, has not greatly troubled himself; perhaps he felt no call to such a work, perhaps he regarded it, not altogether without reason, as an unnecessary branch of archaeology, but I must again repeat that if he has illustrated virtue as virtue but little, he has still less illustrated vice as vice.”

 

“Con le sue osservazioni sull’intossicazione da virtù, il nostro poeta, devo confessarlo, non sembra poi molto turbato; forse non sentiva alcuna attrazione per una materia di tal fatta, e forse la considerava, non del tutto senza ragione, come una branca ormai sorpassata dell’archeologia; ma ancora una volta devo ribadire che se egli ha illustrato la  virtù come virtù (ma poco, a dire il vero), egli ha ancor meno illustrato il vizio come vizio” (Traduz. mia).

 

Il che mi pare un commento più che comprensibile dal punto di vista di un inglese “benpensante” del XIX secolo, anche se ho la vaga impressione che George Saintsbury abbia interpretato un po’ a suo modo ciò che Baudelaire intendeva dire. Il fatto è che Baudelaire ce l’aveva su un po’ con tutto il “sistema di valori” della società del suo tempo, che per molti aspetti egli riteneva sintomo di profonda ed incurabile “imbecillità”. Il che si mostra in modo evidente da un episodio capitatogli in una  Parigi festante verso la fine dell’anno, piena di carrozze e di gente che andava e veniva.  Il poeta vide un tizio che augurava il buon anno ad un asino che se la trotterellava lungo le vie rumorose  di una Parigi piena di “bonbons”,  che Baudelaire vedeva come “impazzita” e in preda a un “délire officiel” che avrebbe rammollito il cervello anche ai più forti:

 

“Pour moi, disse Baudelaire, je fus pris subitement d’une incommensurable rage contre ce magnifique imbécile, qui me parut concentrer  en lui tout l’esprit de la France ». (Charles Baudelaire, Un Plaisant). (Quanto a me, fui preso da una subitanea ed incommensurabile rabbia nei confronti di questo magnifico esemplare d’imbecille, che mi parve concentrare in se stesso tutto lo spirito della Francia).

 

Baudelaire evidentemente esagerava. Nel senso che non è poi così vero che l’imbecillità sia prerogativa “soltanto” dell’ “l’esprit de la France”. In quello stesso anno in cui egli concepiva il suo progetto dei Petits Poèmes en prose, nel 1857  (Zimmermann, p. IX ),  Giovanni Rajberti, scrivendo su Parigi, sull’Italia e sul “mondo” in un libro dal titolo che è tutto un programma, “Il viaggio di un ignorante” (1857),  osservava:

 

“Siccome gli imbecilli non commettono che bestialità, il meglio che possono fare è il niente: oh sì! il cielo ci preservi dalla loro operosità funesta, perché dove gl’imbecilli agiscono, e peggio dove comandano, tutto va a rovescio e in rovina” (Giovanni Rajberti, Il viaggio di un ignorante).

 

Sic transit

 

Fonti:

 

 

Charles Baudelaire, “Enivrez-vous” in  Le spleen de Paris, Paris, Chez Emile-Paul frères, 1917,  p. 122.

 

Charles Baudelaire, « Un Plaisant », in Petits poèmes en prose, Edited with introduction and notes by Melvin Zimmermann, Manchester, Manchester University Press, 1968,  p. 3.

 

Giovanni Rajberti, Il viaggio di un ignorante, Milano, presso Giuseppe Bernardoni di Gio., 1857,  p. 105.

 

George Saintsbury, “Charles Baudelaire”. Enivrez-vous , in The Fortnightly Review, Edited by John Morley, London, 1875, Vol. XVIII, New Series,  p. 503.

 

 

 

 

 

 

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