Come l’impero Romano diventò Impero Cristiano (d’Occidente)

Le tesi che avemmo a discutere nell’articolo riguardante il feticcio del 476 d.C. rinviano quasi automaticamente a un altro problema storiografico ancor oggi vistosamente dibattuto: ovvero il “peso” che ebbe  il cristianesimo nella definitiva débâcle dell’impero romano d’Occidente. Premesso che si tratta di materia molto delicata, e da prendere con le pinze se non altro per la vastità degli studi sull’argomento, possiamo però dire a cuor leggero che, anche in tale settore di ricerca, rileviamo una divisione netta tra chi ritiene il cristianesimo la causa causarum della fine dell’impero romano d’Occidente e quanti invece negano che ciò possa avere consistenza di verità.

Tra i sostenitori della prima ipotesi, troviamo, in prima fila, per vetustà d’anni e tradizione ricchissima di followers,  il Gibbon, per il quale il cristianesimo “fu un fattore potente di distruzione dei valori umani dell’età classica” (1); seguito da Francesco De Martino,  per il quale la “diffusione del cristianesimo ha minato in profondità le basi religiose e morali della società e dello stato antichi”  (2); per finire ad Arnaldo Momigliano, che offre spunti di riflessione importanti che si legano molto bene a quanto andavamo dicendo a proposito dei fautori del feticcio del 476 d.C.

Arnaldo Momigliano sottolineava, tra le molte ragioni, anche quella dell’importazione di pratiche ascetiche dall’Oriente bizantino, che avrebbero avviato i cristiani verso una sostanziale indifferenza per il mondano e la politica, con il conseguente ritiro nel privato “meditativo” (3). A dire il vero, la cosa può  essere tenuta in debita considerazione (e molti l’hanno fatto), però l’impressione è che l’ascetismo, se consideriamo  la sua influenza su larga scala, non pare essere stato una forza di trascinamento di massa; sembrerebbe piuttosto un fatto elitario, che comunque coinvolse una nicchia ristretta.

Chi invece agiva nel concreto per una fattiva mutatio delle cose del mondo mi sembrano le altre due forze poste in vista da Arnaldo Momigliano: ovvero, il fatto che la Chiesa si fosse posta in aperta “concorrenza” con lo Stato romano; e, di notevole rilevanza, l’altro fatto secondo cui la Chiesa riuscì ad attrarre a sé i ceti più potenti economicamente ed intellettualmente, “sottraendo” in tale maniera allo Stato laico d’origine antico-romana le forze propulsive che ebbero una sicura incidenza nella conduzione politica dell’Italia barbarizzata del tempo.

Gli ultimi due aspetti sono stati discussi, sia pur cursoriamente, nell’articolo già citato sul feticcio del 476 d.C.. Qui potremmo aggiungere qualche altra considerazione. Non parrebbe neppure, almeno a prima vista,  tanto avventurosa  l’ipotesi di quanti videro nel cristianesimo un elemento destrutturante della società antica allorquando mise in crisi l’istituto della schiavitù. Ma la questione è  controversa. Per esempio, William Linn Westermann, nel capitolo Upon Slavery and Christianity, scriveva:

“Quanto a San Paolo e  alla schiavitù dei cristiani, egli mostrava di accettarla  come un puro  fatto fisico, ma spiritualizzandone l’accettazione in maniera tale che essa era diventata quasi, se non completamente, priva d’ogni significato per quanti erano impregnati  della fervente convinzione  che Gesù di Nazaret fosse il  Salvatore dell’ umanità […] Ci sono scarse  prove di un antagonismo fattivo al sistema” (Traduz. mia. Testo originale in nota) (4).

Il ragionamento di Westermann parrebbe non fare una grinza, specie laddove egli osservava la scarsa “resistenza” del cristianesimo rispetto al “sistema”; però De Martino sottolineava come il cristianesimo fosse altrettanto “impregnato dello spirito di protesta e di rivolta delle nazioni subordinate e soggiogate, espressione almeno nelle sue origini delle masse degli umili e degli schiavi, non poteva che essere un fattore potente di distruzione dei valori umani dell’età classica” (5).

Pertanto, anche se è storicamente inconfutabile che il cristianesimo primitivo non attaccasse fattivamente il sistema, bisognerebbe tenere nel debito conto anche del messaggio di liberazione che esso veicolava tra le masse, e che, sia pure per vie interne,  andava comunque a destrutturare uno degli istituti più consolidati del mondo antico. Se cioè andiamo  “oltre” la lettera (di San Paolo), si potrebbe concludere che l’intervento del cristianesimo sulla schiavitù non fu poi così “little”, come diagnosticava, carte alla mano, bisogna riconoscerlo, Westermann.

Ma è proprio questa divaricazione tra la lettera del cristianesimo e la sua interpretazione più larga che non permette di scrivere la parola fine a una querelle storiografica che troverà sempre fieri e netti sostenitori da una parte e dall’altra. Siccome però  le cose del mondo sono spesso sfumate, e cioè mai chiaramente individuabili per segni netti e distinti, si potrebbe concludere salomonicamente che ambedue le parti hanno una “parte” di ragione. Sfumando un po’ la questione, si potrebbe ragionevolmente asserire che un’incidenza, sia pure ideale, del cristianesimo sulla schiavitù ci fu senza dubbio: potremmo semmai dissertare circa il “peso” effettivo di tale incidenza; ma qui ci vorrebbe una montagna di prove inoppugnabili che, a quanto è dato vedere, oggi nessuno è in grado di fornire.

Un altro tipo di “destrutturazione” attuata dai cristiani alcuni l’hanno voluta vedere nell’esercito, per il loro rifiuto del servizio militare. Per gli alti gradi dell’esercito, la questione non si poneva neppure: le classi dirigenti cristianizzate “risposero” alle esigenze militari dello Stato. Semmai si potrebbe disquisire sui soldati: ma anche in questo settore, gli studi più consolidati, come quelli di Adolf von Harnack, per esempio, non darebbero motivo di credere che i soldati cristiani (tranne qualche rara eccezione) si comportassero difformemente rispetto ai milites “pagani”. In questo senso, Adolf von Harnack asseriva:

“Specialmente fra le legioni di stanza in Oriente, soldati cristiani furono presenti nell’esercito fin dal secondo secolo,  e anzi il numero dei cristiani nell’esercito aumentò con l’affermarsi della Chiesa. I credenti di più stretta osservanza  cercarono in ogni maniera  di dimostrare che la religione cristiana e il servizio militare erano incompatibili, sostenendo che i soldati cristiani avevano il dovere morale di accettare il servizio e  di soffrire il martirio […] Vi furono certamente alcune dimissioni dal servizio, nonché  atti di insubordinazione: ma i soldati cristiani considerarono alla fine  che fosse ammissibile per essi il  rispetto dei regolamenti militari e delle cerimonie vigenti  in servizio” (Traduz. mia. Testo originale in nota) (6).

Adolf von Harnack è la tipica espressione d’uno studioso “minimalista”, che opta chiaramente per l’ipotesi di un cristianesimo “accomodante” e non-destrutturante gli istituti della Roma antica; però gli studi più recenti dimostrano che il problema, che si lega anche a quello delle persecuzioni, non era poi così “minimo”. Marta Sordi, per esempio, sottolinea come l’imperatore Diocleziano fosse stato “costretto” ad epurare i cristiani dall’esercito: Diocleziano pertanto fu costretto dalle circostanze “ ‘a rendersi conto dei pericoli che derivavano dal polemico pacifismo dei cristiani’. I cristiani che furono colpiti dell’ ‘epurazione’ non erano infatti quelli che rifiutavano di militare, ma quelli che militavano e che solo l’imposizione dei sacrifici agli dei, da cui ormai da tempo i cristiani erano esentati, ‘costrinse’ contro voglia a dimettersi dall’esercito” (7).

Ad di là, quindi, dei “minimalisti” di inizio Novecento, gli studi sugli aspetti militari dei rapporti tra cristianesimo ed antiche istituzioni di Roma antica documentano motivi di frizione non lievi, a ulteriore dimostrazione che la questione della “caduta” dell’Impero romano d’Occidente fosse legata a profonde spaccature create all’interno del corpo antico di Roma e al suo sostanziale “indebolimento” . Marta Sordi rilevava anche che, alla radice dei provvedimenti di epurazione dei cristiani dall’esercito ci furono “gli aruspici, che accusarono i cristiani di impedire con la loro presenza il manifestarsi dei responsi divini”; per cui Diocleziano si adirò moltissimo, facendo obbligo a tutti di sacrificare agli dèi, anche ai soldati, e quelli che rifiutarono “furono costretti a dimettersi” (8).

All’apparenza, l’espulsione dei cristiani dall’esercito sarebbe stata dunque dovuta a ragioni di carattere eminentemente religioso (gli aruspici si lamentavano del fallimento della divinazione per la presenza dei cristiani); ma, se è vero (e lo è) quanto asserisce Marta Sordi riguardo al vincolo indissolubile e invincibile che legava religione e politica nel mondo romano, dove “è impensabile una politica che prescinda dalla religione” (9), è evidente che tale sottile distinguo non sta in piedi.  Il fenomeno non può dunque essere ascritto  alle motivazioni prettamente religiose  perché non ebbe “effetti” soltanto religiosi, poiché i riflessi di tale atteggiamento furono, sempre e comunque,  alla fine,  politici, in quanto andavano a intaccare le consuetudini ataviche cui l’esercito romano era tenuto. Marta Sordi si è impegnata parecchio per spiegare il fenomeno, e rinvio al suo studio per ogni approfondimento. Se vi fu epurazione nell’esercito fu perché i cristiani contravvennero alle regole più remote e consolidate  della società romana, finendo per scatenare contraccolpi politici gravi, come, e non è cosa da poco,  l’evidente diminutio del numero dei soldati fra le file dell’esercito romano, che, alla fin fine, si trovò sguarnito di effettivi e, di conseguenza, più debole.

Si ha quindi un bel dire che le persecuzioni e, nel caso nostro, le “epurazioni” dei cristiani dall’esercito fossero state  legate ‘essenzialmente’ a motivi religiosi,  che nulla avrebbero avuto a che fare con la società e la politica romana. I riflessi politici furono invece potenti, mettendo in crisi, fra le altre cose,  la forza portante dell’ormai traballante impero romano d’Occidente, ossia l’esercito, su cui Roma aveva fondato la sua potenza mondiale. In realtà  il cristianesimo avviò a una nuova età,  che non avrebbe più visto un impero romano d’Occidente, ma  un impero che sarebbe alla fine risultato soltanto cristiano.

 

Note

 

1)      Il passo di Gibbon è citato in Francesco De Martino, Storia della costituzione romana, Napoli, 1967, V, p. 523.

2)      Ivi, p. 91.

3)      Arnaldo Momigliano, Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV, Torino, Einaudi, 1975,  pp. 10-16.

4)      “What Paul had done for slavery as it applied to Christian believers was to accept it as a physical fact, but to spiritualize that acceptance so that it became almost, if not fully, meaningless for those who were imbued in with his own fervent conviction that Jesus of Nazareth was the ordained Savior of mankind […] There is little evidence of antagonism to the system” . William Linn Westermann, “Upon Slavery and Christianity”, in The Slave Systems of Greek and Roman Antiquity, Philadelphia, The American Philosophical Society, 1955, p. 150.

5)      Francesco De Martino, Storia della costituzione romana, cit.,  p. 91.

6)      “Particularly among legions stationed in the East, Christian soldiers were to be found as early as the second century, and the number of Christians in the army increased with the general growth of the Church, The strict partly of believers tried to demonstrate that the Christian religion and the military calling were inconsistent, claiming that Christian soldiers ought to live the service or else suffered martyrdom  […] One or two resignations certainly did take place, as well as acts of insubordination: but Christian soldiers considered that it was quite permissible for them to respect the regulations and ceremonies current in the service”. Adolf von Harnack, The Expansion of Christianity in the First Three Centuries, New York, William & Norgate, 1905,  pp. 204-205.

7)      Marta Sordi, I cristiani e l’impero romano, Milano, Jaca Book, 2004,  p. 163.

8)      Ivi, p. 163.

9)      Ivi, p. 13.

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