Divagazioni sui conflitti generazionali e inter-generazionali

Definisco “divagazioni” alcune riflessioni sui conflitti generazionali e anche inter-generazionali perché esse mancano di sistematicità organizzativa interna. Si divaga un po’ sul tema in questione, passando agilmente (forse anche troppo, potrebbe dire qualcuno) dal mondo antico all’età moderna e contemporanea. Trattandosi di semplici divagazioni, anche la bibliografia è piuttosto a-sistematica.

A livello molto epidermico si ritiene dai più che il conflitto generazionale sia un fenomeno contemporaneo, mentre, in passato, la situazione sarebbe stata “più calma”. In realtà le cose stanno in maniera diversa, e i conflitti generazionali attraversano tutta la storia delle culture occidentali, sin dal mondo antico.

Se andiamo a leggerci il libro curato  da Stephen Bertman, pubblicato verso la metà degli anni ’70, scorrendo l’indice, ci si accorge che di “Generation Gap” ne possiamo contare parecchi nell’antichità, sia in Grecia sia a Roma. Così ci accorgiamo, per esempio, che la situazione era in fibrillazione già dai tempi d’Omero, per poi proseguire, ininterrotta e riconoscibile perfettamente, in autori come Eschilo, Euripide, Aristofane, Tucidide, Platone e Aristotele, per finire alla sostanziale crisi della patria potestas a Roma, con  singulti e lamentazioni varie per la fine dell’antico e assai venerando Mos Maiorum, riassumibile nel famoso detto

O Tempora, O Mos Maiorum!.

Cosicché Meyer Reinhold  poteva asserire a cuor leggero che i conflitti generazionali non sono affatto una prerogativa dell’età contemporanea, ma un “obvious” carattere “anche” del mondo antico (1).

Premesso che la “ribellione” ai padri era  quasi impensabile in società antiche dove, da un lato vigeva la “paura del cambiamento” e, dall’altro, “the patriarchal family was the keystone of stabilility in society” [la famiglia patriarcale era il pilastro della stabilità sociale] (2); tuttavia, casi di ribellismo, con relativa “uccisione dei padri” ci sono stati (almeno in letteratura), e il caso di Edipo è ben conosciuto da tutti da quando Freud lo rimise in voga.  Il ribellismo generazionale, nelle società antichissime,  non andò mai, per tempi lunghissimi,  a intaccare l’auctoritas dei padri, dotati di sapienza e saggezza, cosiccome non pensò mai d’intaccare le strutture portanti della società.

Una prima  inversione di tendenza, con “giovani ribelli”, che non soltanto rivendicavano uno “sganciamento” dai padri ma anche dalle “leggi” della città, si sarebbe verificata in Grecia con i Sofisti. Essi, secondo Meyer Reinhold , furono gli unici che attivarono “a vigorous and conscious opposition in Athenian society” [una vigorosa e consapevole opposizione nella società ateniese] (3), mettendo in crisi il “nomos”, le leggi sacre della città-stato in nome dei diritti dei giovani contro i vecchi.

I Sofisti, dunque, sembrerebbero essere stati l’unica reale “minaccia”  allo status quo e dei padri e delle leggi millenarie che governavano la città; ma essi trovarono  baluardo insormontabile in quanti, come Socrate,  Platone, e Aristotele ne combatterono le pretese senza esclusione di colpi. Platone, per esempio, si mostrò affatto intollerante,  definendo assolutamente “vergognosa”  qualsivoglia offesa nei confronti dei vecchi (4). Gli offensori della vecchiaia dovevano addirittura essere “banditi” dalla città, vietando loro persino l’accesso ai luoghi sacri. Aristotele fu ancora più duro con la gioventù, asserendo  che l’ obiettivo primario di essa era uno soltanto: “money”, e ancora “money”, essendo essi giovani sfrenati nell’ambizione; sempre “speranzosi”,  ma privi d’ogni disegno concreto rispetto al futuro (5).

Nel mondo romano le cose stavano, più o meno, negli stessi termini visti in Grecia: i Romani, asseriva Meyer Reinhold, avevano scarsissima considerazione dei giovani, ritenuti, quasi per natura, “inetti”:  “foolish young men”, asseriva Meyer Reinhold traducendo l’avvocato Cicerone  (6), il quale sentiva montare un’evidente disaffezione delle giovani generazioni verso lo Stato Romano di matrice senatoriale, e la classe dirigente che ne era espressione  (7). Nel caso in questione non si trattava soltanto di giovani che “derogavano” dai costumi castigati del Mos Maiorum con una vita spesso dissoluta, ma che minavano anche le fondamenta dello Stato Romano così come l’antica aristocrazia l’aveva costrutto.

Cosicché, ancora l’avvocato Cicerone, laudator indefesso del Mos Maiorum in tutte le sue declinazioni e sfumature, con enfasi retorica poteva  brillantemente sostenere la tesi per cui  “i grandi Stati furono sempre messi in crisi  da giovani generazioni incapaci e irresolute, e rimessi poi in piedi dalle vecchie”  (8). Scommettendo che anche oggi molti sarebbero d’accordo con Cicerone, ricorderemo come anche Sallustio se la fosse presa di brutto con i giovani,  denunciando aspramente la “corruzione” della gioventù romana, e una certa di essa “disinvoltura” nel perseguire posizione di potere con ogni mezzo, lecito o illecito  fosse stato.

Ormai, diceva Sallustio, l’allontanamento progressivo  dal Mos Maiorum aveva “perduto” la gioventù romana (un po’ prima, come vediamo, della “gioventù bruciata” degli anni ’60 del Novecento), in cui “luxuria atque avaritia cum superbia invasere” [pervasa da lussuria, avidità e superbia] (9).  Chi rimise, a Roma, le “cose a posto”, secondo l’antica “etica” fu Augusto, che avviò una politica decisa di restauratio dell’antico mos, e che impose, dice Meyer Reinhold , “on the younger  generation submission and obedience as the normal way of life” [che inculcò nelle generazioni più giovani il sentimento di sottomissione e d’obbedienza come norma di vita] (10). Del resto è conclamato che con Augusto c’era poco da scherzare.

Dall’esempio “augusto” dell’Imperatore Augusto si potrebbe estrapolare la seguente legge di carattere generale: in uno Stato forte   le giovani generazioni non trovano spazi di manovra: infatti, il massimo cui esse poterono aspirare, sotto Augusto,  fu il “permesso” di riunirsi nei cosiddetti “collegia iuvenum”, associazione di giovani (debitamente “approvate” dallo Stato) che pure ebbero un ruolo nel governo delle città di appartenenza, ma sempre sotto la tutela del mos maiorum, essendo non soltanto escluso, ma neppure pensabile un mutamento di stato (11). Quindi, anche a Roma,  agli esordi  dell’età imperiale, non c’era trippa né per il gatto né per il sorcio, e le “sfrenate” giovani generazioni romane furono “frenate” senza scampo  nei loro istintivi desideri di indipendenza dalla senectus (per qualcuno gerontocrazia) e di mutamento sociale.

Da questo rapido excursus sul mondo antico si evince con chiarezza che il conflitto generazionale avrebbe potuto (e potrebbe)  avere sbocchi “positivi” per i giovani “soltanto” in società in forte fibrillazione, e in momenti storici di fortissimo cambiamento strutturale delle società. Due esempi, uno tratto dalla storia romana, e l’altro da quella moderna, credo possano suffragare abbondantemente l’ipotesi sopra ventilata. Come  ci rende edotti l’ottimo Meyer Reinhold, furono soprattutto “i giovani delle classi superiori, avidi di denaro, temerari, suggestionabili, che vennero attratti dal programma rivoluzionario di Catilina nel 64-63 a.C.; e che egli corteggiò con particolare cura e attenzione”  (12). Infatti, ci narra Sallustio come Catilina “maxume adulescentium familiaritates adpetebat; eorum animi molles, et aetate fluxi, dolis haud difficulter capiebantur”, cosicché “illos obnoxios fidos faceret” [ambiva a ottenere soprattutto la confidenza e l’amicizia dei giovani adolescenti, i cui animi ancora in formazione egli sapeva carpire senza sforzi eccessivi] (13). I giovani che “giravano” intorno a Catilina appartenevano tutti alle più illustri famiglie romane: Lentulo e Cetego alla famiglia Cornelia, Lucio Bestia alla Gens Calpurnia, Quinto Curio alla famiglia di Curio Dentato, il gran vincitore di Pirro, terrore totius Italiae in sella ai suoi elefanti da guerra,  e così via discorrendo.

Il Settecento, al pari dell’età augustea, essendo stato per universale riconoscimento il secolo dell’Assolutismo, fu “statico” almeno sin verso la fine: il 1789, data fatidica della Rivoluzione Francese, provocò a catena mutamenti di stato non soltanto in Francia ma nell’intera Europa, segnando l’inizio di un cataclisma che avrebbe proiettato la “giovane” borghesia verso i fasti che segnarono tutta la storia dell’Ottocento e del Novecento (e oltre). Ma per tornare al tema generazionale, si fa notare che pressoché tutti i protagonisti della Rivoluzione francese erano giovani. Robespierre, per esempio, un personaggio a tutti noto, era nato  nel 1758, e all’inizio del 1789 era poco più che trentenne; e trent’anni aveva un altro protagonista della Rivoluzione, Danton, che era addirittura più giovane di Robespierre, essendo nato nel 1759.  Gli inizi del secolo furono invece ‘preparatori’, nel senso che ci fu un’esuberante presenza di utopie riformatrici. Il Settecento, secondo Bronislaw Baczko, fu infatti il “secolo dell’utopia”:

“Il secolo  XVIII costituisce un periodo caldo nella storia delle utopie. Periodo caldo sia nel numero dei testi utopistici che per la ricchezza dei temi e delle forme del discorso. Troviamo utopie egalitarie e comunitarie, utopie spontaneistiche e di carattere anarchico, ma anche utopie statalistiche in cui il potere regolamenta tutti gli aspetti anche particolari della vita; utopie agrarie e urbane; utopie retrospettive e primitivistiche” (14).

Ma per restare in tema di giovani generazioni, lo stesso Blaczco, in altro lavoro riguardante  gli anni altrettanto caldi della Rivoluzione Francese, il Terrore, ricordava come la “jeunesse dorée […] represents a specific form of revolutionary violence” [la gioventù dorata rappresentasse una forma specifica di violenza rivoluzionaria], e come fu da essa che si trassero “specialized bands of killers recruited from the young people” [bande specializzate di assassini reclutati proprio dalla gioventù dorata  (15).

Non in tutte le età, tuttavia,  le giovani generazioni fecero uso della violenza politica per ottenere quello che si suol definire “un posto al sole”. Nel tumultuoso passaggio verso la modernità, allorché le borghesie europee seppero innalzarsi socialmente attraverso quelle professioni “borghesi” che davano lustro (e molti quattrini), la nobiltà e i rampolli di essa (i “giovani” nobili) seppero individuare molto spesso strade diverse rispetto alle rivoluzioni. Di fronte al montare delle borghesie acculturate, e alla necessità dello Stato moderno, lo “Stato macchina”,  necessitante di quadri preparati nella burocrazia e nell’esercito, molta nobiltà europea seppe “convertire” i propri rampolli alle moderne urgenze mediante un istituto antichissimo (con importanti varianti), a cui abbiamo soltanto accennato in precedenza, e che fu proprio sia dei Greci sia dei Romani: i collegia iuvenum, altrimenti ribattezzati Seminaria Nobilium.

Anche se molta nobiltà, tra Cinquecento e Seicento, faceva ancora istruire i propri figli in casa, un’altrettanto sagace aristocrazia affidò l’educazione, specie dei cadetti, agli esclusivi Seminaria Nobilium sorti un po’ dappertutto in Europa. Trattavasi di collegia, come dicevamo, estremamente elitari, per cui l’ammissione ad essi avveniva soltanto dopo previa e accurata verifica del “pedigree” della famiglia di appartenenza dei giovani nobili. Tale istituzione nacque dalla necessità assoluta di trovare, per i giovani aristocratici, quel “posto al sole” che soltanto l’istruzione poteva dare dentro lo Stato macchina moderno, che, è appena il caso di accennarne, avrebbe represso con ogni mezzo qualsivoglia anche timido tentativo di mutamento di stato. Nel caso sul tappeto il gap generazionale e sociale fu aggirato, e insieme con esso anche i conflitti che le nuove forme sociali avrebbero potuto innescare, e che avrebbero preluso a conflitti “verticali” (con i vecchi), ma anche inter-generazionali tra i giovani borghesi e i giovani nobili,  fornendo  alle giovani generazioni dell’epoca sbocchi di prestigio per entrambi (16).

L’esempio dei secoli tra Cinquecento e Seicento dimostra che, sin dall’epoca moderna, il conflitto generazionale si manifestò, più che come conflitto vecchi-giovani, come conflitto inter-generazionale tra giovani appartenenti alle classi dirigenti. Ma mentre allora si escogitò una via di fuga che funzionò, oggi le cose sono molto più complicate.  I tempi nostri contemporanei  evidenziano conflitti  inter-generazionali e  generazionali evidentissimi (e violentissimi) in un contesto politico mondiale in fortissima transizione.

Il  conflitto inter-generazionale s’è presentato in epoca contemporanea allorché, di fronte alla scolarizzazione di massa, il prestigio dell’istruzione “normale” si dimostrava insufficiente a garantire l’occupazione di posti di prestigio nella società. Di qui lo sganciamento dei giovani appartenenti alle classi privilegiate dalla scuola e dall’Università pubbliche, e il loro inserimento in Università elitarie, “privilegiate”, che avrebbero loro garantito un surplus di conoscenze e una preparazione “migliore” rispetto ai  possibili concorrenti dell’Università pubblica (17). Agli alti livelli, pertanto, il conflitto inter-generazionale è stato sventato attraverso un escamotage già esperito dalla nobiltà in età moderna.

A livello più basso nella scala sociale, tuttavia, i due problemi rimangono irrisolti, nel senso che, attualmente, si continua ad assistere al duplice conflitto vecchi-giovani, sempre più macroscopico; e giovani-giovani, in corsa perpetua verso curricola sempre più elefantiaci quanto, alla fine, sostanzialmente inutili sotto il profilo degli sbocchi professionali. In queste condizioni,  il conflitto generazionale “verticale” diventa  preminente e macroscopico in una visione globale  del problema, per cui, in società divenute molto instabili,  il “mutamento di stato” è diventata ipotesi  “percorribile” ( e non credo che la cosa abbia bisogno di ulteriori chiarificazioni); mentre la svalutazione della vecchiaia, intesa come “età inutile”, o ingombrante presenza, corre veloce nelle vene di molta gioventù.

Ad ammortizzare un po’ l’impatto d’una simile visione, s’è puntato su una “valorizzazione” della vecchiaia, interpretata pragmaticamente come stampella di non poco momento nel sostegno dei giovani e delle loro famiglie. La figura del “nonno tuttofare”, che, money alla mano,  sostiene la figliolanza  ben oltre la giovanezza,  sin quasi alle soglie della “senectus” (che per gli antichi Romani cominciava a quarant’anni), è ormai diventata immagine decisamente “interessante” e “ grata” (nel senso di gradita) alle giovani generazioni,  solleticando le corde d’un giovanile club massicciamente consumistico, e imbevuto fino alle midolla dello “spirito del capitalismo”,  e così smorzando (finché dura) certe tendenze bellicose nei confronti dei vecchi.

Nell’antichità la presenza ingombrante del vecchio era un po’ più difficile da far digerire alle giovani generazioni; anche se, tutto sommato, qualcuno era anche riuscito a escogitare argomenti convincenti. Cosicché, quando i giovani accusarono Nestore, d’omerica memoria, d’essere ormai inutile, e perciò,  da rottamare,  poiché non possedeva più il vigore fisico per combattere i nemici in battaglia, il sunnominato Nestore si difese asserendo ch’era ben vero ch’egli era troppo vecchio per combattere, ma anche ch’egli risultava ben utile a servire il “guerriero” con la sue indubbie qualità (“advisory capacity”)  di “consulente” (militare)  di lungo corso (18). La vecchiaia, intesa  come portatrice d’ “esperienza” delle cose del mondo funzionò allora, e funziona ancor oggi abbastanza bene come “ammortizzatore” degli urti che provengono, talora possenti, dalle giovani generazioni. Nel mondo attuale, tuttavia, funziona meglio  la prima opzione testé illustrata: ovverossia quella  della vecchiaia come “bancomat” per far fronte ( fatte, è ovvio, le debite eccezioni) all’esigenza giovanile incessantemente necessitante di transeunti beni di consumo: il prezzo che si paga per una sia pur altrettanto transeunte e limitata (nel tempo) pace  sociale.

Concludo queste mie “divagazioni” osservando tuttavia che la suddetta pax è più apparente che reale. Sotto le ceneri d’un fuoco mai spento, covano idee di profondi mutamenti di stato. In questo senso, sarebbe molto gratificante (intellettualmente parlando) sapere chi oggi vesta i panni, giammai consunti, di Catilina.

 

Note

1)      Meyer Reinhold, “The Generation Gap in Antiquity”, in The Conflict of Generations in Ancient Greece and Rome, Edited by Stephen Bertman, Amsterdam, B. R. Gruner, 1976, p. 15.

2)      Ivi, p. 23.

3)      Ivi, p. 32.

4)      Ivi, p. 41.

5)      Ivi, p. 43.

6)      Ivi, Cicerone, De Senectute, 6. 60, p. 50 e note.

7)      Ivi, p. 51.

8)      Ivi, Cicerone, De Senectute, 6.20, p. 51 e nota 124.

9)      La congiura di Catilina, secondo il testo approntato da Atto Vannucci. C. Crispo Sallustio, La guerra di Giugurta e La congiura di Catilina, Prato, Tipografia Aldina, 1861,  XII, p. 169.

10)    Meyer Reinhold, The Generation Gap in Antiquity …, cit., p. 53.

11)    Ivi, p. 53.

12)    Ivi, p. 52.

13)    La congiura di Catilina, secondo il testo approntato da Atto Vannucci, cit., XIV, p. 172,  e Meyer Reinhold, cit.,  p. 52.

14)    Bronislaw Baczko, L’utopia: immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell’età dell’Illuminismo, Torino, Einaudi, 1979, p. 29.

15)    Bronislaw Baczko, Ending the Terror: The French Revolution after Robespierre, Cambridge University Press, 1994, p. 178 e p. 241.

16)    Su questi aspetti, Cfr. l’articolo di Claudio Donati, “La nobiltà nell’età moderna”, in Studi Storici, luglio-settembre 1977, n. 3, pp. 163-174, e in particolare le pp. 170 sgg..

17)    Cfr. Igor Semenovich Kon, La contestazione studentesca, Teti, 1975,  p. 134.

18)    Carlyn A. Quebach, “Conflicts between Young and Old in Homer’s Iliad”, in The Conflict of Generations …, cit., p. 58.

 

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