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Carlo Dossi & Carlo Cattaneo: lezioni di lingua italiana

novembre 30, 2016

Letteratura

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Quando Caro Alberto Pisani Dossi parlava di Carlo Cattaneo usava un’espressione di costante deferenza: “il grande Carlo Cattaneo”. Per Pisani Dossi Carlo Cattaneo era un “grande” non soltanto negli studi storici, ma anche nella lingua, e, quasi a onore del “grande Carlo Cattaneo”, Pisani Dossi ci ha trasmesso tra virgolette un lungo passo del suddetto “grande”, tutto imperniato sulla necessità di accentare le parole non piane. L’impegno di Carlo Pisani Dossi in questa pagina era decisamente “didattico”, volto essenzialmente a far “leggere bene” chi “legge male”:

 

“Come il lettore non disattento avrà scorto, nella Interpunzione del presente libro venne introdotta una tenue novità. Senza pretèndere che coi segni ortogràfici si possa far lèggere bene chi legge male, certi anzi che l’òttimo leggitore, mercè l’inflessione della voce e le pose opportune, interpreterà sempre con esattezza il pensiero dello scrittore, quandanche le pàgine di costùi mancassero, come una epigrafe lapidaria od una lèttera d’ignorante di qualsìasi interpunzione, abbiamo creduto non affatto superfluo di aggiùngere ai quattro consueti tempi grammaticali di aspetto — punto (.), due-punti (:), punto e vìrgola (;) e virgola (,) — un quinto che sarebbe chiamato due-vìrgole e si scriverebbe analogamente (;).  Con tal nuova pàusa si verrebbe a indicare un distacco tra l’una e l’altra proposizione, minore di quello della vìrgola accoppiata al punto, maggiore della sémplice vìrgola, e ciò servirebbe principalmente per allacciare, senza fonderle, le frasi incidentali sia verso l’antecedente, sia verso la susseguente […] Per ciò poi che riguarda I’accentazione, non sapremmo come meglio giustificarci che riportando il seguente brano delle osservazioni del grande Carlo Cattaneo sulla ortografìa. (Alcuni scritti, Vol. I, pag. 221, Milano, Borroni & Scotti, 1846).

 

 

“E quindi, ad imitazione dei valentuòmini del cinquecento che introdussero fra noi l’uso d’accentare tutte le voci tronche, e ad imitazione degli spagnoli che accentano tutte le voci sdrùcciole, abbiamo tentato introdurre la semplice regola d’accentare tutte le voci che non siano piane. Pertanto collo spàrgere pochi accenti, una ventina o una trentina per pàgina, ogni parola viene a manifestare la sua pronuncia. Poiché, dove l’accento non è segnato, s’intende che cada sulla penùltima sìllaba; e su tutte le altre voci tronche, o sdrùcciole o bisdrùcciole vien sempre indicato. Ed un gentiluomo di Lituania che aveva lette le Notizie naturali e civili su la Lombardia per tal modo accentate, ce ne fece ringraziare assai, dicendo che senza scorta d’accenti egli era certo d’errare, e temeva d’esser deriso. Ma perché non pòrgere la mano ospitale a codesti gentili stranieri che amano la nostra lingua? È dunque sì grande la spesa degli accenti, o sì grande la fatica di segnarli?

 

“Abbiam detto fàcile agli stranieri, ma ben potremmo dire fàcile e sicura ai nazionali, che nessuna pràtica e nessuna dottrina può far certi di non cader qualche volta in ridèvoli errori […] ‘ La parte di gran lunga maggiore delle nostre parole è piana. Per non prodigare gli accenti, poniamo dunque per prima règola che una parola non accentata si presume piana. Accentiamo le sdrùcciole, come da tre sècoli abbiamo preso ad accentare le tronche. Queste tre règole si rappresentano facilmente nelle tre voci sèguito, seguìto e seguitò. — Per le parole bisdrucciole e trisdrucciole che sono assai disadatte e rare, valga la stessa règola delle sdrùcciole: accentarle perché poco numerose’ ”.

 

Giansiro Ferrata, in un bell’articolo su Carlo Cattaneo apparso sul Politecnico del 1946, asseriva che le opere di Cattaneo erano “sorrette da una prosa che veniva raggiungendo di volo tutta la sua forza. I giovani studiosi milanesi ne sentirono l’influenza”. Carlo Pisani Dossi fu uno di loro.

 

Ma, se tanta sensibilità di lingua poteva allignare in un Pisani Dossi e in qualche altro “giovane studioso” tra Otto e Novecento (Carlo Alberto Pisani Dossi nasceva nel 1849 e moriva nel 1910), dubito fortissimamente che la sua  “nota grammaticale” possa oggi far breccia tra i più, anche (e soprattutto) perché oggidì a malapena si accentano le parole tronche, per cui, in fatto di lingua, ci sono più “scapigliati” oggi di quanti ve ne fossero ai tempi d’oro della Scapigliatura. Satireggiando e latineggiando Dossi si beava di scrivere  aqua al posto di acqua (“parèa il mar rutilante, non aqua”). G. Contini annotava che Carlo Dossi scriveva “addirittura aqua, non però a scopo di classicismo prezioso, come nel Carducci e poi nel D’Annunzio, ma piuttosto a fini di eccentricità caricaturale, spesso comica” (G. Contini).

 

 

Oggi, e non proprio per “eccentricità caricaturale”, ma con esiti sicuramente comici,  si scrive aqua perché non si sa che si scrive acqua; così come, spesso e (molto) volentieri,  il però, citato da Contini,  diventa in mani “scapigliate” un magnifico pero:  nobile albero, che però col però ha poco da spartire.

 

Ma, mi si potrebbe dire,  la Scapigliatura non era in fondo “una forma di violenza linguistica?” (G. Contini). Sì, vabbè, però andiamoci piano, ragazzi!

 

Fonti:

G. Contini, Letteratura dell’Italia unita 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968 pp. 205-206

G. Contini, “Introduzione ai Narratori della Scapigliatura piemontese”, in La Letteratura italiana Otto-Novecento, Firenze, Sansoni, 1974, p. 85 sgg.

C. Dossi, “Nota grammaticale”, in La colonia felice, in Opere di Carlo Dossi, Milano, Fratelli Treves, 1910, pp. 130 sgg.

G. Ferrata, “Carlo Cattaneo” in Il Politecnico. Rivista di cultura contemporanea, n. 23, 2 marzo 1946.

 

 

 

 

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