Gerusalemme, il Vaticano e il copia-incolla di Truman

Se vi fu un principio da cui il Vaticano non derogò mai su tutta la lunga e complessa questione di Gerusalemme fu quello per cui la città doveva essere internazionalizzata. In un primo tempo, già dal 1947,  gli Stati Uniti sostennero  la tesi vaticana sull’internazionalizzazione di Gerusalemme sotto l’egida dell’ONU; ma in seguito, per le mutate ragioni politiche (conflitto arabo-israeliano del 1948 e relativa spartizione della città)  ed economiche (vedremo quali), l’Amministrazione Truman cambiò rotta e si espresse per una posizione “possibilista”, mostrandosi disponibile “ad accettare ‘any other arrangment satisfactory to both Jews and Arabs’”  [qualsiasi soluzione soddisfacente sia per gli ebrei sia per gli Arabi ] (1).

La diplomazia vaticana comunque tallonò  Truman perché gli Stati Uniti, prima di prendere decisioni irrevocabili, si esprimessero, data la situazione della divisione di fatto, almeno  per l’internazionalizzazione di Gerusalemme. A tenere il fiato sul collo del Presidente Truman ci pensò con sagacia e  puntiglio rigoroso e senza sbandamenti il Cardinal Spellman, il quale tenne una lunga e insistente corrispondenza epistolare con Trumam il quale,  evidentemente, da come poi si misero le cose, non sapeva più a che santo votarsi  per riuscire a convincere “diplomaticamente” il Cardinal Spellman che ormai gli Stati Uniti avevano cambiato idea sulla questione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme. Così, scrivendo a Spellman nel maggio del 1949, Truman, molto diplomaticamente, cercò di rassicurare l’alto prelato che il governo americano  non aveva dimenticato il problema:

“I wish to assure you,  that the United States Government firmly supports the principle of the internationalization of Jerusalem” [ Voglio assicurarla che il governo degli Stati Uniti appoggia con fermezza il principio dell’internazionalizzazione di Gerusalemme]. Indi, dopo questa disperata captatio benevolentiae  con cui Truman cercava d’indorare la pillola amara che sarebbe seguita, il Presidente constatava che, pur sostenendo fermissimamente il “principio”, c’erano gravi e insuperabili impedimenta dirimenta che ostavano all’internazionalizzazione di Gerusalemme:

“Competent officials of this Government, spiegava disperatamente Truman nella lettera del 19 maggio 1949, have estimated  that the annual cost of a 4,000-man police force to maintain order in Jerusalem would be in excess of $ 30,000,000 […] It is also of considerable importance that, under the Mandate, Jerusalem was not self-supporting but depended upon revenues from the rest of Palestine, revenues which would not be available to Jerusalem as an international enclave…” [ Funzionari competenti di questo governo  hanno stimato che il costo annuale di una forza di polizia di 4.000-uomini per mantenere l’ordine a Gerusalemme sarebbe superiore ai  30.000.000 di dollari […] Inoltre è di notevole importanza sottolineare che, nell’ambito del Mandato, Gerusalemme non era autosufficiente, ma dipendeva per le entrate erariali dal resto della Palestina, entrate che non sarebbero disponibili a Gerusalemme come enclave internazionale] (2).

Il “principio” dell’internazionalizzazione, che per gli americani era “un qualcosa” da cui si poteva prescindere in nome della nuova situazione di fatto, e dei “costi” che esso presupponeva, per la diplomazia della Santa Sede era invece “il” principio, ossia  la base su cui poggiavano le ragioni dell’esistenza stessa del cattolicesimo cristiano nel mondo contemporaneo, e non soltanto in Medio Oriente. E’ difficile, se non in sostanza impossibile, rendersi pieno conto dell’intransigenza assoluta della Santa Sede  sulla questione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme se non si prende in debita considerazione il clima che il Vaticano stava vivendo negli anni immediatamente seguenti  la seconda guerra mondiale, quando la temutissima avanzata del comunismo internazionale si stava concretizzando sotto gli occhi preoccupati del Papato.

Gli anni tra il 1947 e il 1948 furono visti pertanto come cruciali per l’esistenza stessa del mondo cattolico-cristiano: l’Italia, che apparentemente nulla sembra  avere a che fare con la questione della “lontana”  Gerusalemme,  costituisce invece, a nostro parere,  la cartina di tornasole che vale a spiegare perché la diplomazia vaticana dispiegò tutte le sue forze per convincere gli Stati Uniti a internazionalizzare Gerusalemme. Ancor prima della fine della guerra, negli ambienti vaticani si temeva che, alla fine del conflitto, il comunismo  sarebbe uscito vincente in Italia; e che per la Chiesa cattolica sarebbe stata la fine. Il “fronte” che si aprì in Italia nel 1948,  alla vigilia delle elezioni contro il comunismo, e a sostegno della Democrazia Cristiana di De Gasperi, è difficile a spiegarsi adeguatamente in questa sede, ma è sufficiente, credo, ricordare le parole di Pio XII per farsene un’idea: “Essere con Cristo, o contro Cristo: è tutta la questione” (3).  Per di più il Vaticano si sentiva letteralmente accerchiato anche in campo internazionale. La Civiltà Cattolica ricordava ciò che era successo nei paesi dove il comunismo aveva messo piede:

“Si vuole forse che episcopato e clero italiano attenda, per gridare al lupo, che sacerdoti e fedeli siano già davanti ai plotoni di esecuzione […]? Attendere e permettere che in Italia si verifichi quanto si è già verificato in Russia e nel Messico, in spagna e in Jugoslavia, in Romania e in Ungheria?” (4).

E ancora:

“Da una parte c’è Roma che insorge per la difesa del regno di Dio e della civiltà cristiana; dall’altra c’è la capitale dell’ateismo dichiarato e militante”  (5).

La questione di Gerusalemme presentava contorni molto simili. Si temeva la rapida scomparsa del cristianesimo dalla città se non si fosse fatto in modo di internazionalizzarla. I dubbi, e soprattutto le paure della Santa Sede erano dati  da diversi fattori, tra cui, non ultimi, quelli relativi alle difficoltà “del ritorno nella Città Santa dei profughi arabo-cristiani” (6); ma su tutto circolavano  gli stessi timori con cui si guardava alla situazione dei cattolici nei paesi comunisti: si temevano persecuzioni e una rapida “fine” dell’enclave cristiana in Medio Oriente.

 

Into the focus of a possible general war (Monsignor Tardini)

 

Ora, si potrebbe anche non vedere il rapporto tra la questione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme e l’incubo dell’avanzata anti cristiana del comunismo;   ma tale nesso era ben chiaro agli occhi del capo della diplomazia vaticana, Mons. Tardini, il quale, rompendo la tradizionale cautela, “aveva apertamente criticato la politica medio-orientale degli Stati Uniti”. Le ragioni di tanta irruenza di Mons. Tardini stavano nel fatto che, a suo avviso, il principale esito di tale errata politica sarebbe stato “quello di offrire all’Unione Sovietica la possibilità di “trasformare”, nonché di  scagliare la Terra Santa  ‘into the focus of a possible general war’”, ossia al centro di una nuova e possibile guerra generale (7). Tuttavia, secondo gli osservatori del “Foreign Relations of the United States”, l’allora Primo Ministro israeliano non mostrava di prendere sul serio le  preoccupazioni del Vaticano per possibili infiltrazioni comuniste nel paese:

“[5.] Re reported Vatican fear communism in Jerusalem, Prime Minister emphatically said: ‘Rome will be Communist before Jerusalem’” [Riguardo le paure del  Vaticano per il  comunismo a Gerusalemme, il Primo  ministro  enfaticamente asserì che  ‘Roma sarà  comunista molto prima di Gerusalemme’] (8).

Nonostante la “battuta” del Primo Ministro, sta di fatto che la questione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme sembrava stare parecchio a cuore al governo russo. La riprova è data dal documento segreto (secret), segnato 867N.01/-7-149 Telegram, inviato dal  Chargé in the Soviet Union (Kohler) to the Secretary of State, da Moscow, July 1, 1949-3 p.m. :

“1661.1. It seems to us in retrospect that Soviet Support for internationalization Jerusalem  under TC nothing more than formalistic gesture which had to be made in order not jeopardize adoption and implementation overall partition plan embodied GA resolution November 29, 1947 (Jerusalem’s numbers 437 and 440 to Department)” [  Visto col senno di poi,  ci sembra che il supporto sovietico per l’internazionalizzazione di Gerusalemme sotto un controllo transnazionale sia stato niente di più che una presa di posizione formale che doveva essere fatta per non compromettere l’adozione e l’implementazione del piano di partizione globale compreso nella risoluzione GA del 29 novembre, 1947 (Settore Gerusalemme, ai numeri 437 e 440) ] (Traduz. mia).

“2. Soviet supported this resolution because it believed creation weak independent state or states in Palestine would further its basic objective of eradicating Anglo-American influence in area and substitution therefore of Soviet Communist influence. Internationalization Jerusalem under TC not entirely compatible with this objective but certainly better  from Soviet viewpoint than British control” [ L’ Unione Sovietica ha appoggiato questa risoluzione perché ritiene che uno stato indipendente debole o la creazione di più stati in Palestina avrebbe ulteriormente rafforzato l’obiettivo fondamentale di sradicare l’influenza anglo-americana  nella zona, e pertanto la sua sostituzione con l’influenza comunista sovietica. L’ internazionalizzazione di Gerusalemme sotto un Controllo Transnazionale non sarebbe completamente compatibile con questo obiettivo,  ma certamente meglio, dal punto di vista sovietico,  del controllo britannico].

“3) Soviets nevertheless consider Israel as ‘soft’ for penetration purposes” [ I sovietici tuttavia considerano Israele  piuttosto permeabile (soft) a scopi di penetrazione].

Nota 1) “In a Communist Nerwspaper in Jerusalem, which denounced the internationalization of Jerusalem as a device ‘to enable US gain control over Israel’, and asserted that even international control over the Holy Places ‘would result in complete control by American rules over all Jerusalem,” Mr. Burdett concluded that “Strong opposition by Communist paper to any form internationalization Jerusalem may indicate change in USSR attitude this question” [Riguardo a un giornale comunista di Gerusalemme, che ha denunciato l’internazionalizzazione di Gerusalemme come un mero espediente ‘per permettere agli Stati Uniti di ottenere il controllo su Israele’, e ha affermato che anche il  controllo internazionale sopra i Luoghi Santi ‘si tradurrebbe in un controllo completo degli americani su tutta Gerusalemme’,  Burdett ha concluso che ‘la forte opposizione del giornale comunista a qualsiasi forma di internazionalizzazione di Gerusalemme potrebbe essere la spia  di un  cambiamento  nell’atteggiamento dell’Unione Sovietica su  questa questione’” (9).

Kohler pertanto, un anno dopo le preoccupazioni espresse da Mons. Tardini , confermava quanto questi aveva asserito nel Maggio del 1948, e ciò prova una volta di più che la diplomazia vaticana aveva vista molto più acuta di quella americana, per cui le temute “infiltrazioni” comuniste a Gerusalemme risultarono tutt’altro che fantasie.

Nella lunga e defatigante (quanto vana) attività di convincimento dell’Amministrazione Truman  si contano anche situazioni che sfociarono  un po’ nel farsesco. Truman, che probabilmente non sapeva come districarsi di fronte alle insistenze vaticane trasmessegli in particolare attraverso il Cardinal Spellman, incaricò un suo funzionario di escogitare una risposta attendibile e soprattutto “convincente” per l’alto prelato. Tale funzionario, rovistando probabilmente tra gli appunti e gli scartafacci del Presidente, trovò una lunga nota (una minuta) che pareva fare al caso suo, e copiò il tutto diligentemente, inviando poi la lettera al Cardinal Spellman. Ma per beffarda ironia della sorte, il copia-incolla del funzionario americano era relativo non a una semplice “minuta”, bensì alla  lettera che Truman aveva effettivamente spedito a Spellman il 19  maggio del 1949. Cosicché, a giugno,  il cardinale si vide recapitare la “fotocopia” della lettera che egli aveva ricevuto da Truman il mese prima. Qualche esempio (già visto):

“I wish to assure you,  that the United States Government firmly supports the principle of the internationalization of Jerusalem […] Competent officials of this Government have estimated  that the annual cost of a 4,000-man police force to maintain order in Jerusalem would be in excess of $ 30,000,000, etc.”  (10).

Possiamo soltanto immaginare ciò che il Cardinal Spellman avesse potuto pensare di fronte a quella che poteva  sembrare a tutti gli effetti una irriguardosa presa in giro nei suoi confronti. Tuttavia  Spellman represse ogni “istinto bellicoso”, e colse la lettera come una  nuova occasione per insistere presso il Presidente riguardo l’internazionalizzazione di Gerusalemme. Tuttavia, Spellman qualche soddisfazione (sia pur incruenta) se la prese nella lettera di risposta del 13 luglio, ironizzando sia sulla “serietà” con cui Truman “aveva trattato la materia”, e soprattutto  su come il governo americano “difendesse” a spada tratta il “principio”, tanto caro al Vaticano, dell’ internazionalizzazione di Gerusalemme:

My dear Mr. President,

“Allow me to thank you for your letter  of June twenty-second in which you have so consideratily treated the matter of the internationalization of Jerusalem […] It is a source of satisfaction to know that the United States Government still firmly supports the principle of internationalization of Jerusalem” [ Mio caro Signor Presidente, mi permetta di ringraziarLa per la Sua lettera di del 22 giugno,  in cui Lei ha  così sollecitamente trattata la questione dell’ internazionalizzazione di Gerusalemme […] È per me  fonte di  soddisfazione sapere che il governo degli Stati Uniti  sostiene ancora con sì grande fermezza il principio dell’ internazionalizzazione di Gerusalemme] (11).

Al di là delle defaillances della diplomazia americana, i documenti poc’anzi citati dimostrano con chiarezza che la questione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme era, per il Vaticano, inestricabilmente avvinta al timore che Israele non sarebbe riuscito a evitare infiltrazioni comuniste; ovvero ad evitare quel pericolo che il Vaticano combatteva senza sosta, facendo leva su tutte le sue risorse: di qui la profonda insoddisfazione per la politica americana in Medio Oriente, a pochissimi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. A riprova che era sempre il comunismo al centro delle preoccupazioni del Vaticano,  Lo stesso Cardinal Tardini aveva confidato a Perowne ( che a sua volta s’era confidato con Bevin in una lettera)  che la situazione in Italia era allarmante:

“Whatever the cause, and however true it may be, as Monsignor Tardini said recently to me, that there will always be many Communist voters in Italy, the situation is hardly a satisfactory one from the Vatican point of view” [Qualunque ne sia la causa,  come Monsignor Tardini mi ha  recentemente confidato, ci può essere tuttavia qualcosa di vero nel fatto che ci saranno sempre molti elettori comunisti in Italia, per cui la situazione è  insoddisfacente dal punto di vista del Vaticano ] (12).

Così, mentre da un lato Mons. Tardini guardava al pericolo incombente del comunismo in Italia,  dall’altro Monsignor Gustavo Testa che stava partendo come delegato Apostolico per Gerusalemme dichiarava che la Santa Sede temeva  “influenze radicali” e un aumento della propaganda comunista in Israele, grazie ad “agenti rossi” che avrebbero piantato le loro “tende” proprio in quel paese (13).

Da Occidente a Oriente il “focus” dell’attenzione del  Vaticano era dunque incentrato  sull’incombente pericolo del comunismo, che andava strettamente a legarsi al tema  dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, che pareva, agli occhi del Vaticano, visto come si erano messe le cose, l’ “unica”  via ancora percorribile per frenare l’avanzata del comunismo in Medio Oriente.

 

Note

1)      Silvio Ferrari, “Il Vaticano e la questione di Gerusalemme nel carteggio Spellman-Truman”, in Storia Contemporanea, 1982, n. 2, p. 288.

2)      Truman a Spellman (minuta) 19 maggio 1949, in Silvio Ferrari, cit., Appendice, p. 306. Traduz. mia.

3)      Cfr. Luciano Trincia, “ ‘La Civiltà Cattolica’, la democrazia ‘naturaliter cristiana’ e la paura del comunismo (1943-1948), in Studi Storici, 1987, n. 2, p. 527.

4)      Luciano Trincia, La Civiltà Cattolica…, cit., p. 528.

5)      Ivi, p. 523.

6)      Silvio Ferrari, cit., p. 295.

7)      Ivi,  pp. 297-298, nota 41.

8)      Foreign Relations of the United States, 1949, The Near East, South Asia, and Africa, Vol. VI, p. 1522.

9)      867N.01/6-2349. Foreign Relations of the United States, 1949, The Near East, South Asia, and Africa, Vol. VI, p. 1194.

10)    L’intera lettera in Silvio Ferrari, Appendice, p. 310: Truman a Spellman (minuta) 22 giugno 1949.

11)    L’intera lettera in Silvio Ferrari, Appendice, pp. 311-312: Spellman a Truman, 13 luglio 1949. I due passi citati a p. 311.

12)    British documents on foreign affairs–reports and papers from the Foreign Office confidential print: From 1946 through 1950. Europe 1946, Parte 4, a cura di P. Preston, M. Partridge, & D. Smyth,  University Publications of America, 2002, p. 348: Holy See: Heads of Foreign, 1948 Mr. Perowne to Mr. Bevin. (Received 25th June) No. 3 Z 5862/5862/57. Leading Personalities at the Holy See.

13)    Cfr. L. Cremonesi, “Tra Occidente e non identificazione. Israele e le origini dell’Allenza Atlantica”, in  La Dimensione atlantica e le relazioni internazionali nel dopoguerra, 1947-1949, a cura di B. Vigezzi,  p. 337.

 

 

 

 

 

 

 

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