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Enrico Pea e gli “occhi” di Moscardino

dicembre 5, 2017

Schegge di italianistica

Negli ultimi tempi c’è stato un revival del primo romanzo di Enrico Pea, Moscardino. In inglese, il romanzo è stato riproposto tra i “Classic Reprint” dalla Fb &C Limited, nel 2016, mentre  in italiano Moscardino “corre”, lieve e leggero,  nel gran mare degli e-book. Moscardino è un bel romanzo.  Montale,  amico ed estimatore di Pea, soffermandosi sul “tono” dei suoi romanzi osservava scherzosamente che Pea presentava una “splendida inettitudine a fare il romanzo”: “Il tono, infine. Il suo tono rapsodico e austero, la sua capacità di trasfigurare gli elementi del realismo più trito, la sua splendida inettitudine a ‘fare il romanzo’. Sapore di vita e di favola, arte di un uomo che ha saputo conservare per tutta la vita i suoi occhi di adolescente” [corsivo mio] (1).

 

Narrando d’un ambiente chiuso, un po’ tetro e provinciale, gli “occhi” dell’adolescente  Moscardino si posano disincantati sui membri  d’una famiglia di tre fratelli, divisi da un profondo astio l’uno per l’altro, e  ognuno dei quali possiede una buona dose di inconfessabili manie e reconditi desideri per le serve di casa. Essi appaiono profondamente malati nello spirito, per cui uno s’incupisce in una desolante malinconia,  l’altro è un violento e il terzo, l’ “abate”, tiene costantemente le “mani in tasca”, tanto che un po’ tutte le serve che erano passate per casa dovevano redarguirlo: “Don Lorenzo, si levi le mani di tasca”.   Moscardino cresce dunque in un’atmosfera familiare a dir poco caotica,  cupa, da frenocomio, in cui si insinuano  trame trasversali, che sfociano in odi profondi e talora in scene di sesso, con al centro proprio la figura ombrosa del nonno, letteralmente ossessionato da Cleofe, ragazza di notevole bellezza:

 

“Adesso mio nonno era preso da folle passione, e Cleofe non poteva più sopportare i suoi occhi senza cambiare colore”.

 

“Cleofe sentiva che era inutile resistere [e]  si trovò fra le braccia di mio nonno” .

 

I personaggi:

 

La madre dei tre fratelli:

 

“Appena rimasta vedova, la signora Pellegrina si vestì con abiti di seta nera, orlò di nero le camicie da notte, abbassò le cortine delle finestre, accese una lucerna sul canterale. La signora Pellegrina era di grande casato, ed aveva ereditato anche il patrimonio di due sorelle monache morte presto. Ma quel marito suo, inadatto a governare il timone della casa, aveva ridotto a poco i beni suoi e quelli della moglie. Il marito della signora Pellegrina era medico onorario della confraternita della Misericordia, e camarlingo della chiesa di San Lorenzo; e per questo ebbe un bel funerale. La signora Pellegrina non parve nemmeno addolorata della morte del marito; anzi disse: “Beato te, beato te”.

 

I tre fratelli:

 

“Mio nonno era il più piccolo dei tre figli della signora Pellegrina. Il mezzano si chiamava Lorenzo, perché San Lorenzo è il patrono del nostro paese, ed anche perché, proprio nell’anno della nascita di questo Lorenzo, il dottore suo padre era stato eletto camarlingo di quella chiesa. Da piccolo, questo fratello mezzano aveva molto sofferto. A cinque anni andò ritto da sé. Era un po’ balbuziente e faceva dei discorsi così strambi che si sarebbe creduto un raccontatore di fole. Suo padre lo aveva destinato prete; e anche per questo il nome di Lorenzo : San Lorenzo, patrono del paese e titolare di quella bella chiesa coi gradini di marmo, coi sedili appoggiati esternamente al muro che guarda il fiume, dove batte il sole d’inverno, addosso a quei poveri vecchi che sembrano ripararlo tutto sulle spalle curve. Non ricordo il nome del fratello maggiore, ma so che aveva paura del sangue, era taciturno e brutto. Sempre si guardava nella spera. Per nulla si spaventava e piangeva”.

 

Cleofe, la serva di casa:

 

“E adesso mio nonno soffriva che Cleofe entrasse in camera del Taciturno e che l’Abate tenesse le mani in tasca davanti a lei : “Don Lorenzo, si levi le mani di tasca”; e diventava rossa nel dirlo quando c’era mio nonno, e mio nonno se ne accorgeva e tremava : “Ti spennerò come un cappone morto!” ; e lo avrebbe ammazzato, senza l’intervento di Cleofe che lo calmava battendogli dolcemente il palmo della mano sulla gota. Adesso mio nonno era preso da folle passione, e Cleofe non poteva più sopportare i suoi occhi senza cambiare colore” (2).

 

Enrico Pea, autodidatta, come Federigo Tozzi, fu  consacrato e variamente promosso da patròn del calibro di Emilio Cecchi e Gianfranco Contini, da Ezra Pound e Ungaretti, con di rincalzo Montale. Cecchi, alla pubblicazione di Moscardino, ne fece un  plauso sincero: “E’ certo che in Moscardino, nonostante i difetti accennati, sono alcuni fra i più tersi episodi della nostra narrativa contemporanea” (3).

 

Il fratello maggiore, dice Moscardino “sempre si guardava nella spera”. La “spera” o “sphera” è lo specchio, su cui si persero  ossessivamente i poeti barocchi.  Secondo Contini, Pea avrebbe fatto bene “a corredare i propri libri di indicazioni lessicali” (4). Contini, da vero degustatore di primizie della lingua, non poteva restare insensibile di fronte a una produzione letteraria come quella di Enrico Pea, definito affettuosamente caro poeta,  e per il quale allestì un glossario globale, compulsandone da par suo tutta la produzione letteraria, persino le bozze, di cui lo scrittore gli era tenace fornitore.

 

Ezra Pound, che dopo varie peregrinazioni fra Stati Uniti, Inghilterra e Francia si stabilì nel 1924 a Rapallo, ebbe costanti e amichevoli rapporti con Pea, che gli fu segnalato da Montale, e  del quale gli piaceva un po’ tutto, a cominciare probabilmente dalle iniziali del nome, Enrico Pea, che ovviamente rinviano  alle proprie, Ezra Pound. Agli inizi degli anni ’40, la corrispondenza tra i due si fece  intensa, con lo scrittore americano che assicurava a Pea tutto il suo appoggio per la promozione all’estero del suo primo romanzo, che egli stesso si impegnava a tradurre, e che infine tradusse. In una lettera a Pea, Pound gli chiedeva  “il permesso di tradurre Moscardino in inglese”.   “Sono altresì convinto, continuava Pound,  della difficoltà di trovare un editore in Inghilterra o negli Stati Uniti, ma il tuo  libro m’interessa parecchio” (5).

 

Qualche tempo più tardi Pea rispondeva al “caro amico” congratulandosi per il fatto di voler tradurre Moscardino in inglese, anche se riconosceva che il suo  “lavoro presenta qualche  difficoltà anche per via di certe espressioni tipiche della  Versilia”. Ma si rallegrava comunque  che egli fosse fermamente intenzionato “a  tradurre Moscardino”,  perché la cosa, concludeva,  “si può fare soltanto da un uomo con uno spirito vivace e moderno come il tuo”.

 

Comunque sia, se per Pea Ezra Pound era uomo di “spirito vivace”, per Emilio Cecchi “il Pea si presentava come uno scrittore eccezionale, che produceva e metteva in circolazione certi piccoli romanzi in valuta oro” (6); una valuta oro che affondava le proprie radici, per dirla con Montale, nell’adolescenza, vissuta intensamente in Versilia, e capace di “occhi” talmente esperti da far invidia a un adulto scaltrito.

 

Moscardino rimane tuttora il  romanzo più riuscito di Pea, molto coinvolgente sotto il profilo emozionale, e che,  a parte qualche preziosità lessicale, si propone al lettore di oggi per una lingua fluida e semplice. Insomma, Pea è uno “scalpellatore di parole e di uomini” diceva ancora Montale,  provvisto d’un “maschio linguaggio”. Montale, che capì  Enrico Pea come pochi, ci ha lasciato il ricordo di lui in una lirica struggente e, oserei dire, “profetica”, visto come sono andate le cose nello scorrere degli anni:

 

Lo conoscevo da trent’anni o più, come impresario

come scalpellatore di parole e di uomini.

Pare che oggi tutti lo abbiano dimenticato

e che la notizia in qualche modo sia giunta fino a lui,

senza turbarlo (7).

 

 

Note

 

1)      E. Montale, “La sua poesia. Enrico Pea”, in Sulla poesia, a cura di L. Zampa, Milano, Mondadori, 1976, p. 279.

2)      E. Pea, Moscardino, Milano, Fratelli Treves Editori, 1922, pp. 1-2, 4, 14.

3)      E. Cecchi, Recensione a Moscardino, La Tribuna, 28 aprile 1922, in E. Cecchi, I Tarli, a cura di S. Betocchi & E. Siciliano, Roma, Fazi Editore, 1999,  p. 57.

4)      G. Contini, “Il lessico di Enrico Pea”, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1979, p. 259.

5)      Moscardino, by Enrico Pea, Translated from the Italian by Ezra Pound, Brooklyn, Archipelago Books, 2004. I testi in inglese delle lettere fra Pound e Pea , liberamente tradotti in alcune parti, sono alle pp. VIII-IX).

6)      E. Cecchi, Libri nuovi e usati, Edizioni Scientifiche Italiane, 1958, p. 102.

7)      E. Montale, “Altri versi. All’amico Pea”, in L’opera in versi, a cura di R. Bettarini e G. Contini, Torino, Einaudi, 1980, p. 675.

 

 

 

 

 

 

 

 

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