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Democratici e Internazionalisti nel Veneto dei primi anni ’70 dell’800

marzo 17, 2017

Storia

 

Cos’era mai successo negli antichi domini austriaci del Lombardo-Veneto ad appena una ventina d’anni dall’annessione al Regno d’Italia? Nel 1866, il plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia aveva visto i contadini che andavano a votare (quelli che ci andarono) “buttare nell’urna” le schede già preparate per il secondo la volontà dei proprietari terrieri e del clero, confermando, con  un atto assolutamente formale, quanto deciso irrefutabilmente dai trattati internazionali sulla cessione del Veneto al Regno d’Italia. E non poteva essere che così, non avendo il mondo della campagna alcuna coscienza di quanto s’era andato sviluppando, ed essendo il clero (dopo i possidenti) l’unico punto di riferimento per un mondo contadino caratterizzato da un infimo grado di livello culturale. Ma  vent’anni più tardi, nel 1885,  il giornale La Lombardia,  il 28 luglio, usciva con il seguente articolo :

 

“I contadini che gli anni scorsi votavano come branchi di pecore, buttando nell’urna le schede scritte e consegnate loro dai rispettivi padroni, quest’anno hanno fatto tutto il contrario, (e cioè) scelsero quattro contadini tra di loro, i meno illetterati e li portarono candidati  al Consiglio” ( in L. Briguglio, Il partito operaio italiano e gli anarchici, pp. 77-78).

 

Qualcosa di nuovo era sortito nelle campagne venete e lombarde già a partire dai primi anni  ’70; qualcosa che preoccupava enormemente i parroci, che nelle campagne venete vedevano i contadini trasformarsi sotto i loro occhi  increduli. L’ uomo “dannato alla gleba”, come diceva l’abate Girolamo Guadagnini,  parroco di Peseglia [oggi Peseggia, Venezia], si faceva irretire sempre più dalle nuove idee di “comunismo”, che ormai avevano raggiunto anche  le campagne. Rivolgendosi ai possidenti, l’abate Guadagnini invitava il “Signor Conte”, a stare molto attento ai nuovi cambiamenti. Pertanto, i possidenti, “avvezzino”, diceva Guadagnini,  i contadini “ad aver pel parroco quel timore riverenziale che tanto può su quelle piccole intelligenze, e per tempo li usino a portar volentieri il giogo dell’obbedienza” (Girolamo Guadagnini, Pericoli nel contado e possibili provvedimenti,  p. 137). Poi, senza averne probabilmente neppure l’intenzione, l’abate Guadagnini ci offre un documento che  illumina la situazione delle campagne venete molto più delle tante indagini condotte dal nascente Regno d’Italia sulle condizioni dei “condannati alla gleba”:

 

“ Si guardi il cattolico possidente dal trattare duramente i suoi coloni, o nei patti d’affitto aggravarli oltre il dovere. Cotesta durezza aliena dal padrone l’animo del colono, mentre i gravosi affitti isteriliscono i poderi, rendono svogliati dal lavoro i contadini e suscitando in essi l’odio verso le caste signorili, aprono il varco a quel comunismo, che in germe s’annida pur troppo anche in petto al robusto colono. Vegli con sollecita cura sui fattori, castaldi e famigli; sì perché non trattino il colono quasi fosse uno schiavo, mentre la sua condizione, quantunque dura, pure al pari dell’altre è onorevole o forse più delle altre utile alla società; sì perché colla parola o coll’ esempio non insidino alla sua fede ed alla semplicità de’ suoi costumi” (Girolamo Guadagnini, Pericoli nel contado e possibili provvedimenti, p. 136).

 

“Strane cose” dunque avvenivano  in Veneto, tanto che  Il Tempo di Venezia, “il giornale che era stato tanto caro ad Alberto Mario”, scriveva Letterio Briguglio, venendo a commentare il processo di Forlì del 1886 contro gli anarchici, scriveva:

 

“Il processo riuscì a dimostrare al governo che certe propagande non si fermano, non si impediscono con i processi senza base […] Nel Polesine, nel Mantovano, nel Padovano e in altre parti del Veneto, cova tuttavia entro i rudi petti degli operai e giornalieri della campagna il grido ‘La Boje’, che potrà erompere quando sia più tremendo che mai, se davvero Società e Governo non pensano a sollevarli, procurando con lo sviluppo del lavoro, una bene organizzata mercede, pane onorato e sicuro. E non sono esagerate le dimande [sic] dei figli della campagna” (Il Bacchiglione, 9 agosto 1886, in Briguglio, Il partito operaio italiano e gli anarchici, p. 64).

 

Tutto ciò era il risultato di eventi che s’erano andati maturando dopo l’annessione, e che videro per protagonisti, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni  ’70, i primi fermenti internazionalistici e anarchici, che furono fieramente avversati da  uomini del calibro di Alberto Mario e Carlo Tivaroni; quest’ultimo avvocato, ex garibaldino nonché storico di buon valore,  e autore di una  poderosa storia d’Italia in tre volumi. (C. Tivaroni, L’Italia degli Italiani).  Ma prima di arrivare a indagare su queste esperienze, vediamo  com’era la situazione in Veneto nei mesi immediatamente successivi all’annessione.

 

 

Diciamo intanto che il malessere sociale che scosse l’Italia e il Veneto subito dopo l’unificazione non fu dovuto soltanto alle questioni amministrative. La famosa querelle tra accentramento e disaccentramento interagì immediatamente  con le questioni economiche, le quali, secondo molti osservatori prestigiosi dell’epoca, erano molto più preganti, urgenti e significative delle stesse rivendicazioni politiche (il voto agli analfabeti) portate avanti, come vedremo, con ottimi argomenti da Stefano Jacini. Pertanto, le discussioni sul disaccentramento, come dicevamo,  si svilupparono nel Veneto in  un quadro di dissesto economico, nonché di progressivo e sempre più accentuato impoverimento delle classi popolari.  Qualcuno in Veneto, teste gli Archivi dei Regi Commissari, a soltanto pochi mesi dall’annessione,  già sperava nell’avvento salvifico d’una  “Repubblica”, come si può leggere in questo sapido rapporto di un ispettore di pubblica sicurezza al Reggente Bignami, vergato il 3 dicembre 1866,  in cui troviamo alcune donne della fabbrica dei Tabacchi di Venezia che “rifiutano” di essere pagate con monete di carta, mentre altri  si salutano ammiccando alla “Repubblica”:

 

“Nella fabbrica tabacchi in ogni venerdì vengono fatte le paghe della settimana. Venerdì scorso dunque 30 prossimo passato novembre venne anche fatta, per la prima volta, con monete italiane di rame, quali vennero dalle donne accettate con piacere; siccome però fuvvi [vi fu] chi loro dicesse che terminato il rame sarebbero pagate in carta, così  vuolsi [si vuole] che fin d’ora associandosi si preparino a protestare […] perché dicono esse che la carta non la diede loro nemmeno il cessato governo austriaco. Viene anche riferito da segreti confidenti che […] vi siano idee non del tutto conformi all’attuale ordine di cose. [Alcuni] sogliono salutarsi non col nome, ma bensì con le parole: Buon dì Repubblica” (Gli archivi dei regi commissari nelle provincie del Veneto e  di Mantova 1866. Vol. II,  p. 209).

 

Se il “Buon dì” si vede dal mattino, le cose, in Veneto, con siffatte premesse, si andavano deteriorando piuttosto rapidamente, facendo rimpiangere al popolo veneziano la trascorsa amministrazione austriaca. Le brave donne dei Tabacchi avrebbero voluto esser pagate, per dirla in dialetto, con “schei boni” di rame, come ai “bei tempi” degli Austriaci;  ma esse, poverette, non  avevano fatto i conti con Antonio Scialoja, l’allora Ministro delle Finanze, il quale aveva deciso il corso forzoso “anche”, se non soprattutto,  per via delle spese eccezionali sostenute dal Regno d’Italia in occasione della guerra del 1866. Ergo, esse sarebbero state pagate inesorabilmente con “schei de carta” almeno per una ventina d’anni, fino cioè al 1883, quando il corso forzoso fu abolito (Gino Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, p.160).

 

“Le difficoltà gravissime, scrisse Gino Luzzatto,  […]  contro cui si dibatté il regno d’Italia nei suoi primi anni di vita, si acuirono, in misura che parve minacciare la sopravvivenza stessa del giovane stato, al principio del 1866.  La possibilità che allora si affacciò al governo italiano di risolvere finalmente il problema del Veneto […] minacciava di urtare contro difficoltà finanziarie così gravi da poter apparire insuperabili”. Cosicché a Scialoja non rimase che ricorrere al corso forzoso, introducendo “i schei de carta”. Il corso forzoso comportò una “fortissima diminuzione della circolazione metallica avvenuta nel 1866 […] Nel quinquennio 1866-1870 la circolazione metallica sarebbe diminuita in Italia, secondo alcuni calcoli, dei due terzi di quella esistente nel 1865, cioè di più di 700 milioni” (Gino Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, p. 65 e p. 69).

 

Pertanto, economia e lavoro nel Veneto mostravano già dal 1866 segni di profondo cedimento,  cosicché Emilio Morpurgo, in un suo intervento alla Camera dei Deputati, entrò nel vivo del tema senza tanti complimenti:

 

“Si è parlato molte volte, in quest’Aula, del malcontento politico che agita il paese; si è corretta perciò questa frase, e molto opportunamente, a mio credere, dicendosi che il malcontento era soltanto amministrativo. Ebbene, io aggiungerò da mia parte che ciò che travaglia più profondamente il nostro paese è un dissesto economico; si produce poco, o signori; tutti lo sentono; un malessere profondo si manifesta nelle classi più numerose della popolazione, e specialmente in quella classe media che è per consenso di tutti il nerbo e la ricchezza dì ogni Stato”.

 

“Queste condizioni di povertà, o signori, sono come un letto di Procuste, e le popolazioni si agitano, sono più disposte ad perturbazioni ad inquietudini; esse desiderano il nuovo, e mettono forse talvolta in pericolo quelle istituzioni liberali di cui noi sediamo qui custodi, e che desideriamo possano avere un graduato svolgimento”.

 

“La libertà è pertanto essenzialmente una questione di lavoro. Ma ciò che è soprattutto un problema di produzione è il disavanzo finanziario. Si deve avere Io schietto coraggio dì dire ad alta voce che le grandi economie sono impossibili, e che il deficit non può saldarsi con esse. Voi ne avete ben molte prove , o signori. Le economie decretate oggi si chiarirono impossibili nel domani. Le spese, ridotte da una parte, ricomparirono in eguale e forse superiore misura dall’altra” ( E. Morpurgo, La questione economica e il Ministero d’agricoltura e commercio, p. 23).

 

Il “malcontento politico” veneto cui accennava Morpurgo aveva due volti: da una parte, intanto,  era sollevato da quanti, subito dopo l’annessione del Veneto del 1866, iniziarono a battersi su questioni “ideali”, come Stefano Jacini, che, proprio a ridosso del  1866,  proponeva,  e con argomenti non spregevoli per dire il vero,  il suffragio universale comprendente anche gli analfabeti:

 

“ E’ deplorabile, egli diceva,  che grande sia tuttora il numero degli illetterati in Italia, ed è da sperare che si rimedi […] Ma, d’altra parte, negare all’illetterato ogni ingerenza, anche indiretta, nella cosa pubblica, ci fa cadere in una contraddizione retrospettiva: ‘quando avevate bisogno del mio voto per creare il regno d’Italia’, può egli dire, ‘non m’avete chiesto se sapessi scrivere o no. Oggi che l’avete creato, m’avete gettato da banda’ ” ( S. Jacini, Sulle condizioni della cosa pubblica in Italia dopo il 1866, in A. Berselli, La Destra Storica dopo l’Unità, p. 111).

 

Mentre Jacini si batteva su questioni di principio,  da Padova, pochissimi  anni più tardi, partiva, con  Carlo Tivaroni,  quello che Aldo Berselli definì il primo processo al nostro Risorgimento ( A. Berselli, La Destra Storica dopo l’Unità, p. 403). Carlo Tivaroni, insieme con Alberto Mario avrebbe guidato, come vedremo,  le “forze democratiche veneto-mantovane” (L. Briguglio, Il partito operaio italiano e gli anarchici,  p. 25). Muovendo dalle stesse posizioni critiche di Morpurgo riguardo l’economia veneta,  C. Tivaroni  mise per davvero  il dito sulla piaga:

 

“La libertà, disse Tivaroni,  senza benessere non è beneficio da tutti apprezzabile, e alle moltitudini noi non apportammo miglioramenti […] La speranza di diventar ricchi è pei [per i ] poveri una promessa ben più affascinante del suffragio universale […] penetra nel cuore delle moltitudini più presto delle teorie politiche, che assicurano il diritto astratto alla libertà ed alla uguaglianza […] davanti alla legge” ( in  A. Berselli, p. 402).

 

Tivaroni, e con lui Alberto Mario, si stavano infatti accorgendo che il tempo sul Veneto si stava pesantemente annuvolando, e che cominciavano a prendere forma soggetti politici  che, ai loro occhi,  non facevano sperare niente di buono. L’Internazionale stava rapidamente mettendo radici anche in Veneto; infatti,  a Venezia, Tito Zanardelli,  Pietro Magri ed il polesano Emilio Castellani stavano gettando le basi per una Sezione internazionalista. Come vedremo tra breve, Tivaroni e Alberto Mario agirono con l’evidente scopo di destrutturarla e renderla innocua attraverso un’ “assimilazione” che, nell’immediato, fu sicuramente politicamente molto avvertita, e infine vincente.

 

“A Venezia, scrisse F. Della Peruta, la prima sezione dell’Internazionale fu fondata nel 1872, ad opera soprattutto di Tito Zanardelli e Pietro Magri” (F. Della Peruta, Documenti sull’internazionale a Venezia-1872 1873, p. 131). Avuta notizia della recente fondazione, Alceste Fagioli, della Sezione operaia di Bologna, inviava una lettera di congratulazioni a Pietro Magri, del seguente tenore:

 

“Dai giornali appresi che anche il diseredato di Venezia voleva migliorare di qualche cosa la tristissima in cui versa. Se la mia voce potesse essere intesa da questi bravi operai veneziani direi loro:  Sia lode a voi che sapeste … reagire contro la brutale ed insaziabile ingordigia dei vostri padroni” (F. Della Peruta, Documenti …, p. 132).

E Andrea Costa, scrivendo allo stesso Pietro Magri a nome dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, scriveva:

 

“Il passato dell’operaio è la schiavitù, la miseria, l’ignoranza […] Vedete di lavorare alla Campagna: se non abbiamo i contadini dalla nostra è inutile tentare la rivoluzione” (F. Della Peruta, Documenti …,  p. 133).

 

Sugli obiettivi e sull’ “interpretazione” da dare all’Internazionale ci informa dettagliatamente un attento testimone dell’epoca, M.  Macchi, che ne aveva tratto il programma da l’Opinione di Roma:

 

“Lo scopo che si propone l’Internazionale: quello cioè, della totale emancipazione economica; l’abolizione del salario; la quasi eguaglianza di classi e di sesso; creare la famiglia dell’amore; emancipare ed universalizzare; associare li individui e formare poi la federazione delle varie associazioni; separare la Chiesa dallo stato, ma annientare nello stesso tempo Chiesa e Stato; abolire il diritto di eredità, ed affrettare la sospirata liquidazione sociale o espropriare tutte le indebite appropriazioni, cioè tutta proprietà in pro del lavoro e del collettivismo. Quanto cammino abbia fatto in questa via l’Internazionale pare che fu confessato nel Congresso di Bologna; ed un oratore disse ben due volte durante il suo discorso che si era fatto poco;  ma che sperava che molto si farebbe,  se la riunione di Bologna non si fosse cullata in discussioni. È parso facile il poter creare in ogni più lontano angolo d’Italia dei gruppi, delle  sezioni,  delle federazioni non solo d’uomini, ma anche di donne; fondarsi stazioni e colonie socialiste nelle isole e nelle campagne” (M. Macchi, Annuario storico italiano, p. 19).

 

Rivoluzione e  sommosse contadine erano paventate da molti in Veneto; e ciò  non  poteva non mettere in allarme uomini come Alberto Mario, il quale ebbe a scrivere parole durissime sia contro  l’Internazionale sia contro il “Gerarca” che, a suo parere,  la guidava, vale a dire Karl Marx. Ciò suscitò le  immediate reazioni di Andrea Costa,  poiché Mario  aveva altresì duramente sottolineato che

 

“il costrutto dell’Internazionale si riassume in una lotta di una classe contro un’altra”.

 

Al che Costa ribatteva:

 

“Che cosa proponiamo noi difatti? L’emancipazione del lavoro ma non del lavoro considerato come il primo diritto e il primo dovere degli uomini. Per la qual cosa per noi l’emancipazione del lavoro significa l’emancipazione del genere umano […] Così stando le cose, vagheggiando cioè l’emancipazione umana, possiamo noi desiderare il trionfo di una classe su un’altra?” (P. C. Masini, Storia degli anarchici, p.  129).

 

La “reazione” piuttosto risentita di Costa nei confronti di Mario toccava uno dei punti più delicati dell’interpretazione dell’Internazionale, perché l’impressione generale dell’opinione pubblica italiana dell’epoca metteva dentro la parola “Internazionale” cose differenti ed opposte, che nascevano da una conoscenza incompleta del dibattito che c’era dentro l’Internazionale stessa. Insomma si mettevano insieme in un gran calderone, e senza alcuna sfumatura,  Marx, Engels, e Bakunin; quest’ultimo ben presto staccatosi dall’ortodossia internazionalista rappresentata da Marx. Bakunin, a parte l’emancipazione del proletariato,   intendeva lasciar “liberi” gli Internazionalisti, senza ingabbiarli nei  “dogmi” di Marx;  come quelli, per esempio, relativi all’ateismo, o a uno stato autoritario.  Bakunin riaffermò più volte che  la “sua” Internazionale non aveva alcun dogma precostituito  e non voleva essere diretta da elementi esterni (Marx e Engels), ma propugnava, a livello di organizzazione statale,  una federazione “spontanea” di stati e regioni:

 

“La futura organizzazione sociale, deve essere creata dal basso in alto, per mezzo della libera associazione e della federazione dei lavoratori, prima nelle associazioni, poi nei comuni, nelle regioni, nelle nazioni, e, finalmente, in una grande federazione internazionale e universale” (M. Bakunin,  Da La Comune di Parigi e l’idea di Stato (1871),  p. 299).

 

La visione di Bakunin comprendeva sì la “radicale distruzione del mondo presente”, dal punto di vista economico e religioso, metafisico, legale, et caetera; ma Bakunin perorava altresì  il pluralismo nel programma dell’Internazionale. C’è però il fatto che Bakunin non era “lineare” nelle sue convinzioni sull’ateismo. Il “primo” Bakunin, quello  della famosa lettera a Mazzini, risultava un ateo convinto (poi egli sconfessò queste posizioni), scrivendo che

 

“Mazzini ci rimprovera di non credere in Dio, noi al contrario gli rimproveriamo di crederci,  anzi non glielo rimproveriamo ma rimpiangiamo ch’egli vi creda,  poiché non è sua colpa s’egli vi crede essendo ogni uomo, il più grande come il più piccolo, il prodotto fatale di un concorso indefinibile di cose indipendenti dalla sua volontà,  le quali dopo avergli dato un indirizzo alla sua nascita, continuano a determinarlo per tutta la vita. Rimpiangiamo immensamente che per questa intrusione di sentimenti e di idee mistiche nella sua coscienza, nella sua attività, nella sua vita, egli sia stato costretto di schierarsi contro di noi con tutti gli oppressori della libertà, della dignità umana e dei popoli” (Risposta d’un internazionale a Giuseppe Mazzini, per M. Bakounine, p. 6).

 

Sta di fatto che Carlo Cafiero la pensava come il “secondo” Bakunin riguardo all’ateismo. Scrivendo a Engels,  Cafiero osservava che nessun membro dell’Internazionale con cui aveva stretto rapporti a Napoli aveva propositi ateisti,  perché, “se i nostri amici  di Napoli si costituissero in società di atei e non ricevessero che atei, che cosa diverrebbe mai la loro propaganda in una città in cui, e voi stesso lo dite, non solo Dio è onnipotente ma anche San Gennaro?”. Al  contrario essi aspiravano alla “fine di tutto il presente  disordine di cose e il principio  dell’ ordine sociale che per essere tale deve avere per base l’eguaglianza”. Essi, continuava Cafiero,  rifiutano le astrazioni,  e vogliono “un po’ di concreto” (Cafiero ad Engels, Napoli, 12 luglio 1871, p. 112  ). Tenuto conto che Costa era, per convinzione profonda, molto  vicino sia a Bakunin sia a Cafiero,  la “sua” Internazionale si ispirava a questi principi.

 

“L’Emilia Romagna, scrive P. C. Masini, è all’avanguardia del movimento internazionalista, unica regione dove fin dal 19 novembre 1871 si è tenuto un congresso regionale” (P. C. Masini, Cafiero, p. 74). Pertanto quando Cafiero e Costa si riunirono a Bologna  il 19 novembre 1871 insieme con i delegati di Bologna, Imola, Forlì, Faenza, Lugo, Rimini, per dare un indirizzo all’internazionale, partivano da principi molto diversi rispetto a quelli “accentratori” propugnati da Marx ed Engels. Essi avevano nel loro programma, l’ “Emancipazione del Quarto Stato mediante l’abolizione di tutti i privilegi esistenti, l’assoluta autonomia de’ Comuni stretti dal solo vincolo di solidarietà estensibile oltre le chimeriche demarcazioni de’ confini nazionali e mediante il diretto governo di tutti i cittadini senza distinzioni di censo, di cultura e di sesso”. (Il Presidente, Carlo Cafiero. Il Segretario Andrea Costa, per il Congresso e la Conferenza).  (La Federazione Italiana della Associazione Internazionale dei Lavoratori, p. 13, p. 36 e p. 44).

 

Per di più, a dare ulteriore slancio all’Internazionale ci si era messo di mezzo  anche Garibaldi, il quale si mostrò entusiasta di essa, “intendendola” tuttavia  a suo modo, ossia in senso “moderato”, raccomandando la “concordia delle classi”, e di lasciar perdere la “proprietà o eredità degli altri” (G. Boglietti, Il socialismo italiano, p. 28). Da quello che si può intendere dalle parole stesse di Garibaldi, egli interpretava l’Internazionale come una organizzazione umanitaristica, volta a sollevare le condizioni degli oppressi:

 

“E l’Internazionale?”, scriveva Garibaldi,  “Che necessità di giudicare un’ associazione quasi senza conoscerla? Non è essa una emanazione dello stato anormale cui trova la società del mondo? E quando possa essere  tersa da certe dottrine, introdotte dalla malevolenza dei suoi nemici, essa non sarà la prima ma certo non esser la continuazione dell’emancipazione del diritto umano […] Si contenti l’Internazionale di ciò che è diritto per lei, senza toccare alla proprietà o eredità degli altri. Ed allora dica essa ai prepotenti della terra:  Io vengo ad assidermi ad un banchetto ove ho diritto come voi. Non tocco il vostro benché più pingue del mio, ma toccate questo poco che stillo dalla mia fronte cogli odiosi mezzi che avete impiegato finora di tasse sul macinato, sul sale e tante altre ingiustizie che gravitano sulla mia miseria” (Della lettera del Generale Garibaldi a Giuseppe Petroni, pp. 12-13).

 

Soltanto che “i garibaldini di Romagna, Erminio Pescatori, Celso Ceretti, Ludovico Nabruzzi e numerosi altri, cercano invece di prendere in parola il loro Generale che, dopo la Comune, ha dichiarato, forse senza rendersi ben conto dell’effetto delle sue parole, che il socialismo è ‘il sole dell’avvenire’ e che ‘noi quindi dobbiamo essere con l’internazionale’. Ancora al loro secondo convegno, tenuto a Villa Gambellara il 18 febbraio del ’72 (il primo si svolse a Bologna il 19 novembre e si pronunciò per il congresso democratico d’ispirazione massonica) gridano Viva l’Internazionale!, Viva Garibaldi!” ( L. Valiani, La lotta sociale …, p. 18).

 

Tivaroni e Mario, dal canto loro, avevano preso l’Internazionale molto sul serio;  ne  temevano dunque l’avanzata, e intendevano se non estirparla, almeno depotenziarla,  alla stregua di Tullio Martello, il quale, in uno studio informatissimo e ben documentato del 1873 che procedeva dall’Europa all’America,  andava predicando che l’Internazionale è

 

“una colluvie letale nel seno della civiltà, un focolare attivissimo di corruzione, una minaccia permanente alle più solide istituzioni sociali, un pericolo, a cui sovvien sottrarre l’avvenire, un male profondo, micidiale, che si dee  [=deve] combattere ad oltranza; un nemico, che dobbiamo vincere o esserne inesorabilmente vinti. Un milione di pezzenti reclutato in pochi anni nei bassi fondi della società vuol dire che la società è guasta,  e ch’essa ha elementi sufficienti per alimentare indefinitamente il male.  Questi elementi sono i mezzi indiretti d’azione di cui si vale l’Internazionale; essa li solleva li mette in attrito,  li fomenta,  li sviluppa,  li moltiplica, ed all’uopo [=allo scopo]  trae partito in ispecial modo dalla libertà di stampa, che vige in quasi tutti gli Stati d’ Europa” (T. Martello, Storia della Internazionale …, pp. 465-466).

 

Anche il  Veneto non era immune dal quadro dipinto a fosche tinte da T. Martello. Emilio Castellani, il quale fu   “fondatore, il 15 agosto 1872, della Sezione ‘operaia Internazionale di Venezia’, insieme con Pietro Magri e con Tito Zanardelli”, si dava parecchio da fare in Polesine (Briguglio, Il partito operaio italiano e gli anarchici, p. 24). Sembra altresì che lo Zanardelli, che, a quanto si diceva nei rapporti della polizia, asseriva di essere “professore di mnemotecnica”, esperto “prestigiatore” nonché addentro alle arti del “sonnambulismo”,  fosse stato proprio lui ad avere per primo l’dea ci creare la Sezione operaia internazionale di Venezia (P. Brunello, Storie di anarchici e di spie, p. 82). Castellani, dal suo canto, cercava di diffondere le idee internazionalistiche in Polesine, ma con estrema fatica, e soprattutto con scarsissimi mezzi pecuniari, tanto da chiedere spesso soldi al fratello. Quando Castellani si recò a Rovigo, trovò soltanto un paio di socialisti, perché tutti erano dalla parte di Tivaroni e di Mario, “belle figure porche”, a suo dire:

 

“In quanto  a Rovigo vi sarebbe troppa materia per scrivere […] Posso dirti che ebbi un’accoglienza talmente fredda che alla sera partii per Badia […] Non ne so fare alcun calcolo, sono repubblicani e non vogliono appoggiare il giornale, perché non suo, e dicono che hai sbagliato indirizzo […] Tutti portano alle stelle, e guai a toccarli, l’Alburno, Costa, Tivaroni e Mario /belle figure porche/. In tutta Rovigo non v’è che due socialisti, e uno di questi s’associò per un trimestre” (in Briguglio, Il partito operaio italiano e gli anarchici,  p. 157).

 

Alberto Mario e Carlo Tivaroni erano dunque consci della forza attrattiva dell’Internazionale, soprattutto perché nelle varie società di mutuo soccorso sviluppatesi nel Veneto si stava verificando un “movimento inaudito negli operai in senso socialista”,  a detta di  Errera ( Briguglio, Caratteri del movimento operaio a Venezia dopo l’Unità, p. 356).    Mario e Tivaroni presentarono una contro-proposta moderato-istituzionale che, a loro parere, sarebbe potuta risultare vincente in un Veneto che Tivaroni giudicava senza ambagi  “moderato”. Quella cioè  di una “Lega democratica”, che facesse proprie anche, se non soprattutto,  le aspettative dei lavoratori della campagna, i più esposti alla propaganda dell’Internazionale.

 

Pertanto “il 17 novembre 1872 ventisette democratici si riunirono a Padova per dar vita alla “Lega democratica del Veneto” (Briguglio, Caratteri …, p. 370). La Lega democratica, poi chiamata “Lega democratica veneto-mantovana”, aveva maglie molto larghe, ed era aperta a tutti, anche a coloro che fossero stati vicini all’Internazionale. Essa raccoglieva “ tutti i nemici del sistema della camorra, repubblicani unitari e repubblicani federali, parlamentari ed extra parlamentari, tutti i democratici da Toaldi a Giuriati, monarchici costituzionali, ad Alberto Mario federale a Paride Suzzara Verdi socialista” (A. Berselli, p. 400).

 

Non per niente, spiegò argutamente Letterio Briguglio, si scelse il nome Lega e non Associazione, appunto perché essa  “intendeva raggruppare internazionalisti e monarchici opportunisti”, per cui “fu necessario, spiegava ancora Briguglio,  chiamare l’unione dei democratici del Veneto Lega e non Associazione. Quest’ultimo termine infatti avrebbe implicato un accordo completo su questione di principii, mentre la denominazione lega avrebbe significato soltanto unione temporanea di democratici per collaborare ad un fine pratico determinato comune” (Briguglio, Caratteri …, p. 371).

 

L’idea di una Lega “aperta” ebbe un buon successo, perché, alla fine,  vi aderì persino uno dei fondatori della Sezione Internazionalista di Venezia, vale a dire  Pietro Magri:  il che significa che l’obiettivo di una “completa attrazione nell’orbita repubblicana” era stato, almeno nel breve termine, raggiunto, pur suscitando le apprensioni  del questore di Venezia, per la presenza, a suo dire, di Alberto Mario, che avrebbe creato un “partito sovversivo alquanto numeroso, compatto e temibile” (Briguglio, Caratteri …, p. 372); e di una “non indifferente importanza”, a  parere della stessa Prefettura, sulla stessa lunghezza d’onda del succitato questore. Sta di fatto che, Il 16 novembre, alla Camera di Commercio di Mantova,  ebbe altresì luogo il primo Congresso della Lega veneto-mantovana, in cui spiccavano, naturalmente,  le figure di Alberto Mario e Carlo Tivaroni.

 

M. Macchi ci informa dettagliatamente anche sul programma della Lega:

 

“ Il  17 novembre 1872 riunironsi [si riunirono] a Padova i  più distinti democratici delle provincie per accordarsi su alcune questioni che essere risolute richiedono un lavoro sollecito indefesso. L’ opinione dei convenuti venne formulata nel seguente programma:

1.L’ istruzione primaria dev’essere gratuita, obligatoria [sic], laica per ambo i sessi. Soppressa ogni istruzione religiosa nelle scole [sic]. 2. Lo Stato, la provincia,  il commune [sic] devono rimanere estranei a qualsiasi religione. Lo Stato non può riconoscere nelle chiese che associazioni private sottoposte al diritto commune. 3. Lo Stato non può limitare  in nessun caso né modo né tempo la libertà parola e di stampa. 4. La lega si limita a non propugnare per ora che il decentramento amministrativo e lo svincolo del commune e della provincia dall’ingerenza dello Stato. 5. La lega si propone di studiare la riforma radicale del sistema tributario. 6. La lega propugna la graduale soppressione dell’esercito stanziale ed il correlativo armamento della nazione. 7. La lega propugna l’abolizione della pena di morte e del giuramento religioso. 8. La lega afferma come principio di giustizia sociale che sia universale il suffragio e fa voti perché le condizioni d’Italia rendano possibile di tradurlo sollecitamente in atto. Per provedere [sic] alla più sollecita attuazione di cotesti democratici principii, l’assemblea elesse un Comitato permanente, composto da Alberto Mario, Carlo Tivaroni, Cesare Parenzo, Antonio Mattei e Roberto Galli”.

 

“Così si strinse la lega democratica per le provincie venete; il cui operoso Comitato si raccolse di bel nuovo il 17 marzo in Venezia. C’erano stavolta a rappresentare la lega, oltre al Mario presidente,  il dottor Antonio Andreazzi di Sandaniele in Friuli, il dottor Carlo Tivaroni di Padova, il signor Zoppi di Verona, il dottor Luigi Cavalli f.f. di sindaco a Vicenza, l’avv. Cesare Parenzo di Rovigo, il dottor Giuseppe Valerio Bianchetti di Treviso, il dottor Antonio Toaldi, consigliere provinciale a Vicenza, e per la città di Schio, il dottor Enea Ellero, assessore municipale di Padova, il dottor Galli Roberto. In somma li amici della republica [sic] seppero cogliere mille occasioni per acclamare i loro principii ad onta della vigile e sospettosa polizia”. (M. Macchi, Annuario storico italiano,  pp. 41-43).

 

 

La Lega democratica veneto-mantovana nacque pertanto “anche”  per  il montare minaccioso degli Internazionalisti. Alberto Mario paventava rivolte sanguinose, tanto da spingerlo ad usare parole inequivoche, implicanti la

 

“negazione categorica delle bieche dottrine dell’Internazionale, l’odio di classe, il petrolio, il  pugnale” (Scritti letterari e artistici di Alberto Mario,  p. CLXVII).

 

Tivaroni e Mario pensarono dunque bene di rinunciare alla pregiudiziale repubblicana per dar vita a un movimento  capace di assorbire in Veneto le spinte ritenute sovversive, per incanalarle entro l’alveo di una protesta “istituzionale”, lasciando altresì scarse possibilità agli avversari. Infatti,  “i pochi internazionalisti retti dal Magri e dal Castellano non potevano certo inserirsi, con speranza di successo, in questa impari lotta” (L. Briguglio, Caratteri …, p. 370). Gli sviluppi turbinosi  di questa “assimilazione” furono studiati da par suo da Letterio Briguglio, con risultati molto convincenti.

 

Secondo la ricostruzione data da Briguglio,  “la forza della Lega […] si basava proprio su quella genericità e quindi sulla possibilità di inserire l’attività della veneta democrazia nella vita politica del paese, dopo averne unificato le finalità” (Briguglio, Caratteri …, p. 373).  Le finalità ultime di Mario essendo la repubblica federale, “raccogliere le varie frazioni della democrazia  in un comune lavoro determinato da principii e da fini comuni a tutte quali vennero stabilite nella Adunanza generale del 17 novembre 1872”, secondo le quali la  Lega “non essendo una fusione,  lascia intatte e autonome le particolari convinzioni sopra ogni altra parte della questione politica, economica e religiosa non compresa nel programma della lega” ( da Il tempo, in  Briguglio, Caratteri …, p.  374).

 

Assimilare l’Internazionale alla Lega fu tuttavia un lavoro lungo ed estenuante. “Al convegno di Padova, scriveva Briguglio (Caratteri …, p. 371) ,  gli internazionalisti delle province venete  erano rappresentati dalla Riunione dei democratici di Rovigo,  guidati da certo Perocco e dalla Federazione Operaia Veneziana con Luigi Trevisan e  il Magri”.  Da rilevare che Emilio  Casellati ed altri erano però contrari allo “spirito della nuova lega”, ragion per cui, si pensò bene di chiamare da Roma, a far da collante, un personaggio che, secondo F. Della Peruta, allora “tribuneggiava” a Roma (F. Della Peruta, Momenti di storia d’Italia fra ‘800 e ‘900, p. 139); e la cui attività tribunizia era talmente ben conosciuta da essere oggetto di interpellanze parlamentari alla Camera dei Deputati nella Sessione del 1871-1872, dove troviamo il Ministro dell’Interno che era stato perfino costretto,  e proprio per via del vulcanico Parboni, a chiudere anche l’apparentemente innocua  “Società dei cuochi, camerieri e pasticceri di Roma”:

 

“Il Governo ha ordinato lo scioglimento della società cuochi camerieri e pasticcieri di Roma […] in seguito all’intromissione di politici i quali cercarono di farne uno strumento per le loro mire rivoluzionarie e sovversive. Essa infatti finì per scegliere a presidente uno più noti agitatori politici di Roma,  un repubblicano dichiarato,  il signor Napoleone Parboni,  il quale si trova sotto processo per l’affare del comitato Argentina e del meeting al Colosseo. Immediatamente dopo che fu nominato,  egli è naturale che abbia cercato di dare una direzione a quella società nel senso delle proprie idee […]  che tendevano a sovvertire le istituzioni, a proclamare un nuovo statuto […] in cui fra le schiette idee republicane [sic],  si bandivano pure principii dell’Internazionale” ( Camera dei Deputati. Sessione  del 1871-1872. Tornata del 16 dicembre 1872, p. 3816).

 

Sta di fatto che Napoleome Parboni “si precipitò” come un razzo da Roma a Venezia “con l’intento di riunire le diverse associazioni democratiche locali.  S’incontrò con Luigi Trevisan, ma il suo intento principale sarebbe stato quello di intrattenersi con Pietro Magri,  che godeva la fiducia di Tito Zanardelli”. Ma Magri, che temeva l’irruenza tribunizia di Parboni,  si eclissò opportunamente, rendendosi irreperibile,  “ritenendo che i suoi principi comunisti fossero inconciliabili  con quelli professati dai repubblicani” (Briguglio, Caratteri …, p. 372) .

 

L’astuto e versatile Parboni,  ad ogni modo, e nonostante le riottosità di Magri ad un tête-à-tête con lui,  riuscì lo stesso a raggiungere il suo obiettivo:  riuscì cioè a riunire in un “fascio unico” le varie  anime del “partito sovversivo”, approfittando subdolamente anche dell’arresto di Magri. Infatti,  dopo l’arresto di Magri, chiosava Briguglio,  “l’assorbimento dei ‘sovversivi’ nell’orbita repubblicana incominciò a divenire una realtà, e nel 1873 la sezione diretta da Magri si fuse con la nuova società o Circolo Repubblicano Federale Pensiero e Azione, al quale aderì anche Luigi Trevisan”. E così avviene che,  in un rapporto della Prefettura, leggiamo anche qualche riflessione storica non spregevole, in cui si sottolineava che  “ la nuova associazione Circolo Pensiero e Azione sarebbe ormai sedotta ad abbracciare concorde la bandiera del federalismo repubblicano, che è quello sostenuto da Alberto Mario” (Briguglio, Caratteri …, p. 372 e nota 79).

 

La Prefettura l’aveva proprio azzeccata giusta, perché Alberto Mario, dal canto suo, li voleva  tutti  dentro la sua Lega veneto- mantovana,  per controllarne i “fini ultimi”, che per lui erano sempre quelli  della “Repubblica Federale”.  In questo senso, Mario riassunse brillantemente il suo pensiero in pochissime righe  in una lettera inviata qualche anno più tardi  alla Ragione di Milano,  e pubblicata tra il 9 e il  10 settembre 1876, in cui definiva sarcasticamente l’Italia un “orfanatrofio” dominato dalla “centralizzazione monarchica”, e la libertà un “nulla osta revocabile”, che spalancava le porte alla “repubblica giacobina”, e dove l’unica salvezza era data dalla “Repubblica federale”:

 

“La libertà, la libertà odierna riducesi [si riduce] ad un nulla osta revocabile. E poi la centralizzazione inerente alla monarchia, e del pari inerente alla repubblica giacobina, cambiò l’Italia in un orfanatrofio. La libertà, come diritto inviolabile e come principio che fiorisce nell’elevata coscienza individuale, non l’avremo che dalla Repubblica federale” ( la lettera è pubblicata in Appendice in Daniele Manin e Giorgio Pallavicino. Epistolario politico, p. 578).

 

 

Sta di fatto che, a parere di L. Briguglio, dopo l’arresto di Pietro Magri, “l’Internazionale si fuse nel settembre del 1873 col Circolo Repubblicano federale Pensiero e Azione. E così la Lega democratica veneta prima, e quella veneto mantovana poi, evirarono l’Internazionale a Venezia, facendo naufragare le timide aspirazioni del movimento operaio in una associazione interclassista di democrazia borghese che, nel campo delle riforme sociali, non si spingeva oltre le tradizionali teorie del filantropismo umanitaristico” (L. Briguglio, La vita politica e sociale a Venezia dopo il 1866,  p. 324).

 

D’altra parte l’atteggiamento di Mario e Tivaroni non era dissimile da quello di Mazzini, e comunque, come scrisse argutamente R. Mondolfo,

 

“l democratici in fine (mazziniani, garibaldini, federalisti ecc.), dall’indole stessa dei loro programmi sono spinti a rivendicare i diritti e i bisogni delle classi lavoratrici, cercando in esse il terreno di diffusione delle proprie dottrine e proclamando l’esigenza del loro elevamento come dovere dello stato ; e particolarmente dopo il 1860 a quest’opera si rivolgono gli sforzi del partito di. Mazzini, l’unico in Italia che avesse un suo definito programma Sociale. Ma era inevitabile che anche questa corrente partecipasse della sorte finale delle due precedenti: di venir oltrepassata dalle forze che essa destava; di esercitare cioè nel campo proletario piuttosto una funzione preparatoria di risveglio che quella durevole di proselitismo e inquadramento nelle sue file:  perché anche qui il programma, utile per il compito iniziale di ridestamento delle coscienze, era insufficiente per l’intento ulteriore della loro stabile conquista” (R. Mondolfo, I primordi del movimento operaio in Italia…, p. 11, e p. 21).

 

E infatti  l’operazione “interclassista” di Mario fu sì vincente nell’immediato, ma  fallì sui tempi lunghi, perché gli Internazionalisti continuarono indefessamente la loro attività sovversiva nel Veneto, specialmente  a Padova e a Monselice, grazie anche al coordinamento di Andrea Costa:

 

“Fin dal febbraio  del ’76, infatti, il locale commissario di pubblica sicurezza segnalava al prefetto di Padova le generalità di alcuni internazionalisti”, che erano  C. Monticelli (20 anni), E. Bertana (17 anni), F. Duner (19 anni) e A. Galeno (19 anni). “Venne però a Monselice, ‘per coordinare gli sforzi di questi giovani internazionalisti Andrea Costa, che si aggirava allora nelle province di Padova e di Rovigo. Egli redasse gli statuti e li mise in relazione con gli esponenti di altre città italiane; a Monselice così cominciarono a pervenire il Povero, la Plebe, l’Anarchia e il Movimento” (L. Briguglio, Gli Internazionalisti di Monselice e di Padova. Carlo Monticelli, pp. 731 sgg.). Il tutto  mentre Emilio Castellani “continuò tenacemente la sua opera di agitatore per molti anni, e, fra perquisizioni e arresti, riuscì verso il 1885 a preparare gli scioperi in Polesine, e a fondare in Venezia un periodico anarchico intitolato l’Intransigente e anche un circolo internazionalista: Carlo Pisacane” (Briguglio, Caratteri …, p. 364).

 

Tra l’altro occorre altresì rilevare che, se è ben vero che  “nel settembre ’73  la sezione diretta dal Magri si fuse con la nuova società”,  è altrettanto vero che  già dallo stesso settembre si notava che la Lega “legava” pochino, poiché al suo interno sorgeva, non proprio inaspettato,  un  dissidio tra i due internazionalisti di spicco, Trevisan e Magri, perché il primo, un po’ “alla Garibaldi”, invitava a non ricorrere a “propositi turbolenti”, mentre Pietro Magri si mostrava risoluto “a seguire le ispirazioni internazionalistiche” (L. Briguglio, Caratteri …, p. 372 nota 77).

 

A conclusione di questo rapidissimo quadro delle forze politiche in Veneto dopo l’Unità, non  si può infine dimenticare l’azione dei cattolici. In quegli stessi anni in Veneto, accanto ai movimenti  internazionalistici e repubblicani, esisteva un clero che, in genere, come abbiamo visto con l’abate Girolamo Guadagnini,  cercava essenzialmente  di premere sulle classi possidenti affinché si rendessero conto del pericolo “comunista”, anche perché non era ancora possibile, per i cattolici,  partecipare attivamente alla vita politica per via del  Non Expedit. Di ciò era consapevole anche l’abate Girolamo Guadagnini, il quale scriveva che c’era poco da sperare,

 

“almeno fino a che i cattolici, animati da spirito migliore, non accorrano all’urne per riacquistare nei comuni quel potere amministrativo, che tocca loro per diritto” (Guadagnini, p. 136).

 

Ad ogni modo, la tecnica adottata dall’abate Girolamo Guadagnini rientrava perfettamente entro il quadro della politica “legittimista” che s’innervava nel ventilare di fronte ai possidenti lo “spauracchio del socialismo”, presentato, osservava G. B. Emert, “nelle forme più repugnanti e più goffe, per indurre le classi dirigenti a rifiutare le idee liberali e a restituire al papa almeno parte dei territori che gli erano stati tolti nell’Italia Centrale”. Il tutto, nell’aspettativa che il nuovo Regno d’Italia “si sfasciasse sotto il peso dei propri delitti e la pressione dei partiti rivoluzionari. (G. B. Emert, Una polemica letteraria  del 1844-45, p. 177). Cosicché l’abate Girolamo Guadagnini poteva dire:

 

“E se non ha gli occhi bendati dalla passione,  potrà da per sé vedere a che si riduca in Italia la tanto vagheggiata ed oramai ottenuta unità. Un esercito scomposto, una flotta rovinata,  una babelica amministrazione, un debito senza fondo,  un’immoralità all’ordine del giorno, una servitù troppo manifesta prima all’Imperatore di Francia,  ora a quello di Germania” (Guadagnini, p. 130).

 

Due anni più tardi la pubblicazione del suo libro (1873) l’abate Guadagnini vide esauditi (in parte) i suoi voti, entrando nel Consiglio comunale di Crespano Veneto a capo dei cattolici locali. In Consiglio, tra l’altro, egli ebbe scontri durissimi contro alcuni “per aver acquisito i beni della chiesa. I cattolici, capeggiati dall’abate Girolamo Guadagnini, si opposero energicamente a questa mozione, accusando i cinque firmatari di ‘irreligiosità e di oltraggio verso il Papa” (L. Torresan, Crespano Veneto: comune e parrocchia dal 1866 al 1898,  p. 58).

 

Si deve tuttavia sottolineare che  il problema, soprattutto contadino,  era molto sentito ai più alti livelli sin dal 1873, allorché Cesare Pecci faceva pressioni sul Congresso dell’Opera dei Congressi di Venezia al fine di  individuare “una soluzione al problema sociale”. Sarebbe stato necessario creare, a suo avviso,  “banche cattoliche”,  e “unire gli operai in società cattoliche […] prodigando coi soccorsi”, facendo sì di “mansuefare  le masse operaie che l’irreligione ed il pauperismo rendono ogni giorno più brutali e feroci”. Dal Veneto, nel 1873, “l’assistente ecclesiastico dell’associazione cattolica di San Vito al Tagliamento, invitava i congressisti ad occuparsi del problema sociale operaio, ed ad aprir gli occhi  sui ‘pericoli che minacciano specialmente le classi operaie ed agricole’” (A. Gambasin, Il movimento sociale nell’Opera dei congressi (1874-1904), pp. 129-130, p. 131).

 

Si trattava però ancora di forme molto embrionali d’intervento cattolico sulla questione sociale.  Certo i problemi sul tappeto erano troppo potenti e pressanti perché anche i cattolici, abbandonando il tradizionale assistenzialismo,  non entrassero al più presto nel vivo della guida delle masse lavoratrici italiane, operaie e contadine, negli anni immediatamente seguenti l’unità.  Ma, per il momento, l’attività politico-religiosa dei cattolici fu preponderante rispetto a quella sociale, e,  secondo L. Briguglio, addirittura “insignificante”, lasciando così spazi sconfinati all’ “invasione socialista” (L. Briguglio, La vita politica e sociale a Venezia dopo il 1866, p. 327). L’analisi di Briguglio permane tuttora valida e corretta, ampiamente suffragata  anche dagli studi di A. Gambasin, che  offrono l’immagine di un mondo cattolico, anche il più avvertito,  che si situava ancora al livello di proposte e di ipotesi di lavoro, senza la capacità di  incidere  sulla realtà “effettuale” delle campagne venete del tempo.

 

 

Fonti:

L. Briguglio. Il partito operaio italiano e gli anarchici, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1969.

Girolamo Guadagnini, Pericoli nel contado e possibili provvedimenti. Considerazioni e dialoghi diretti in forma di lettera al Nobile Signor Conte di …,  Dal M.R.D. Girolamo Guadagnini, parroco di Peseglia [oggi Peseggia, Venezia], Venetiis, In Curia Pathriarchali, die 23 Julii 1873.

C. Tivaroni, L’Italia degli Italiani, Torino, Roux Frassati e Co Editori, 1895, Voll. III.

G. Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, Torino, Einaudi, 1968.

Ministero dell’Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato. LXIII. Gli archivi dei regi commissari nelle provincie del Veneto e  di Mantova 1866, Documenti, Roma, 1968, Vol. II.

E. Morpurgo, “La questione economica e il Ministero d’agricoltura e commercio”. Discorso alla Camera nella tornata del 27 febbraio 1869, Firenze, Tipografia Eredi Botta, 1869.

S. Jacini, “Sulle condizioni della cosa pubblica in Italia dopo il 1866”, Firenze, 1870. Il passo citato è in A. Berselli, La Destra storica dopo l’Unità, Bologna, Il Mulino, 1965.

A. Berselli, La Destra storica dopo l’Unità, Bologna, Il Mulino, 1965.

F. Della Peruta, “Documenti sull’internazionale a Venezia-1872 1873” in Movimento operaio, 1950.

M. Macchi, Annuario storico italiano, Milano, Natale Battezzati Editore, 1874.

P. C. Masini, Storia degli anarchici, Milano, Rizzoli, 1970.

“La Federazione Italiana della Associazione Internazionale dei Lavoratori”, Atti congressuali; indirizzi, proclami, manifesti, a cura di Pier Carlo Masini, Milano, Edizioni Avanti!, 1964.

M. Bakunin, “Da La Comune di Parigi e l’idea di Stato (1871)”, in M. Bakunin, Libertà, uguaglianza, rivoluzione, Edizioni dell’Antistato, Milano 1976.

Risposta d’un internazionale a Giuseppe Mazzini, per M. Bakounine, Milano, Presso L’Amministrazione del ‘Gazzettino Rosa’, 1871.

“Cafiero ad Engels”, Napoli, 12 luglio 1871, in E. Romano, Storia del movimento socialista in Italia, Bari, Laterza, 1966, Vol. III.

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Della lettera del Generale Garibaldi a Giuseppe Petroni. Osservazioni di Maurizio Quadrio, Genova, Stabilimento Artisti Tipografi, 1874.

L. Valiani, La lotta sociale e l’avvento della democrazia in Italia, 1876-1915, UTET, 1976.

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La lettera è pubblicata in Appendice in Daniele Manin e Giorgio Pallavicino. Epistolario politico, a cura di B. E. Maineri, Milano Tipografia Editrice di L. Bortolotti & C., 1878, p. 578.

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G. B. Emert, “Una polemica letteraria del 1844-45”, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958.

L. Torresan, “Crespano Veneto: comune e parrocchia dal 1866 al 1898”, in Comuni e parrocchie nella storia veneta fra l’Ottocento e il Novecento, a cura di A. Gambasin & L. Torresan, Vicenza, Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e di Storia Religiosa, 1983.

L. Briguglio, “La vita politica e sociale a Venezia dopo il 1866”, in Storia della civiltà veneziana: Dall’età barocca all’Italia contemporanea, a cura di V. Branca, Milano, Sansoni, 1979, p. 323.

A. Gambasin, Il movimento sociale nell’Opera dei congressi (1874-1904). Contributo per la storia del cattolicesimo sociale in Italia, Roma, Editrice Università Gregoriana, 1958.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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