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Eugène Ionesco e l’ “imperscrutabilità” degli oggetti

febbraio 26, 2015

Teatro

La cosa

 

 

 

 

 

 

Eugène Ionesco è sicuramente uno dei migliori scrittori contemporanei; nato nel 1912 da padre rumeno e madre francese, ebbe un’infanzia piuttosto angosciosa e tormentata, sia perché erano gli anni dello scoppio della prima guerra mondiale, sia per i dissapori familiari tra i suoi genitori.  Visse a Parigi la prima infanzia, poi il padre tornò in Romania, mentre  la madre s’incaricò sia della sua educazione, sia di quella della sorella  più giovane. Qualche anno più tardi i due ragazzi, reclamati dal padre, dovettero recarsi in Romania. Fu proprio a Bucarest che Eugène assistette all’entrata dei tedeschi in Romania. Dopo il matrimonio, nel 1938, ottiene una borsa di studio per la Francia per completare la sua tesi di laurea.

 

Allo scoppio della seconda Guerra mondiale, Eugène è a Parigi, ma  in difficoltà economiche, tanto più pesanti a sopportarsi perché, nel 1944, gli era nata una bambina; ma  riesce comunque a trovare un lavoro presso una casa editrice. In quegli stessi anni studia anche l’inglese, con un metodo fatto di aridi dialoghi spesso privi di senso; ed è molto probabile che l’esperienza, tutto sommato “traumatica”, dell’apprendimento della nuova lingua abbia avuto un certo peso nella composizione della “Cantatrice calva”, costellata, appunto di  conversazioni un po’ meccaniche e molto spesso prive di senso. L’opera prima non ha successo, che però arriva  ben presto,  grazie anche alla successiva stesura della “Lezione”. Il successo giunge  comunque all’inizio degli anni ’60 con “Il rinoceronte”, opera che consacra Eugène Ionesco come uno dei migliori e più quotati scrittori dell’Avanguardia francese. Per i meriti letterari,  è accolto  nel 1970 all’Accademia di Francia. Muore nel 1994 a Parigi.

 

“La cantatrice Calva” ha  sullo spettatore un effetto decisamente straniante. La famiglia Smith, che abita in una casa nei dintorni di Londra, aspetta la visita dei Martin. I protagonisti della strana “pièce” iniziano una conversazione assolutamente banale,  fatta dei più triti luoghi comuni. Mentre discorrono del più e del meno, si sente bussare alla porta. Qualcuno va ad aprire, ma sulla porta non c’è nessuno. E così via per tre-quattro volte. Alla fine, sulla soglia, si materializza un capitano dei pompieri, che, a poco a poco, s’ingolfa anch’egli nell’assurda conversazione intavolata dagli Smith e dai Martin. Nonostante l’ assoluta inconsistenza dei discorsi, i diversi interlocutori s’infervorano, e non mancano momenti di palese tensione. Poi tutto ritorna alla calma; quando il pompiere toglie il disturbo, gli Smith e i Martin riprendono come se nulla fosse la loro conversazione, praticamente “replicando”  i discorsi iniziali, in una noia esistenziale e intellettuale soffocanti: il dialogo, quindi, riprende con una ciclicità parossistica,  che incarna il “non-sense” di quell’esistenza piccolo-borghese.

 

“La cantatrice calva” concretizza chiaramente la poetica di Eugene Ionesco, il quale, con i suoi “dialoghi-non dialoghi” intende trasmettere allo spettatore il senso dell’incapacità di comunicare tra gli uomini; il loro essere ermeticamente chiusi nel loro mondo. La scelta della farsa è pienamente felice, e riesce a trasmettere, per contrasto, il “tragico” e l’ “assurdo” dell’esistenza. Siamo già, anzi, con “La cantatrice calva”, dentro il cosiddetto “teatro dell’assurdo”, ove la nozione critica va intesa come semplice indicazione di un certo tipo di teatro che, “tecnicamente”,  si sforza di riprodurre la tragicità della condizione umana, fatta essenzialmente di angoscia e di “moderna”, “pirandelliana” incapacità di comunicare, attraverso una serie di espedienti scenici che vanno dalla “meccanicità” inerte dei dialoghi all’assenza d’azione; dalla mescidanza di generi contrapposti (farsa e tragedia) alla presenza “misteriosa” degli oggetti, che si caricano, agli occhi dei protagonisti, di arcani significati. Se, con “teatro dell’assurdo”,  s’intende essenzialmente la proposizione di un oscuro ed inesplicabile clima d’angoscia, possiamo dire che “La Cantatrice calva” è perfettamente riuscita nel suo intento.

 

Nota

 

1)         Eugène Ionesco,  “La cantatrice chauve”,  Paris,  Gallimard, 1954.

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