Esopo, la forza della retorica e la pseudologia

Fedro (I secolo d.C.) fu autore di favole che sono considerate le più belle del mondo antico,  con insegnamenti che qualcuno considera  di grande valore pratico. A quanto ci racconta Fedro nelle sue Fabulae Aesopiae, Esopo era furbo, e anche molto vendicativo (Esopo nacque probabilmente in Tracia intorno al 620 a. C.). Si dice che un tale gli lanciò un sasso per scherno, ed Esopo, invece d’arrabbiarsi come accadrebbe a tutti, fece finta di nulla, e, anzi, regalò una moneta al suo molestatore, sussurrandogli, mentre gliela metteva tra le mani:  “Guarda, non ne ho altre da darti. Però, vedi, quel tale che adesso sta passando vicino a noi? E’ ricco sfondato. Se gli ammolli un sasso, chissà quanti soldi ti dà!”. E quello gli tira contro un bel sasso. Solo che il tale che passava, invece di premiarlo, lo fece crocifiggere, per aver egli osato mancare di rispetto ad un par suo. Fedro, commentando l’episodio, osservò che successus ad perniciem multos devocat, che è come dire che il successo a molti dà alla testa, e li porta alla rovina.

Esopo ne aveva di ammonimenti un po’ per tutti, anche per quelli che fanno i galli e pensano di cavarsi sempre dai guai con le chiacchiere. E qui ne viene buona un’altra, che racconta di un gallo che s’era fatto prendere da un gatto. Il gallo, puntando sulle proprie qualità vocali e soprattutto oratorie, cercò con tutta una sequenza d’argomenti di convincere il gatto a non fargli la festa. Il gatto ascoltò attentamente tutti gli argomenti del gallo, annuendo. Quando il gallo pensò d’averla sfangata, il gatto gli si rivolse elogiando la di lui eloquenza, ma  aggiungendo: “Rispondi al seguente quesito: ‘Per via dei tuoi tanti argomenti, dovrò io rinunciare a mangiarti’?”. Per dire che, se il gatto ha fame, non mangia gli  argumenta, bensì l’argomentatore. E’ quella famosa legge della forza a cui Esopo fa spesso riferimento con esempi illuminanti, come nel caso della spartizione di una preda catturata insieme da un leone, un asino e una volpe, astuta per definizione. Il leone chiese all’asino di spartire la preda, e l’asino fece parti uguali. Il leone allora gli saltò addosso e l’ammazzò. Poi chiese alla volpe di far essa le parti. E la volpe diede quasi tutta la preda al leone. Il leone si mostrò oltremodo contento della spartizione, e rivolto alla volpe disse: “Di’ un po’, ma chi t’ha insegnato a far le parti  in questo modo?”. E la volpe: “ La fine che ha fatto l’asino” (1).

L’astuzia, quindi, sembrerebbe l’unica arma per difendersi dalla forza, contro cui, chi è saggio, dice Esopo, deve cedere. Anche l’esperienza serve molto secondo Esopo a fare scelte appropriate, perché non è poi l’esperienza quella cosa che, come alcuni dicono, “quando ce l’hai non ti serve più a nulla”. E quindi, a tal proposito, Esopo ci racconta la storiella della cornacchia, che amava soggiornare tranquillamente sulle spalle dolenti della pecora, la quale si lamentava: “Non ne approfitteresti così se tu ti mettessi sopra un cane”. E la cornacchia rispose che, se campava così a lungo, era perché conosceva molto bene il mondo, disprezzando i deboli, e cedendo ai forti, ben sapendo, grazie appunto all’esperienza del mondo, chi poteva offendere e provocare e chi, invece, evitare accuratamente.

Le favole d’Esopo, come si vede, si muovono dentro uno stato di natura, e gli animali ne sono assolutamente protagonisti. Ma nelle società organizzate, in cui si sia instaurato un sistema liberal-democratico, la retorica può servire, e forse il gallo se la sarebbe potuta cavare, grazie alle doti retoriche, all’“inventio” e agli argumenta, che nella favola esopica aveva profuso a decine. Restando  fermi alla metafora del gallo, e scherzandoci un po’ sopra, potremmo asserire che il gallo ha molta pertinenza con la retorica. Per esempio, secondo tradizione ciceroniona, Plozio Gallo fu il primo a insegnar retorica a Roma:

“Plozio Gallo, che Cicerone chiama primo maestro latino di retorica, aperse scuola nel 666, quando il futuro oratore (nato nel 648) avea tocchi appena i diciott’anni. E narra il grande dispiacere che provò di non avere potuto anch’egli, come altri moltissimi, accorrere ad udirlo, trattenuto, com’era, dall’autorità d’uomini dottissimi, i quali stimavano che gli intelletti dei giovani si educassero meglio frequentando i  greci” (2).

Sbandendo le facezie, la retorica, per tradizione,  e stata sempre interpretata come arte della persuasione. Dove non s’usa la forza della retorica per convincere l’avversario, in genere si va per vie più spicce, usando quella che si chiama la politica della forza, assolutamente imperante  nello stato di natura di Esopo (e oltre), e volta allo scopo di piegare  l’avversario ai propri voleri.

Il problema di fondo della retorica è costituito dal rapporto con chi ascolta, con quello che oggi potremmo definire, in modo generico, il pubblico. Ma qual era il pubblico nel mondo antico?  Già allora le armi della retorica dovevano essere molto raffinate, perché l’oratore doveva misurarsi, pressoché esclusivamente,  con il pubblico dei suoi pari. Si pensi, per esempio, all’avvocato Cicerone, che doveva vedersela coi senatori,  e comunque con la classe dirigente. Apparentemente, l’oratore nel mondo antico  non avrebbe dovuto scontrarsi con problemi insuperabili, agendo egli  in una società non stratificata: doveva  rapportarsi ai suoi pari, di cui conosceva benissimo vizi e virtù. Certo non   doveva certo sudare con altri gruppi sociali, poiché agli schiavi si comandava, e alla plebsvulgo o faex (=feccia), come diceva il sempre arguto avvocato Cicerone,   si offrivano pane e giochi (i circenses, quelli del Circo), e distribuzioni abbondanti e a prezzo politico (=gratuite) di grano.

In realtà, a quanto ci dicono gli esperti della materia,  anche il rapporto con i pari aveva i suoi problemi. O. Longo, discorrendo intorno alle Tecniche della persuasione e scontri di classe nell’Atene del V secolo, affrontò anche il tema  del “rapporto fra forza e persuasione, fra politica della forza e forza della politica. Da una parte, rilevava, il ricorso alla retorica sembra possibile solo quando c’è equilibrio di forze; dall’altra, come si può pensare che in situazioni di equilibrio una parte si sottometta all’altra in virtù del discorso?”  (3).

In effetti, pensare che una parte politica si sottometta a un’altra per via di sola persuasione retorica è molto difficile a credersi, anche dal più bendisposto fra di noi. Il fatto sembrerebbe, com’è stato detto, “un’aporia”   insuperabile, dal punto di vista logico e pratico. E allora qualcuno suppose maliziosamente, e non gli può dar torto davvero, che le tecniche mediatrici della retorica avessero funzionato a dovere soltanto dopo che gli avversari erano stati “convinti” con la forza. In forza di tale inferenza, potremmo dire che nel mondo antico la retorica possedesse una funzione del tutto ancillare nella lotta politica, e che la tradizione  esopiana della forza fosse  imperante. Diciamo altresì che la succitata “aporia”, fatta valere per il mondo antico, perdurò attraverso i secoli, tra Medioevo ed età moderna,  ove la politica della forza ebbe costantemente un ruolo primario nella risoluzione dei problemi politici “interni” agli Stati e nelle relazioni tra gli Stati.

Un uso scopertamente “politico” della retorica è un fatto recente, e può essere fatto risalire alla nascita dei sistemi liberal-democratici “di massa”. L’uso della politica della forza non dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) far parte dei sistemi definiti liberal-democratici, dove invece la persuasione dell’avversario o del pubblico-elettore-consumatore (l’ultimo è quello che lo salva) sarebbe strumento prìncipe della politica.  Mentre La politica della forza presuppone il “bellum” contro qualcuno, la forza della retorica  presuppone, in primis, in secundis et in tertiis l’esistenza di sistemi sociali ove sia possibile esercitare la forza della parola nel tentativo di convincere qualcuno ad accettare le più disparate tesi. Le armi della retorica sono sempre state molto affilate, ma non cruente. La funzione del tutto ancillare della retorica durò quindi  a lungo. In Italia, rilevava Giuseppe Galasso, “ lo stato  rimane il dominio di un’oligarchia o di un principe, non importa; e in Italia si affaccia […] un orientamento dell’opinione pubblica che resterà poi fondamentale nella vita nazionale: la politica è forza e astuzia; ogni tensione morale ne è esclusa, e portarvela è da ingenui; […] tenersene lontani è prudente e opportuno. I mutamenti di signoria, frequentissimi, non accompagnati  da nessun vero sussulto dell’opinione pubblica; la scettica speranza […] che il nuovo signore sia migliore del precedente; la desolata rassegnazione espressa nell’adagio Franza o Spagna, pur che se magna” (4).

La retorica medievale s’applicava all’ ars dictandi, o dello scrivere lettere ai potenti; quella “umanistica” funzionò comunque dentro società già ampiamente modellate dal Prìncipe con la politica della forza; semmai, la retorica umanistica ebbe i suoi spazi esclusivi e privilegiati tra gli intellettuali,  i giuristi e nelle scuole (di retorica). Ma al di là delle particolarità delle società antiche e moderne, il nocciolo della retorica è la ricerca del consenso.

Ora, nelle società di massa la ricerca del consenso attraverso le armi della retorica sembra essere diventato un tema dominante e critico al tempo stesso. Nelle società avanzate, i mass media, i giornali e soprattutto la televisione giocherebbero un ruolo assolutamente fondamentale. In questo senso, ci soffermiamo su alcune interpretazioni, come quella di Luciano Canfora, per esempio, che su argomenti siffatti è uno che non scherza davvero, specie laddove parla di

“una vasta, capillare ed efficace diseducazione di massa, resa possibile nelle società cosiddette avanzate o complesse dalla potenza, oggi illimitata, degli strumenti di comunicazione e di manipolazione delle menti” (5).

“Manipolazione delle menti” e “diseducazione di massa”: Canfora usa termini molto forti perché ciò che colpisce molti osservatori è la sostanziale spregiudicatezza e l’indifferentismo morale con cui si userebbero i media. La retorica  nel mondo contemporaneo  parrebbe dunque cercare la persuasione “a qualsiasi costo”; il che implica l’uso di tutte le strategie, anche di quelle più distanti dalla morale. E ciò costituirebbe una cesura dirimente rispetto  alle democrazie antiche, dove “la retorica […] è  esercizio della persuasione da un lato, e dall’altro convincimento intorno al giusto e all’ingiusto”  (6).

Ora, l’ampiamente supposta  mancanza d’agganci espliciti della retorica contemporanea con il giusto e l’ingiusto comporta una focalizzazione “rumorosa” (iperbole)  sui “dettagli” (anziché sull’insieme dei problemi), e, soprattutto, un’enfatizzazione dell’opinione, che però, di per sé,  è  asserzione “debole”, perché non verificata, e  non giustificata da prove tangibili, ma che, se ripetuta ad infinitum (repetitio), s’impone come “fatto oggettivo”. Altri rhetorical tricks, di carattere più tecnico e che vanno a coinvolgere più direttamente il linguaggio e lo stile di trasmissione dei messaggi, ci vengono incontro  da tutta una letteratura specializzata nel settore. Si menzionano qui alcune tecniche collaudate per “agganciare” il più possibile il fruitore: l’uso della terza persona, per esempio, che rinvia concettualmente a una maggiore “oggettività” rispetto alla prima persona. Un po’ quello che fece Giulio Cesare coi suoi “Commentarii”, dove la terza persona fa parere che sia un terzo a raccontare i fatti, e non l’autore stesso, con un evidente “guadagno” rispetto alla credibilità degli eventi di cui si parla, mentre in realtà Cesare stava facendo, guarda un po’, dell’emerita propaganda pro domo sua. L’uso del presente indicativo,  invece del passato remoto crea una maggiore “vicinanza” al lettore, cui si aggiunge spesso una punteggiatura minima, rispecchiando il parlato, che viene ulteriormente “mimato” buttando lì qualche idea, ma senza eccessiva preoccupazione esplicativa,  lasciando cioè certe questioni del tutto “aperte” alle più svariate interpretazioni, e magari condendo il discorso di interrogative retoriche a risposta “ingabbiata”. A tal proposito, si registra anche l’abbondante uso di “dialoghi”, ché anch’essi sono votati a mimare il parlato, con le già dette risultanze suasorie.  Se poi dovessimo individuare una graduatoria tra le varie “figure” retoriche, un posto di assoluta preminenza dovremmo assegnare alla “repetitio” o anafora, attraverso la quale si agisce sulla “memoria” di chi legge, sedimentando a poco a poco quelle idee, opinioni, etc. che sono ritenute fondamentali da una certa parte politica. Questi sono soltanto  alcuni rhetorical tricks ormai entrati quasi nella leggenda delle tecniche retoriche dell’informazione (7).

Ma anche i classici della retorica, come il De Oratore di Cicerone, hanno ancora qualcosa da dire riguardo la tecnica dell’informazione. Come suggeriva argutamente il “quasi” sempre astuto avvocato Cicerone, l’importante è che “sembri” si voglia “soltanto” informare (dico “ ‘quasi’ sempre astuto” perché, a un certo punto, la retorica non gli servì più di tanto, poiché trovò qualcuno che gli fece la festa, secondo le regole dell’esopiana politica della forza). Comunque sia, egli asserì:

 

“Et quoniam (quod saepe jam dixi) tribus rebus omnes ad nostram sententiam perducimus, aut docendo, aut conciliando ,aut permovendo,  una ex omnibus his rebus res prae nobis est ferenda,  ut nihil aliud nisi docere velle videamur:  reliquae duae, sicuti sanguis in corporibus, sic illae in perpetuis orationibus fusae esse debebunt” [E poiché ( come già abbiamo detto) riusciamo ad attirare la gente dalla nostra parte in tre maniere, o informandola o conciliandocene la  benevolenza o commuovendola, delle tre dobbiamo porne in particolare evidenza essenzialmente una: vale a dire che deve sembrare che vogliamo soltanto informare. Le  altre due devono circolare nel nostro discorso come fa il sangue attraverso il corpo” (8).

Una prima linea difensiva rispetto all’informazione politica è l’applicazione della legge  del sospetto, un consiglio vecchiotto ma sempre attuale:

“Confidence is everywhere the parent of despotism; free government is founded in jealousy  and not in confidence […] Our constitution  has accordingly fixed the limits to which and no further our confidence may go” [La fiducia è ovunque madre del dispotismo; il libero governo è fondato nella gelosia e non nella fiducia […] La nostra Costituzione ha di conseguenza fissato i limiti oltre i quali  la nostra fiducia non può andare] (9).

Soffermandosi sulla “gelosia politica”, Gordon S. Wood  spiegò:

“Radical whigs turned political jealousy into a ‘necessary and laudable Passion.’ The people had to be suspicious of their rulers, for, as Henry Laurens said in 1765, a ‘malicious Villain acting behind the Curtain . . . could be reached only by suspicion’” [“I Radical whigs trasformarono la gelosia politica in una ‘passione necessaria e lodevole’”. La gente deve essere sospettosa dei propri governanti, perché, come asserì Henry Laurens  nel 1765, ‘un tipo poco raccomandabile che lavora dietro le quinte […] potrebbe, e dovrebbe,  essere consegnato soltanto al  sospetto’”] (10).

Il sospetto sembrerebbe dunque giustificato. Una seconda linea difensiva è quella d’andarsi a rileggere quanto scriveva Jonathan Swift nella sua mirifica Art of Political Lying (L’arte della menzogna politica). In essa arte, Swift c’invita a considerare alcuni fatti notevoli. Intanto che

 

“ People have a right to private truth from their neighbours; and economical truth from their own family,  that they should not be abused by their wives, children, and servants. But that they have no right at all to political truth; that the people may as well all pretend to be lords of manors, and possess great estates, as to have truth told them in matters of government”.

Ossia: “Chiunque ha diritto ad una verità privata dai propri  vicini; e ad una verità economica dalla propria famiglia, per non dover subire  abusi di mogli, figli e servi. Ma questo “chiunque”  non  ha diritto  alla verità politica, perché, pretendere da parte sua  la verità in materia di governo, sarebbe come aspirare ad essere signori di castelli o grandi proprietari terrieri” (Traduz. mia) (11).

Pretendere la “verità” dalla politica sarebbe un dato che non rientrerebbe nei diritti dell’ “uomo comune”. Ma perché l’ uomo comune non avrebbe diritto alla verità  politica?

Semplicemente perché, ci spiega ancora Swift, “In his second chapter,  to treat of the nature of political lying,  which he defines to be, the art of convincing the people of salutary falshoods [sic] for some good end”  [Nel suo secondo capitolo, che tratta della natura della menzogna politica, egli la definisce l’ arte di convincere il popolo di verità assolutamente salutari per esso, per un qualche buon fine” (12).

A parte che Swift non si diffonde a spiegarci qual sia mai codesto “buon fine”, perché l’ arte di convincere il popolo è definita arte?

“He calls it an art, to distinguish it from that of telling truth, which does not seem to want art” [Per distinguerla da quella che consiste nel raccontare la verità, che, a quanto pare, non sembra essere un’ arte] (13).

Bene. Dopo le  ammonizioni dell’ottimo Swift, proviamo a tirare qualche conclusione. Riguardo agli “effetti” della retorica dei mass media sugli orientamenti politici dell’elettorato (che sarebbe mistero davvero interessante a disvelarsi) la letteratura sull’argomento è, purtroppo,  ad un tempo stesso sterminata e molto divaricata, sin dalle origini. Come vedremo, c’è chi ci crede e chi non ci crede. Però,  pensiamo per esempio alle recenti elezioni americane: non si può dire che l’attuale Presidente degli Stati Uniti fosse il beniamino della stampa americana (e internazionale); anzi, semmai potremmo asserire l’esatto contrario: e infatti Trump la cosa se l’è legata al dito. Forse bisognerebbe prendere nella dovuta considerazione il fatto che l’ “inventio” di Trump sia stata molto più penetrante ed efficace presso l’elettorato di quella degli avversari,  perché egli è riuscito a scovare “argumenta” a mio avviso più tradizionali e fortemente sedimentati nel background culturale degli americani, come quelli legati all’idea della “grande” America, e d’una frontiera che si sa esistere, ma che si slarga continuamente, agendo nell’immaginario come “infinita possibilità”, nonostante gli orizzonti poco sereni del presente.

In uno studio di diversi anni fa, ma sempre attuale, che si focalizza sul caso americano, ma con interessanti incursioni anche nei territori d’Europa e d’Italia, furono messe sotto la lente d’ingrandimento le variabili più comuni, che hanno giocato ieri, e che (molto probabilmente) hanno anche oggi  un ruolo non del tutto marginale negli orientamenti politici. Le elenco in ordine sparso: il ruolo della famiglia, la trasmissione delle tendenze politiche fra genitori e figli, le fasce d’età, la condizione di studente, gli eventi interni e internazionali, la percezione dello straniero, lo status sociale, e l’indottrinamento politico che deriva, per esempio,  dall’essere cresciuti in ambienti familiari dove padre o madre erano attivisti di un qualche partito. Riguardo la trasmissione delle idee politiche in famiglia, Kent Jennings e Richard Niemi scrivono:

“Che il figlio sia o no consapevole dell’influenza familiare […] sia che i valori siano politici e quindi direttamente pertinenti o non politici, ma politicamente rilevanti […] in ogni caso la famiglia viene ritenuta da molti di importanza cruciale” (14).

Donald Searing et alii inoltre ponevano l’accento su come

“gli individui acquisiscono gli orientamenti politici di base […]  molto presto nella vita, durante l’infanzia. Questi orientamenti tendono a rimanere invariati per il resto della vita” (15).

Questo è vero per la società americana, ma è vero anche da noi (che ci siamo ampiamente americanizzati). Sembra anche vero che, a quanto pare, i rapporti genitori-figli non siano più quelli di un tempo.  Studi recenti hanno infatti sottolineato come le nuove generazioni siano meno legate alle tradizioni familiari, per cui trarrebbero  indicazioni politiche dai media e dai “friends”. Ciò ci riporterebbe a ri-considerare di nuovo l’ impatto dei media sugli orientamenti politici delle nuove generazioni, anche perché, com’è stato detto: “Da dove trarrebbero i “friends” il loro orientamento se non dai mass media, una volta stabilito che si sarebbero anch’essi sganciati dalle tradizioni familiari e dalla scuola?” (16). L’impressione che, comunque, si ricava dagli studi contemporanei (specialmente americani) sul livello di persuasione dei media è d’una palese nebulosità: tutto è assolutamente incerto, e  le ipotesi di partenza rimangono spessissimo non verificate.

La letteratura sociologica americana, che s’interessò dell’impatto dei mass media sul pubblico in tempi ormai lontani, ci offre un quadro d’insieme molto interessante, ma dove tutto è sostanzialmente evanescente, e ci si trova immersi nel mare magnum dell’inverificato e dell’inverificabile. Così, mentre James S. Coleman si mostrava molto “possibilista”  dando quasi per scontata l’influenza dei media specie sugli adolescenti, che entrerebbero in contatto con la “cultura adulta attraverso la lente distorta dei mass media e delle news”  (17), Stefano della Vigna & Ethan Kaplan si chiedono in tempi molto più recenti se la cosiddetta tendenziosità dei media costituisca effettivamente un problema. La risposta è stata che sì, la tendenziosità dei media può diventare un problema se il pubblico non riesce a rielaborare le informazioni; ma  se è sufficientemente  consapevole della loro parzialità  e riesce a  “ filtrare le informazioni”, “è molto improbabile che esse  possano avere  grandi effetti sulle convinzioni dell’elettorato” E ancora:  “La tendenziosità dei media non sembra  far breccia sull’elettorato, anche se altre  teorie alternative sostengono invece il contrario; che cioè i media riescano a convincere. Tale esito, si conclude,  potrebbe concretizzarsi “quando gli elettori non siano sufficientemente consapevoli della tendenziosità dei media”.  Le Conclusioni sono pertanto abbastanza vaghe: “Non possiamo valutare con precisione”; “non abbiamo esaminato direttamente l’impatto sul processo decisionale”; “non possiamo trarre conclusioni definitive” (18), sono le espressioni più ricorrenti.

Dal canto suo,  Larry M. Bartels osserva:

“La pervasività dei mass-media e il loro monopolio virtuale  delle informazioni più varie suggerirebbe agli osservatori  che quel che  dicono i media, e come lo dicono,  avrebbe enormi conseguenze  sociali e politiche.  Tuttavia, la letteratura scientifica tende a confutare più che sostenere il fenomeno, o meglio a ridimensionare  la tesi di un forte impatto mediatico sul pubblico.  Come ha detto Graber: ‘Dopo un iniziale fervore di studi tra il  1940 e il 1950, la ricerca delle scienze sociali sugli effetti dei  mass-media è andata via via  scemando […] Siamo incapaci di stabilire se  effetti vi siano:  forse ci sono, ma non possiamo dimostrarlo […] L’ esposizione mediatica avrebbe effetti minimi nelle campagne politiche,  e quanto al cambiamento d’opinione a breve termine, anche nei  casi in cui tale cambiamento ci fosse,  è probabile che risulti alla fine piuttosto modesto’” (19) [Traduz. sottolineature  e corsivi miei].

In ogni modo, poca o molta che possa apparire l’influenza dei media sugli orientamenti politici, è però un dato di fatto che dobbiamo tutti confrontarci con i rhetorical tricks, e con tutte le adulterazioni del linguaggio della retorica, nonché con quei “news-writers” che la penna di Swift definiva, con feroce sarcasmo, “men of low genius”:

“Towards the end of the chapter, he inveighs severely against the folly of parties, in retaining scoundrels and men of low genius, to retail their lyes [sic], such as most of the present news-writers are, who, except a strong bent and inclination towards the profession, seem to be wholly ignorant in the rule of pseudology, and not at all qualified for so weighty a trust”  (20).

“Verso la fine del capitolo, egli  inveisce severamente contro la follia dei partiti,  che ingaggiano individui discutibili e di scarso genio , allo scopo di  vendere al dettaglio le loro bugie, com’è  la maggior parte degli attuali facitori di news, i quali, a parte  una forte tensione e inclinazione verso la professione, sembrano essere totalmente ignari delle regole della  pseudologia [= arte della menzogna], e non sono  affatto qualificati per meritarsi una così impegnativa funzione”.

A parte che in questo passo Swift (espertissimo cultore di retorica) sembra più preoccupato dell’ “ignoranza” dei “news-writers” suoi contemporanei circa la pseudologia o arte della menzogna che della loro onestà intellettuale, resta il fatto che oggi le cose sembrano molto cambiate, perché la swiftiana pseudologia attualmente  sembra  coltivata da professionisti molto più addentro la materia rispetto ai tempi suoi, avendo essi a disposizione anche altre scienze “sussidiarie” come la psicologia, dell’individuo e delle masse. Le oggettive difficoltà di misurazione con cui si scontra la sociologia in ambito politico ( effetti sulle campagne elettorali, spostamenti di voto, etc.) non inficiano né oscurano minimamente la realtà dei comportamenti  che i media avvalorano, con l’uso delle più svariate strategie retoriche,  presso gli osservatori più accreditati: ossia quella “realtà” che Luciano Canfora, molto crudamente, ma con efficacia, definisce la “manipolazione delle menti”.

 

Note

1)      Per gli esempi, cfr. A. La Penna, “La morale della favola esopica come morale delle classi subalterne nell’antichità”, in  Società, 1961, n. 17, pp. 459-537.

2)      Storia della letteratura romana di Cesare Tamagni, Continuata da Francesco D’Ovidio, Milano, Dottor Francesco Vallardi, 1874, p. 95.

3)      Werther Romani, recensione a “Retorica e classi sociali. IX Convegno Internazionale (Bressanone 11-13 luglio 1981)” in Intersezioni, 1981, n. 3, pp. 725-726.

4)      Giuseppe Galasso, Potere e istituzioni in Italia, Torino, Einaudi, 1974, p. 93.

5)      Luciano Canfora, Critica della retorica democratica, Bari, Laterza, 2002, pp. 13-14.

6)      A. Rigobello, “Retorica, politica, e ricerca della verità nel ‘Gorgia’ platonico”, in  Retorica e politica: atti del II Convegno Italo-Tedesco (Bressanone, 1974), a cura di D. Goldin, Padova,  Liviana 1977, p. 3.

7)      Sulla materia rinvio al Tom Wolfe a cura di Harold Bloom, Philadelphia, Chelsea House Publishers, 2001 (ma prima ediz. del 1974).

8)      Marcus Tullius Cicero, De Oratore, Boston, 1823, p. 203,  Libro II, p. 77.

9)      “Kentucky Legislature. In the House of Representatives”, November 10, 1798, Firmatari: Edmund Bullock, John Campbell, Thomas Todd, B. Thruston, James Garrard, Harry Toulmin, in Resolutions of Virgina and Kentucky, Penned by Madison and Jefferson, Richmond, Robert I. Smith, 1835, p. 68.

10)    Gordon S. Wood, Radicalism of the American Revolution, Vintage Books Edition, 1993, p. 109.

11)    Jonathan Swift, “The Art of Political Lying”, in The Works of Jonathan Swift, London, Charles Elliot, MDCCLXXXIV [1784], Vol. VII,    p. 171.

12)    Ivi, pp. 169-170.

13)    Ivi, p. 170.

14)    Jennings M. Kent  e Richard Niemi, “La trasmissione dei valori politici dai genitori ai figli”, in La socializzazione politica, a cura di A. Oppo, Bologna, Il Mulino, 1980,  p. 163.

15)    Donald Searing, Gerald Wright e George Rabinowitz, “Socializzazione politica e mutamento degli atteggiamenti”, in La socializzazione politica, cit.,  p. 294.

16) Raymond Lawrence Mascula, Political Socialization of Young Adults: Mass Media Use, Political Attitudes and Political Efficacy, A Thesis in Mass Communications, Submitted to the Graduate Faculty of Texas Teach University, 1972, p. 27: “If friends do not receive their influence from their parents or their school, where do they receive their influences?  Research would point to the mass media”.

17)    James S. Coleman, The Adoloscent Society: the social life of the teenager and its impact on education, New York, Free Press of Glencoe, 1961, p. 28.

18)    http://econweb.umd.edu/~kaplan/wbpaper.pdf, p. 79 e Conclusioni (Traduz. mia).

19)    Larry M. Bartels, “Messages Received: The Political Impact of Media Exposure, in  American Political Science Review, June 1993, n. 2, Abstract e p.  276.

20)    Jonathan Swift, The Art of Political Lying, cit., p. 178.

 

 

 

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