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Carìbo tra fischi e balli

maggio 11, 2015

filologia romanza

balli popolari

Credo che poche forme metriche, forse con l’eccezione del sonetto, abbiano avuto tanta attenzione da parte degli studiosi quanto la “Canzone a ballo”, così detta perché si accompagnava alla danza. Si trattava di una forma metrica di origine popolare che poi fu adottata dai poeti toscani fino a Dante e Petrarca, che ne diede qualche esempio di notevole fattura. Le stanze, nell’esempio petrarchesco che propongo sotto, sono costituite da una “Ripresa”, due “mutazioni” e una “Volta”. La “Ripresa” era detta “Grande” se era costituita di quattro versi. Se era di tre versi era detta “Mezzana”, se di due era chiamata “Minore”. A volte la “ripresa” poteva essere anche di un solo verso, nel qual caso era detta “Piccola”.

Ripresa

Lassare il velo o per sole o per ombra,
donna, non vi vid’io:
poi che in me conosceste il gran desio
ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra.
Prima Mutazione

Mentr’io portava i be’ pensier’ celati,
ch’ànno la mente desïando morta,
vidivi di pietate ornare il volto;

Seconda Mutazione

ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,
fuor i biondi capelli allor velati,
et l’amoroso sguardo in sé raccolto.

Volta

Quel ch’i’ piú desïava in voi m’è tolto:
sí mi governa il velo
che per mia morte, et al caldo et al gelo,
de’ be’ vostri occhi il dolce lume adombra [Francesco Petrarca, “Rime e Trionfi”, a cura di R. Ramat, Rizzoli, 1957, p. 53].

La peculiarità storiografica di questa forma metrica sta nella sua relazione con un termine di Dante che ha fatto lavorare parecchio la critica: “Carìbo”. Ora, il termine “Carìbo” ci è stato appunto tramandato da Dante, e prima di lui da Giacomino Pugliese, poeta della Scuola Siciliana. Ma si ebbero idee piuttosto vaghe sul suo “reale” significato.

Questa “crux” dantesca diede il via ad una sequenza piuttosto nutrita di interpretazioni, e, alla fine, L. Spitzer risolse la questione che ormai sembrava avviata verso soluzioni improponibili. Tra l’altro, per tradizione, gli editori moderni di Dante avevano sciolto “Carìbo” con “Canzone a ballo”, ma senza portare sufficienti pezze d’appoggio. Senonché L. Spitzer, con un lavoro certosino “a ritroso”, riuscì a combinare i pezzi, dando una soluzione che a suo tempo fu generalmente condivisa, e che ancora oggi gode di notevole stima e rinomanza tra gli studiosi di “Carìbo” e di Dante.
La materia del contendere è in “Purgatorio”, XXXI, vv. 127-132.

Mentre che piena di stupore e lieta,
L’anima mia, gustava di quel cibo
Che saziando di sé di sé asseta
Sé dimostrando del più alto trìbo
Negli atti, l’altre tre si fero avanti
Danzando al loro angelico caribo.

Spitzer, rifacendo un po’ la storia della critica di “carìbo”, sottolineò che “ la voce ‘carìbo’ nel ‘Purg.” XXXI, 132 ( [le tre virtù teologali] ‘danzando al loro angelico caribo’, in rima con ‘cibo’ e tribo’) è stata interpretata dallo Scartazzini-Vandelli come ‘canzone a ballo’ ( e ricondotta a ‘charivarium’, francese ‘charivari’), poi dall’Ascoli come ‘musica o danza zampognara’: egli dava l’etimo arabo ‘qâṣib’, ‘fistula canens’ ( Arch. Glott. It., XIX, 349), che invece era respinto dal REW, n. 4680 per ragioni fonetiche. Come già avvertiva il Meyer-Lubke, ‘caribo’ deve essere un’importazione dal provenzale ‘garip’, che si trova attestato nelle ‘Leys d’amors’ ( Appel, Prov. Chrest., n. 174, 173), enumerato tra i ‘bal’ e la ‘estampida’, ambedue ‘canzoni a ballo’ […] ‘esturmens ses verba’ (strumenti senza parola). Si tratta dunque di una composizione musicale speciale, senza parole. Il ‘caribo’ dantesco è preceduto in italiano dal ‘caribo’ di un passo del ‘discordo’ di Giacomino Pugliese” (1)

Il “discordo” cui accennava Spitzer , è una forma metrica coincidente, come vedremo, con “caribo” o “caribetto”. Proseguendo nella sua “ricerca a ritroso” delle possibili origini di “caribo” e dei suoi significati, Spitzer affermò di essersi imbattuto in un articolo di J.M. Solà i Solè sulla lingua catalana, e in particolare “sopra la parola catalana, ovviamente identica alla provenzale, ‘[es]garip’, con il significato di ‘fischio’, ‘grido stridente degli uccelli notturni’”. Spitzer prosegue poi dicendo che “l’autore la riconduce all’arabo ‘garib’, tradotto da diversi arabisti come ‘parola barbara’, ‘cosa straordinaria’, strana, espressione rara ed insolita, difficile da capire”.

“Si potrebbe ricordare, prosegue Spitzer, che nel medioevo la lingua degli uccelli in generale era concepita come un gergo inintelligibile […] E perché, sostiene Spitzer, una composizione musicale straordinaria e strana, magari disarmonica non sarebbe stata chiamata ‘garib’?” Spitzer conclude con la “successione dei sensi di ‘garib-caribo’, che sarebbe dunque la seguente:

arabo ‘garib’=gergo (discorso inintelligibile);

catalano ‘garip’= fischio, grido stridente;

provenzale ‘garib’= componimento musicale senza parole, disarmonico, usato per danze, ‘discordo’;

italiano ‘caribo”, da cui deriva ‘discordo’ (G. Pugliese); ‘ballo o canzone a ballo’ [Dante]”

“Carìbo” sarebbe quindi stata una “melodia” popolare tutto sommato “disarmonica”, il cui significato primigenio si ritroverebbe nell’arabo e nel catalano, per poi essere accolto nel provenzale nel senso di “musica disarmonica”, e in liriche “discordanti anche nelle loro tonalità”, dando infine in italiano una forma metrica detta “carìbo” e “discordo”, finendo per assumere in Dante il senso di “ballo” e “canzone a ballo”.

Nota

1) L. Spitzer, “Parole di Dante: ‘Carìbo’”, in “Lingua Nostra”, 1954, pp. 65-66.

 

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