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Ermetici, crociani e aspre battaglie

novembre 15, 2017

Schegge di italianistica

Com’è noto l’etichetta di ermetici fu affibbiata da Francesco Flora agli invisi propugnatori della poesia pura e oscura, avendo per  Ungaretti un particolare riguardo,  definendolo “analogista genioso e sterile, musicale e prosastico, umano e futile [il quale] non è né l’inventore della tecnica analogica, né l’iniziatore o il profeta dell’ermetismo” (1). Aprendo il fuoco contro gli ermetici nel primo numero della rivista da lui diretta, Aretusa, Francesco Flora iniziò la sua reprimenda sparando letteralmente a zero sia sul  Surrealismo prima sia  sull’Ermetismo poi, bollandoli entrambi  con parole di fuoco:

 

“Le poesie chiuse e oscure furono spesso un modo di rinnegare la civiltà che è chiarezza, ordine, armonia, sopra l’originaria confusione: illudendosi di raffinatezza furono un ritorno alla poetica dello stato di natura, alla sensualità meramente istintiva, nello stadio analogico della sensazione ferina, non già della coscienza umana”.

 

“Or, chi ben guardi, questa poetica e  questa metafisica, di surrealisti o di ermetici, nascono da un abbandono dell’umano per disperazione o per inganno. Ma dove l’uomo vien meno, e mancano i segni di ciò che lo fece civile anche sugli affetti elementari, il vegetare e imbestiare delle lontane analogie non ha durevole presa sull’animo: e se questa è la voce dell’inconscio occorre dire che l’inconscio, privo della ragione che lo forma, lo ordina e lo tramuta,  è irrimediabilmente sterile. A leggere molti dei testi surrealisti ed ermetici si prova quella stessa delusione che alcuno di noi soffrì dinanzi alle risposte troppo ovvie di grandi morti  nelle sedute spiritiche”.  E  poi giù con altri severi giudizi sugli ermetici, che, a suo avviso,  avrebbero letteralmente “perduto il senso della verità”, contribuendo a “disumanare l’uomo”  (2).

 

Subito dopo il saggio introduttivo  di Francesco Flora, compariva quello di Antonio Russi (Discorso sulla poesia contemporanea), che si chiedeva se in Italia qualcuno avesse mai letto un libro di poesie degli ermetici, sempre presupponendo però  che  nell’Italia “povera” di quegli anni (il saggio è del 1944) ci fosse in giro qualcuno che avesse avuto i soldi con cui comprarlo. Per A. Russi  l’ermetismo era più che altro un “fenomeno di moda”,  e per di più roba da “giornalisti” e non da critici letterari. Rifacendosi poi all’ “oscurità” degli ermetici,  ricordava come Massimo Bontempelli “poté cavarsela raccontando come a un tale che pretendeva farsi spiegare da lui un testo ermetico egli avesse finito per rispondere: ‘Ma poi chi ti spiegherà la mia spiegazione?’ ” (3).

 

Soltanto che, dall’“altra parte”, tra i difensori ad oltranza dell’ermetismo, troviamo i nomi di Carlo Bo, di Oreste Macrì, di Umbro Apollonio, di Pietro Bigongiari e Mario Luzi. Essi difesero le posizioni dell’ermetismo con una prosa tanto “ermetica” quanto, visti i risultati, efficace. Carlo Bo, scrisse  che “la nostra letteratura subisce le insistenze di un suggerimento poetico:  come la poesia è una permanente proiezione di vita. Il suo futuro, assai meglio il suo tempo ha inizio ogni volta sul mistero, la sua esperienza si consuma nell’ansia, nell’aspettazione di una verità. Poesia è ontologia”, conclude, ermeticamente, Carlo  Bo (4). Quindi, nascendo dal “mistero” (e qui non è possibile dire altro, sennò non sarebbe più in mistero), la poesia (ermetica) si proietterebbe nell’ansiosa ricerca di una “verità” ascosa ai più e ontologicamente insondabile con i normali strumenti umani: forse il “varco” di Montale.

 

Da parte sua, Macrì riscontra nell’ermetismo una “singolare analogia con quell’aura di eternità, di castità, di purezza, di avversità al dato empirico, occasionale, casuale, che spira dai migliori testi di poesia del nostro tempo […] Il nostro tempo tenta di risolvere il problema del valore della parola in se stessa, in quanto tale  ” (5). Cosicché, spiegava al proposito D. Valli,  “la poesia è ancora una volta riportata alla sua genesi di pura assolutezza, di azzardo totale dell’essere, di ritorno alle fonti e alle origini della vita  e della realtà attraverso uno slancio qualitativo che non ammette tentennamenti: ‘si delinea […] uno stato di grazia poetico barbaro, selvaggio, sprovvisto, nudo, essenziale, puro’” (6). Si tratterebbe, traducendo un po’ alla meglio, d’un poeta che si potrebbe assimilare ad un  Vate Omerico, che, invasato dal Dio, “profetizza”, perché vede “oltre” i confini dell’umano.

 

Con Umbro Apollonio “entriamo, per così dire,  nella fase apologetica dell’Ermetismo” (D. Valli, p. 33), che “disserta le porte dell’oscurità, e ci introduce nel mondo dell’intimità e delle più esaltanti ed impensate scoperte” (D. Valli, p. 36). Anche per Apollonio, dunque, il poeta ermetico è colui che “disserta”, ossia riesce ad entrare in una sorta di colloquio con il mondo dell’indicibile, riportando poi, dal suo viaggio attraverso gli anfratti più oscuri della vita, “impensate scoperte”.

 

Anche per Pietro Bigongiari l’ermetismo va verso l’ “eterno”, “nella volontà continua di evadere da se stesso percependosi totalmente” (D. Valli, p. 100). Qui il poeta, tutto raccolto in sé e ignaro di tutto (percependosi totalmente) s’avvia alla scoperta dell’ “eterno”: il poeta è quindi un mistico, avulso completamente dal mondo, e totalmente concentrato in sé, tanto da riuscire a varcare i penetrali dell’eterno.

 

Luzi, infine,  attraverso l’ermetismo si richiama alla “responsabilità dello spirito, che rifiuta una poesia e un’arte di routine, utilitaristiche,  ingabbiate in una retorica e in una legge stabilite dall’esterno una volte per tutte” (D. Valli, p. 89).  Mario Luzi si lascia meno coinvolgere dal “furor” criptico-mistico dei suoi amici ermetici, proponendo la poesia ermetica quasi come un’attività “liberatoria”, che sfugge alla “routine” delle “solite cose di pessimo gusto”, avrebbe detto Gozzano, per obbedire essenzialmente alle leggi dello spirito.

 

Pertanto Bo, Macrì, Apollonio, Bigongiari e Luzi fecero un quadrato inattaccabile, oserei dire “ermetico”, tetragono ad ogni tentativo di espugnazione dall’esterno,  a difesa strenua delle ragioni della poesia “pura” contro  il  crocianesimo di stretta osservanza, “nel quale esso ermetismo avvertiva il limite  di una ‘libertà illusoria’ della poesia’, in quanto ‘essa tornava in realtà sempre in un ciclo civile’, che contaminava e degradava ogni declamata pretesa di purezza’” (D. Valli, p. 100). In altre parole, la poesia non ermetica si “sporcava” le mani nella mota della realtà, degradandosi nonostante le mille crociane  pretese che facevano della poesia una delle più alte attività dello spirito. E’ ovvio che soltanto la poesia ermetica “volava alto”, restando immune da ogni contaminazione con il reale (il ciclo civile).

 

Sta di fatto che poi la lotta sopì, e l’ermetismo conobbe stagioni davvero gloriose.  Carlo Bo, tornando sugli anni della formazione dell’ermetismo (Ermetismo: la poesia nata al caffè), e ricordando con nostalgia i vecchi amici, da Luzi a Bigongiari, da Macrì a Giorgio Pasquali a Luigi Foscolo Benedetto, che erano soliti riunirsi a discutere al “Café [sic] San Marco, che distava, ed esiste tuttora, pochi metri dalla sede dell’università fiorentina e della Facoltà di Lettere”, non si scordò neppure dei “nemici” dello stesso ermetismo. Cosicché, per l’occasione, a Carlo Bo probabilmente sovvennero alla memoria che non falla gli sferzanti giudizi del “crociano” Francesco Flora:  e lo trattò male, anzi, malissimo,  riducendolo a una figura di critico pressoché evanescente:

 

“La definizione di ermetico era derivata dalle approssimazioni critiche di un critico crociano oggi non sempre ricordato, Francesco Flora, che aveva riesumato il titolo per Ungaretti” [corsivi miei] (7).

 

Certo che, e senza la pretensione di far della critica psicanalitica da quattro soldi,  quel critico “approssimativo” e “oggi non sempre ricordato” di Francesco Flora dovette colpire nel profondo gli ermetici, se Carlo Bo, a distanza di moltissimi anni (più di quaranta), ancor si sovvenne  delle impietose e sferzanti critiche di quell’ “evanescente” seguace di Benedetto Croce.

 

Note

1)      F. Flora, “Fortuna del poeta Ungaretti”, in La poesia ermetica, Bari, Laterza, 1947, p. 136.

2)      Aretusa, Rivista di varia letteratura diretta da Francesco Flora, marzo-aprile 1944, n. 1, p. 30 e p. 31.

3)      Antonio Russi, “Discorso sulla poesia contemporanea”, in Aretusa, cit., pp.  33-34.

4)      D. Valli, Storia degli ermetici, La Scuola, 1978, p. 164.

5)      O. Macrì, Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, Firenze, Vallecchi, 1941, pp. 99-100.

6)      D. Valli, Storia degli ermetici, cit.,  p. 97.

7)      C. Bo, “Ermetismo: la poesia nata al caffè”, in Nuova Antologia, aprile-giugno 1998, pp. 154-157, in particolare le pp. 154-155.

 

 

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