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Gadda e le Vergini di Foscolo

dicembre 28, 2016

Schegge di italianistica

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In genere, Foscolo è trattato bene dalla critica letteraria. Così, mentre Attilio Momigliano elogiava sperticatamente Foscolo, i cui  Sepolcri, “scritti al colmo della sua breve vita,  fermano in più d’un luogo la figura di questo perpetuo e generoso pellegrino, di quest’uomo che la sorte ha sradicato per sempre dalla casa nativa”, per cui i “suoi soli conforti” erano “lo spirto delle Vergini Muse e dell’Amore”, Carlo Emilio Gadda, linguaiolo dispettoso e indispettito se la prendeva di brutto con il tapino. Immaginando una “conversazione sul Foscolo”, a cui prendevano parte l’avvocato Damaso De’ Linguagi (sotto cui si celava lo stesso Gadda), il professor Manfredo Bodoni Tacchi e Donna Clorinda Farinelli, Gadda sberteggia Foscolo e, soprattutto,  le Vergini foscoliane, che, a suo parere, imperversano un po’ troppo nella lirica del poeta di Zante.

 

Dopo aver chiosato, “Mi sa che gli piacessero di quattordici anni”, l’avv. De’ Linguagi rileva che “Nella poesia del Foscolo tutto si riduce […] ad un macchinoso ed inutile vocabolario; a una sequenza d’immagini ritenute greche e marmorine, a un vagheggiamento di donne di marmo in camicia, o preferibilmente senza, da lui dette Vergini”.

 

Poiché Donna Clorinda fa notare all’avvocato De’ Linguagi che il Foscolo aveva parlato, oltre che delle vergini greche anche di “britanne vergini”, il suddetto avvocato aggiunge aspramente:

 

“ Per il Foscolo siete tutte Vergini, anche quando siete britanne. Era questa la sua specialità: Inneggiare alle Vergini e andare a nanna con le maritate […] Ci sono più vergini nei millenovecento versi del Foscolo che in tutta la storia di Roma antica. Nelle Grazie poi, sono Vergini anche i quadrupedi”.

 

Datosi che Donna Clorinda fa per andarsene stizzita e offesa, l’avvocato comunque la trattiene con un “No, stia comoda”. Indi l’avvocato De’ Linguagi, imperterrito, riprende la sua requisitoria sulle Vergini foscoliane:

 

Vergini gli uomini, vergini le donne, vergini i cavalli, vergini le cavalle, vergine la cerva di Diana. E Diana stessa. E le Muse. E Minerva. Nessuno si salva dalla verginità”.

 

A questo punto il professor Manfredo Bodoni Tacchi non si trattiene più, e volendo intervenire a giusta difesa di Foscolo e delle sue Vergini, sbotta:

 

“Non rechi ingiuria al poeta, alla dolce tristezza del suo verso: non offenda la povertà, la lontananza dalla patria […] Come si può irridere alla memoria di chi ha scritto il sonetto:

 

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar da cui Vergine nacque

Venere …

 

Al sentir di nuovo pronunciar la parola Vergine, l’avvocato rompe tutte le dighe della buona educazione, letteraria e non letteraria, e dopo aver definito gli endecasillabi di Foscolo  “roba da far ridere i polli”, inveisce viepiù, per la gioia degli studenti passati e futuri, contro l’ormai annientato Foscolo con simili insultanti toni:

 

“E dalli! Anche Venere! […] Le sacre sponde, il greco mare, Teresa mia: E Venere che è nata Vergine; come me: come tutti! Ma vada al diavolo!”.

 

Così, su queste aeree parole dell’avvocato De’ Linguagi, abbandoniamo Foscolo al suo destino.

 

Fonti:

 

Carlo Emilio Gadda, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, Milano, Garzanti, 1967, p. 39.

 

Attilio Momigliano, “La poesia dei ‘Sepolcri’”, in Introduzione ai poeti, Firenze, Sansoni, 1979, p. 185.

 

 

 

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