Gli anni ruggenti di Cavalcanti

Quando fu scritto Da più a uno face un sollegismo?

 

L’impetus con cui Cavalcanti, sempre col lungo naso intrigato nelle fiere lotte tra le fazioni fiorentine, e  filosofo eslege teso a “dimostrare che Dio non fusse”,   si scagliò contro l’ormai  ingombrante Guittone, fa intravvedere la figura d’un uomo giovane,  deciso a imporre la propria leadership non soltanto nella politica della città, ma anche sui poeti in volgare: c’era la volontà ferrea di scalzare Guittone dal trono che s’era eretto, e, con lui,  i di lui seguaci.

Secondo Contini tra Cavalcanti e Dante c’erano “minimo” sei anni di differenza(1); ma a quanto ci dice Moleta  erano molti di più, essendo Guido coetaneo di Corso Donati (nato intorno al 1250) (2).  Se ne inferisce che Guido, nel 1283 aveva 33 anni, mentre Dante era sui diciotto: la differenza tra un Magister e un discipulus che, proprio in quell’anno, 1283, iniziava il rapporto d’amicizia con Guido e che, almeno all’inizio, prometteva bene per Cavalcanti, il quale già da tempo stava lottando per imporre a Firenze la “sua” leadership politico-intellettuale (3).

Di qui anche l’inopinata e profonda delusione per la débâcle di Dante (il suo giovane e più attrezzato sodale), enunciata nel sonetto Io vengo il giorno a te infinite volte, che tutto sommato è però molto soft,  nella speranza (poi risultata vana) di “recuperare” un allievo ribelle, ma di belle speranze, a cui egli aveva “salato il sangue” (Contini).

Com’è ben noto, la data di composizione  di Da più a uno face un sollogismo è ignota: il che costituirebbe motivo (più che) sufficiente per tenersi ben alla larga dalla spinosa questione. Sbandendo tuttavia ogni  cautela, cominciamo  dall’ipotesi ventilata a suo tempo da Domenico De Robertis (4), per il quale , oltre ogni dubbio, fu la canzone Poi male tutto è nulla inver’ peccato a scatenare le ire di Cavalcanti, che rispose con Da più a uno … La suddetta canzone  aveva in sé tutti gli ingredienti a far inviperire Cavalcanti, ma la congettura di De Robertis  rinvia  al 1289, e addirittura un po’ più su del 1289, ossia a pochissimi anni dalla (prossima) dipartita  di Guittone  da questa valle lagrimosa,  e a un Cavalcanti quasi quarantenne. Gli studi di Lino Leonardi sulla composizione del codice Laurenziano porterebbero a  un “terminus post quem molto avanzato”, per cui “la data post 1289 per la canzone XXXI” individuerebbe “un termine estremo, che non dovrà essere molto lontano dalla data di morte di Guittone (5).

In forza di ciò, dovremmo quindi prendere per buona l’ipotesi che Cavalcanti  avesse  lasciato maramaldeggiare Guittone praticamente per tutta la vita, sin quasi col di lui piede sull’orlo della fossa, e senza procurargli il benché minimo  fastidio.

Conoscendo il carattere a dir poco irruento di Cavalcanti, la cosa (mi) suona poco credibile, anche se  diverse “spie”  paiono sussurrare all’orecchio che lo stellone di Guittone non fosse poi del tutto tramontato, e che i suoi adepti gli fossero ancora propinqui nel sostenerlo “oltre” il 1285. Nel 1286 o un po’ più tardi, ad esempio, il nostro dettatore-dittatore rivolse un sonetto all’amico Onesto da Bologna,  Credo savete ben, messer Onesto, il quale,  condannato a morte in contumacia per aver spaccato la testa a un tale “cum una maça de ferro” nel 1285, se l’era poi cavata riuscendo a tornare in patria verso il 1291 (6); poi,  nel 1292,  lo vediamo intento a tributare  lodi esortative  a Pietro da Massa, “legato Apostolico della Massa Trabaria nel 1279 e della Romagna nel 1289 e nel 1291” (7). Un po’ prima, nel 1284 (Pellizzari), lo troviamo a comporre, Magni baroni certo e regi quasi (8).

Poi male tutto è nulla inver’ peccato, dedicata al vescovo aretino Ildebrandino dei conti Guidi,   contiene, già l’abbiamo detto,  tutti i motivi  odiosi  a Cavalcanti; ma il post 1289 sembrerebbe rinviare a una data  che segna quasi il limite esistenziale e operativo  di Guittone. Per farla breve:  il siluro avrebbe sortito  effetti ben più devastanti se fosse stato lanciato negli anni del maggior fulgore della carriera del Gaudente d’Arezzo, e quando emergevano i primi sintomi dello stilnovismo, avviato a Bologna con Guido Guinizelli e poi  “filtrato” a Firenze da Cavalcanti.

“Sebbene Cavalcanti non nomini mai, scrive Michelangelo Picone,  nel suo piccolo canzoniere, il ‘padre’ del gruppo di poeti che ‘rime d’amore usar dolci e leggiadre’, non sarebbe del tutto errato attribuire proprio a lui la responsabilità della ‘scoperta’ di Guinizzelli fatta a Firenze nei primi anni ’80” (9). “Certo è, incalzava Mario Marti, che il poeta aretino conquista una posizione addirittura dittatoriale prima della pentecoste stilnovistica; la sua influenza letteraria è incalcolabile: almeno per venticinque anni (dal 1255 circa al 1280 circa) la toscana civiltà delle lettere si riassume tutta intera nel nome di Guittone” (10).

Come si fa, allora,  a conciliare  il post 1289, con la “battaglia” senza esclusione di colpi innescata e propugnata nei primissimi anni ’80 soprattutto dai due “amici” per antonomasia per  affermare il novo stile?  Se è vero che bisognava “distruggere” Guittone per dare fiato  alla nuova poesia, Umberto Bosco individuò nei “giovani” coloro che si presero la briga  di annientare il “dittatore”;

“E’ chiaro che Guittone, il poeta della precedente generazione per comune giudizio ritenuto il maggiore, doveva essere il bersaglio polemico preferito dei giovani: se non si distruggeva la sua fama, la poesia nuova non aveva modo di farsi  valere.  Guittone è l’ anti-stil novo per eccellenza”(11).

Vien da dire che non si capisce per nulla perché l’attacco più violento a Guittone dovesse essere stato sferrato da un Cavalcanti ormai sulla quarantina (1289) a un quasi in limine mortis Frate Gaudente, “l’anti-stil novo per eccellenza”. Se l’ipotesi di Umberto Bosco ha una qualche consistenza, è dunque nei primissimi anni ’80 del Duecento, con un Dante diciottenne e un Cavalcanti sulla trentina, che va ricercata l’ “officina” dove si affilarono le armi per ‘disintegrare’ Guittone e i suoi seguaci, che erano molti, e di molto prestigio.

E allora ci si chiede:

Ma fu realmente Poi male tutto è nulla inver’ peccato a scatenare l’ira funesta di Guido Cavalcanti, e l’arcigno sonetto Da più a uno face un sollegismo? Per Aldo Menichetti non ci sarebbe dubbio alcuno: “Domenico De Robertis ha felicemente individuato il testo di Guittone contro cui si appuntano i feroci strali di Cavalcanti […] Il testo di Guittone preso di mira è, senza ombra di dubbio, la canzone XXXI, Poi male tutto è nulla inver’ peccato” (12).

Nonostante  il  pressoché unanime assenso  tributato alla divinatio di De Robertis, degno di menzione è purtuttavia anche il non meno autorevole dissenso di Ciccuto, il quale non aveva poi tutti i torti quando parlava di “casualità della scelta” di De Robertis,  che lascia molto “perplessi”:

“De Robertis […] nell’introduzione al sonetto […], pensa alla struttura induttiva della canzone guittoniana Poi male tutto è nulla quale possibile bersaglio dell’attacco cavalcantiano. La casualità della scelta lascia perplessi, vista l’ espansione di procedimenti del genere nei più riposti anfratti della poesia dell’aretino” (13).

Altrettanto perplessi lascia il tentativo di individuare il bersaglio di Da più a uno nei sonetti dell’Escorialesnse (14).  Il “trattato” (cossiccome lo definì Egidi) non poté essere il “bersaglio” di Cavalcanti, il quale dice di aver solo “orecchiato” [ intes’ ho] che Guittone coltivava il “proponimento” di scrivere un d’ “insegnamento volume”. La stesura dell’Escorialense, dice Roberta Capelli, risale a “dopo il 1283 (anno del primo sonetto di Dante) e prima del 1292-93 [anno di stesura della Vita nuova, N.d.A.]: insomma, press’a poco fra il 1285 e il 1290”  (15).

Pertanto, è proprio partendo dai sonetti  dell’Escorialense che le cose non tornano per niente.  Sappiamo che effettivamente Guittone scrisse un gruppo compatto di sonetti sugli effetti negativi dell’amore,  in netta e aperta rotta di collisione con la concezione dell’amore dell’incipiente stilnovismo.  L’amicizia-alleanza di Cavalcanti e Dante, e la loro battaglia per la nuova poesia, iniziò proprio nel 1283-’84, se non prima: e non credo sia  ipotesi peregrina pensare che Da più a uno… fosse stato composto nei primissimi anni ’80, al massimo verso il 1283, allorché  Guittone non aveva ancora posto mano al suo “trattato”, che risalirebbe, come s’è detto, almeno al post-1283: il che spiegherebbe ad abundantiam l’espressione di Cavalcanti, il quale diceva di “aver sentito dire” in giro che Guittone pensava di scrivere o stava scrivendo un “d’insegnamento volume”.

Molto convincente mi pare invece Ciccuto quando nota che i procedimenti individuabili in  Inver’ peccato sono tipici di tutta l’esperienza poetica di Guittone,  soprattutto perché, chiosava ancora Ciccuto, “procedimenti del genere” attraversano tutta la storia della poesia del poeta aretino (16).

Se ci soffermiamo sui “procedimenti” guittoniani (di carattere “deduttivo” e anche non deduttivo) cui accennava Ciccuto,  uno dei più comuni era quello di rivolgersi a interlocutori d’alto rango in fine di canzone; nel caso in esame al “Vescovo d’Arezzo e Conte magno” (17).  E se, invece,  il Cavalcanti giovane dei primi anni ’80 non avesse per nulla digerito il “procedimento” di Guittone  nei confronti del di lui padre e d’un un tal Lapo sulla cui identità s’è discusso lungamente? (18).

A Messer Cavalcante e a Messer Lapo

Va, mia canzon;  e di lor, ch’audit’ aggio,

Che ’l sommo ed onorato signoraggio

Pugnan di conquistar tornando a vita …

Il 1280 ( e gli anni immediatamente seguenti) sembra essere un limite temporale in cui si intravvede  un Guittone  estremamente “fastidioso” (per Cavalcanti), ancor ben saldo in sella,  e in auge fra gli estimatori;  parrebbe difficile andare oltre , perché, da un lato ritengo molto improbabile che Cavalcanti avesse trovato la forza di “sopportare”  Guittone fino al 1289; dall’altro perché un attacco così violento sarebbe alla fine risultato  pressoché inutile,  poiché appunto condotto quando  la stella di Guittone aveva già compiuto il suo corso luminoso, ma che  non era più così brillante sul finire degli anni ’80 del Duecento, tanto da meritare, intendo, “attenzioni” talmente furenti  da parte di Cavalcanti, che davvero tardivamente, a mio avviso,  avrebbe affilato le armi  contro il gran “dittatore”.

La canzone Poi male tutto è nulla, dell’89 e più su, potrebbe  significare che Guittone  era, sic et simpliciter,  “incorreggibile”, e irrecuperabile (era sempre uguale a se stesso, diceva Papahagi), almeno per Cavalcanti e per lo stesso Dante, il quale scrisse senza reticenze né incertezze che “Guittonem aretinum […] numquam se ad curiale vulgare direxit” (De Vulgari Eloquentia, I, 13, 4); ovvero mai e poi mai, giammai,  ebbe dimestichezza col volgare curiale.

Guittone fu dunque “sempre così” dall’inizio alla fine della carriera, per cui le stesse pezze d’appoggio portate per avvalorare la data del 1289 possono valere di più, e anche meglio, per la Canzone XXVI  (A Messer Cavalcante e a Messer Lapo [Cavalcanti]), che, per certi spunti, non è poi  così diversa dalla XXXI (Poi male tutto è nulla…). Anche nella canzone XXVI possiamo individuare facilmente quei “procedimenti” (logici) guittoniani che erano invisi a Cavalcanti:

È dato ’l mondo a noi; non per gaudere,

Ma per esso eternal vita acquistare.

E non è l’alma al corpo già creata,

Ma ’l corpo all’alma, e l’alma a Dio piacere;

Perché lui, più che noi, dovemo amare;

Ché prima, che noi stessi, amò noi esso;

E se noi disamammo e demmo altrui,

Di sè medesimo raccattonne poi.

Su codesti versi Margueron tirò qualche interessante conclusione, rilevando che essi presentano un chiaro “carattere dogmatico”, con cui Cavalcanti non voleva aver nulla a che spartire:

“ Le corps a été pour l’âme et non inversement; quant à l’âme, elle a été créée pour servir Dieu et lui plaire, et c’est dans l’amour pour Dieu que nous trouvons  la ‘satisfaction’ totale (str. V). Avec force Guittone articule dans cette  strophe, qui présente un caractère dogmatique particulièrement marqué, toute une série d’affirmations  qui, en liaison avec les v. 43-4 ( Già filosofi Dio non conoscendo, / né poi morte sperando guiderdone ), prennent le contre-pied d’autres principes, attribués, à tort ou à raison, aux libertins philosophes de Florence».

Premesso che è molto facile individuare chi mai fossero i libertins philosophes de Florence, Guittone, chiosa Margueron, fa precedere il tutto da un argomento “filosofico-religioso”:

“Si la raison naturelle a enseigné  aux philosophes païens l’amour de la vertu, à plus forte raison les chrétiens doivent-ils  ‘suivre Dieu’ » (v. 49 et 54) » (19).

Si tratta, come si vede, di  “raisons” che per Cavalcanti con tutto avevano a che fare, tranne che con la “raison” (aristotelica et affini radicaleggianti). Poiché, in termini di “procedimenti”, le due canzoni, la prima ante anni ’80, l’altra del post 1289,  non mostrano dissimiglianze né evoluzioni nel modo di ragionare di Guittone, non parrebbe eresia congetturare, proprio per via di “procedimenti”,  che la data di composizione di Da più a uno face un sillogismo si possa situare, con buone probabilità di cogliere il bersaglio, nel quinquennio 1280-1285: un periodo di ancor molto “fastidioso” presentismo moraleggiante del poeta aretino nella Firenze di Cavalcanti e contro i Cavalcanti, e anche “il” periodo in cui Cavalcanti stava meditando d’imporre (contra Guittone) una nuova e filosofica concezione dell’amore.

L’invettiva contro il padre e Lapo ( il quale, si dice, era forse Lapo Saltarelli) “sommo saggio di scienz’altera” , “un altro di quei pezzi grossi […] ai quali Guittone amava rivolgersi” (20), quasi per certo,  non fu assolutamente gradita a  Guido Cavalcanti. La suddetta canzone fu  composta  “prima” del 1280, Cavalcante Cavalcanti ancor ben vivo, come si arguisce dal contesto; e la “responsione” di Guido dev’essere avvenuta “a botta calda”, quando ancora la testa gli bolliva d’ira furibonda. Quanto a Lapo Saltarelli, lo troviamo spessissimo citato nei verbali delle Consulte fiorentine, che “ne mettono in luce la partecipazione al dibattito politico riportandone i frequenti interventi nelle discussioni dei consigli fra il 1280 e il 1301” (21).

Ma se, anziché di Lapo Saltarelli,  si stesse parlando di  Lapo Cavalcanti, come autorevolmente ventilato da Margueron nel 1966  (22) e, in seconda battuta, da Guido Favati nel 1975 (23), l’approccio irriverente di Guittone, non solo a uno, ma addirittura  a due componenti della famiglia Cavalcanti, dovette riuscire assolutamente indigesto a Guido, scatenandone viepiù le ire furibonde. A ben vedere, Guittone aveva osato richiamare da supposta eresia a ortodossia cattolica sia il capo sia un autorevole esponente del “clan” familiare  dei Cavalcanti, cosa che chiamava Guido alla vendetta, sia pur essa “poetica”.  “Vendetta, osserva Mario De Rosa, al tempo di Dante significava farsi giustizia, e il ‘diritto di farsi giustizia’ era riconosciuto alla famiglia dell’offeso anche dalle leggi, sebbene con la limitazione imposta dagli ordinamenti del 1281: de non inferendo maiorem iniuriam vel offensam quam accepta fuerit” (24). Guido, per dirla tutta,  con Da più a uno face un sollegismo, potrebbe in effetti essere accusato di “eccesso di legittima difesa”, perché Guittone fu bastonato, sia pur per metafora, a sangue.

Se Margueron e Favati avessero colto nel segno nell’identificare il Lapo della canzone guittoniana con Lapo Cavalcanti, essa si può far risalire agilmente agli anni 1276, 1278, 1280, scartando altrettanto agilmente l’ipotesi che essa potesse essere stata redatta nei primi anni della conversione di Guittone (1260). Prima del 1276, dal 1266 al 1269, Lapo non poté fregiarsi del titolo di “messere”, perché “trop jeune”, spiegava Margueron (25). Il titolo di “messere” Lapo poté vantarlo, e fu citato come tale nei documenti, nel 1276, 1278, 1280 e 1281. Ora, il 1281 può essere cassato perché Cavalcante Cavalcanti era morto nel 1280.

Nel 1280, osservava Francesco Torraca, “al tempo della pace del cardinale Latino […] tra i garanti di quella pace compariscono Guido Cavalcanti, Pacino di Filippo Angiolieri, Lapo del Rosso, Puccio Bellondi, Lapo Gianni, messer Lapo Cavalcanti” (26). Se ne deduce che la canzone a Messer Cavalcante e a “messer” Lapo si concretizzò negli anni che corrono tra il 1276 e il 1280, limite massimo: diciamo tra il 1276 e il 1279, e andò a investire in pieno la parte vitale della famiglia  degli “eretici” Cavalcanti: il pater di Guido.

L’ “invio” A Messer Cavalcante e a Messer Lapo, quasi una “novità” di Guittone, postillava Ernesto Monaci (27),  fece viepiù inviperire il sempre  iracondo Nasutus, il quale, non  riuscendo a   “sofferer”  tanta insolenza, avrebbe pertanto posto mano al furente Da più a uno face un sollegismo.  Si rileva un fatto non marginale; in risposta all’ “audit’ aggio” di Guittone, Cavalcanti ribatté “per le rime”: “Anch’io  ‘’ntes’ ho’ che”, ignorante come sei, vuoi addirittura scrivere un “d’insegnamento volume”.

L’arrabbiatura, lo ripeto,  se rinviata al 1289 e oltre sembra  eccessivamente tardiva rispetto ai successi sfolgoranti  di Guittone (mietuti molti anni prima), perché  risalente alla fase finale della carriera poetica del ‘dittatore’. Si tratta d’un periodo in cui la presenza, direi anche fisica, di Guittone, sembrerebbe a dir poco evanescente. Discorrendo di alcuni documenti che testimonierebbero la presenza di Guittone in Valdelsa, Jacopo Paganelli  osserva:

“Si tratta invero di un rinvenimento fortunato, giacché non si sapeva dove fosse Guittone fra il maggio 1285 (quando si trovava a Bologna) e il settembre 1293 (quando ricompare nella sua Arezzo). Per almeno due giorni, il 17 e il 18 agosto del 1289, il Nostro si trovò in Valdelsa, anche se è impossibile precisare – al momento – se vi fu in ragione di un soggiorno più lungo o per motivi di transito, perché diretto da qualche altra parte, magari verso una destinazione da collegare ai rivolgimenti seguiti alla di poco precedente battaglia di Campaldino (11 giugno 1289)” (28).

Ciò che fa pensare ai primi anni ’80 del Duecento per la stesura di Da più a uno è poi il ‘presentismo’  incombente degli innumeri seguaci  di Guittone. Intorno agli anni 1282-83, quando Dante era diciottenne,  circolavano, ancor ben vivi,  i canzonieri dei seguaci più stretti di Guittone: Monte Andrea (attestato a Bologna nel 1268, 1269, 1270, 1271, 1273, e 1274) (29); Lemmo Orlandi (attestato a Bologna nel 1284 (30), Onesto degli Onesti, “ammiratore e seguace di Guittone d’Arezzo, che forse conobbe di persona, quando il frate gaudente fu in Bologna nel 1285”  (31) . Francesco Torraca, ricordando i vari  Ser Cione,  messer  Lapo Saltarelli, Pacino di Filippo Angiolieri, Lapo del Rosso, Puccio Bellondi, Lapo Gianni, messer Lapo Cavalcanti, e messer Migliore degli Abati, diceva che, costoro,  nel 1280,  erano tutt’altro che  “giovinetti di primo pelo”; ossia quei “vecchi” rimatori seguaci di Guittone che i “giovani” volevano scalzare in nome del novo stile (32).

“Alle rime guittoniane dei primi decenni della metà del sec. XIII, scrive ancora Zaccagnini,  appartengono certamente i due sonn. Di Si. Gui. da Pistoia e per la forma alquanto oscura e difficile,  e per essere uno di essi diretto a Geri Giannini, che appartenne al gruppo dei guittoniani di Pisa e visse in quel torno di tempo” Anche Lemmo Orlandi, con i suoi  “ tre componimenti, che di lui ci sono rimasti […]  è dunque certamente da annoverarsi fra i poeti di transizione che fiorirono intorno al 1280” (33).

Senza poi mettere nel conto  Meo Abbracciavacca, “fedele  alla maniera guittoniana, anche quando potevano giungere alle sue orecchie le più aggraziate voci dei poeti del dolce stil novo” (34).  Meo Abbracciavacca, pare avesse composto un sonetto, Doglio, languendo di greve pesanza, che ricorda, sia pur alla lontana, quello di Cavalcanti (35).

Zaccagnini riteneva il sonetto falsamente attribuito a Meo, e aggiungeva:

“Il tempo, in cui sarebbe stata composta ciascuna delle rime dell’ Abbracciavacca, è per mancanza di dati impossibile a determinarsi”(36).

L’Abbracciavacca ebbe per davvero lunga vita, e campò “oltre il 23 dicembre del 1300”  (37), ma Doglio, languendo …, notevole per l’attacco contro il trobar clus di Guittone, si potrebbe  situare approssimativamente tra il 1275  o un poco più in su, all’inizio degli anni ’80, periodo in cui si ha notizia certa di una sicura attività poetante di Meo.

“Meo, scrive Lino Leonardi, di origine pistoiese, si stabilì a Pisa già prima del 1279, e a Pisa Guittone con ogni probabilità a lui indirizza la canzone XXX (L. 6), chiedendogli con altri due  non identificati i di ‘difendere’ i suoi testi appunto a Pisa (Iacomo, Giovanni, amici e Meo, /me piace omni dir meo/interpretare e difendere in Pisa/deggiate a vostra guiza”) (38). Dopo questa data,  più che come poeta, Meo appare nei documenti come coadiutore negli affari di banca di suo figlio. E’ comunque interessante rilevare  che l’Anonimo, sul finire del verso della prima strofa, usa lo stesso termine di Cavalcanti: “ragione”, e con gli stessi intenti del poeta fiorentino. Ciò può significare che Doglio, languendo, non fosse sfuggito a Cavalcanti, e che esso poté costituire ulteriore spunto per il furioso attacco a Guittone.

Se è poi vero che, all’altezza dei primi anni ’80, Cavalcanti fece, a detta di Picone,  la  “scoperta” di Guinizzelli (V. sopra), tale “scoperta” dové procurargli non solo gaudii ma anche  forti fitte allo stomaco, specie quando lesse del “Caro padre meo” di Guinizzelli. Non è detto che  Cavalcanti avesse letto il sonetto guinizelliano secondo i moduli proposti da Paolo Borsa (ossia di “coperta” critica a Guittone) (39), bensì come “scoperta” laude del vecchio Guittone: cosa che dovette provocare una viscerale ribellione in Cavalcanti, specialmente laddove il poeta di Bologna esaltava il “savér” del dittatore, richiedendone consigli e mende; il tutto mentre, in background,  “lavorava”  il nascente stil novo “alla Cavalcanti et amici” in polemica asperrima con Guittone, al quale si negava nel modo più assoluto il possesso di quel “savér”  esaltato, anche se probabilmente solo in apparenza, da Guinizzelli.

Inoltre, per star fermi ancora ai primissimi anni ’80, Guido probabilmente vide come il fumo negli occhi il fatto che il suo acerrimo nemico di sempre, “laudato” da Guittone,  avesse “occupato” Bologna, una città a cui egli sembrerebbe legato da molti fili. Mi riferisco all’ “elogium” di Guittone  nei confronti di Corso Donati,  che fu podestà di Bologna nel 1283 e  capitano del popolo nel 1284 e 1285; e ancora podestà nel 1288 e nel  1293 (40). Guittone, proprio nel 1283, o qualche tempo prima, aveva in qualche modo elogiato le “virtù” di  Corso Donati,  nemico giurato di Cavalcanti, con  il sonetto Messer Corso Donati, s’i’ ben veggio, che  fu composto “con ogni probabilità in epoca antecedente all’acquisizione del ruolo di podestà di Bologna, avvenuta nel dicembre 1283” (41). Gli anni intorno al 1283 fanno dunque  intravvedere  un  presentismo anche “politico” da parte di Guittone, sicuramente molto sgradito a Guido Cavalcanti.

 

Cavalcanti e Bologna

 

Sarebbe altresì interessante appurare i modi attraverso i quali Guido Cavalcanti fosse potuto entrare in contatto con la poesia del bolognese Guinizzelli, da lui “filtrata” per uso e consumo dei poeti fiorentini della sua cerchia nei primi anni ’80.  Guinizzelli  fu poeta degli anni ’70 del Duecento, ma il suo “rintracciamento” prima dei noti codici che rinviano più o meno al tardo Duecento e alla cosiddetta “età di Dante” pare difficile. Non vi sono “tracce”, dice Luciano Rossi, della circolazione di un Ur-canzoniere di Guinizzelli :

“Nel caso specifico delle rime guinizzelliane, non sembra vi siano tracce, nella tradizione manoscritta, d’un Liber Guidonis: mi riferisco a una raccolta risalente, in maniera più o meno diretta, allo stesso poeta cui si possano riportare i testimoni a noi noti” (42).

Vero che, come diceva Petrocchi, “nulla sappiamo di rapporti diretti tra Cavalcanti e Bologna” (43); però, se è pur vero che  i rapporti d’amicizia con Giacomo da Pistoia,  rinviano, secondo Maria Corti almeno al 1290 (44), in realtà potrebbero risalire addirittura ad anni addietro, perché la presenza a Bologna di Jacobo de Pistorio è documentata sin dal 1270 (45). Nella gran danza (per vari versi abbastanza tragica) della cronologia cavalcantiana, ci sarebbe poi da ri-considerare il rapporto con un  “introvabile” notaio di Bologna, tale Bernardo da Bologna, su cui si sa poco o nulla, ma che, comunque, per tradizione, sembrerebbe essersi  fregiato del “ser”, che rinvia alla professione di notaio. Si dice che “ser” Bernardo da Bologna “fiorì” intorno al 1280, e che fu amico di Guido Cavalcanti (46). Va da sé che l’amicizia con uno di quei notai bolognesi che avevano, si dice ancora, un  vero “culto” per Guinizzelli,  potrebbe essere stato il primissimo tramite di Cavalcanti con la poesia guinizelliana. Sull’amicizia di “ser” Bernardo da Bologna con Guido Cavalcanti non sussistono dubbi. Nel sonetto A quella amorosetta foresella, Bernardo lo definisce “amico”; e la cosa dev’essere vera, perché lo stesso Cavalcanti, nel sonetto di risposta, chiama a sua volta Bernardo “amicho mio”. Il problema non è tuttavia l’acclarata amicizia tra i due, ma se Bernardo da Bologna fosse stato “effettivamente” un notaio.

Scrive Zaccagnini:

“La stessa difficoltà si offre per Bernardo da Bologna autore d’un sonetto diretto a Guido Cavalcanti A quella amorosetta forosella e ricordato nei loro versi da messer Onesto e da Cino da Pistoia. E’ forse quel Bernardus notarius Martini Bernardi che è testimone a un atto del 4 gennaio 1269 oppure quel dominus Bernardus de Vallibus notarius che apparisce in un atto del 1272”  (47). Contini chiosa che Zaccagnini “ha ricordato cautamente i due notai di nome Bernardo noti da atti del 1269 e del 1272” (48). Zaccagnini dunque “ipotizzò” che il Bernardo dell’ “amorosetta foresella” fosse un notaio. Ma il Chigiano non fa riferimento a  nessun “ser”, limitandosi alla dicitura “Bernardo da Bologna a Guido Cavalcanti” (49). Inoltre, i due notai citati da Zaccagnini erano sì bolognesi, ma nessuno dei due è chiamato, in realtà, Bernardo da Bologna, come si legge nel Chigiano. Si dice anche che gli eruditi bolognesi si fossero dati parecchio da fare per trovare una qualche carta intorno al misterioso “ser” Bernardo, ma senza frutto alcuno.

E allora?

Allora vien da pensare che Bernardo da Bologna non fosse un notaio.

I rintracciamenti operati da Guido Zaccagnini di un Bernardo notaio nel 1269 e di un Bernardo de Vallibus attivo verso il 1272 rinviano, tra l’altro,  a date che lasciano aperti molti dubbi.

In  un documento notarile risalente al 1278 si parla, invece,  “esplicitamente”  di un tale Bernardus de Bononia ( senza alcun “ser”),  il quale avrebbe “tradito” la sua parte politica, facendo arrestare parecchi dei suoi ex compagni  ghibellini e il cui nomen et cognomen, fuori dei documenti notarili, e in giro per la città, era semplicemente Bernardo da Bologna.

Nell’ Esame fatto in Faenza di un carcerato, “Bernardus de Bononia apostavit eum & fecit eum capi” (50).

L’ “eum” che il sunnominato Bernardus de Bononia “rinnegò” (apostavit) e  fece catturare era un tale Rolanducius, di parte ghibellina.  Nel documento faentino del 1278, il  Bernardus de Bononia  è citato col solo nome (Bernardus) e la città d’origine (Bononia) senza alcun altro appellativo. Il transfuga ghibellino Bernardus de Bononia  “agiva” ‘circa’ il 1278, ossia in anni assai prossimi a quel 1280 indicato da tutti i commentatori moderni come l’età in cui “fiorì” il poeta bolognese chiamato Bernardus de Bononia, del quale poi, a partire da quella data,  sembrerebbe si perdano completamente e le tracce e il ricordo.

Ma, caso del tutto singolare,  un altro Bernardus de Bononia è menzionato in un documento del 1327 a Spalato, e definito “miles” e “socius” del Conte di Spalato: “Actum in palacio civitatis  Spalati et ad portas eiusdem, presentibus Dessa primicerium spalatensi, domino Bernardo de Bononia socio et milite” (51).

La data, 1327, non è né incompatibile né inconciliabile con quella  del Bernardus de Bononia del 1278. Si tratterebbe, a ben vedere,  d’un personaggio che nel 1278 potrebbe essere stato sui trent’anni (un giovane miles-rimatore  quasi coetaneo  di Cavalcanti, nato probabilmente intorno al 1252) e che nel 1327 poteva essere sulla sessantina.  Interessante è che con il Bernardus de Bononia del 1327 siamo di fronte a un “miles” e “dominus”, un cavalier nobile che il Dominus Guido de Cavalcantibus “avrebbe potuto” chiamare, per egual dignità di lignaggio,  un “amicho”, e la cui attività poetica, per una consolidata tradizione critica, si situa intorno al 1280. Il miles Bernardus, tra l’altro, apparteneva a una cerchia molto vicina per stile di vita a quella del bellicoso, soldatesco nonché ginnasiarca, ben noto per la sua “preparazione atletica”,  Guido Cavalcanti, a cui piaceva “menare le mani”, e  il quale era solito “armeggiare” con altri “iuvenes”:

“Gli ‘iuvenes’, chiosa Silvia Diacciati, erano di solito anche dei ‘milites’; erano cioè coloro che armeggiavano a cavallo sui campi di battaglia, nell’esercito del proprio comune  o al soldo di qualcun altro” (52).

Il fantomatico Bernardo da Bologna, anziché un notaio, potrebbe quindi essere stato un  “miles” (sia pur oscuro), dotato di discreta cultura e appartenente a  una nobiltà minore, ma pur sempre un “dominus miles” al pari di Cavalcanti. “Miles”, osserva Jürg Gassmann, “can refer to a knight, i.e. a lesser noble who would typically fight mounted by virtue of his feudal status)” [Miles può riferirsi a un cavaliere d’una nobiltà minore, che in genere combatteva a cavallo in virtù del suo status feudale”] (53).

Ci sarebbe da chiedersi cosa mai ci facesse un “dominus miles” di Bologna a Spalato nel 1327. Intanto sarebbero da ricordare le aspre lotte di Bologna contro Venezia, rivale non soltanto in Italia, ma anche fuori, sull’Adriatico, laddove cioè Bologna aveva i suoi commerci “internazionali” da salvaguardare. Nel 1327 il dominus miles Bernardo da Bologna era presente, come molti altri, all’atto della resa finale di Spalato e della Dalmazia a Venezia. Egli era, come dice il documento di Spalato, “socius comitis Spaleti”: il che significa che, a suo tempo, il “socius” Bernardo da Bologna avrebbe combattuto da “alleato” (socius) al fianco del conte di Spalato. Il 1327 fu poi una data epocale per Bologna, perché “On 5th February 1327, the Papal legate Bertrando del Poggetto was invited to become the first signore of Bologna, effectively marking the end of Bologna’s republican constitution”  (54). E la fine, aggiungiamo, delle “pretese” di Bologna sull’Adriatico.

Riguardo al Bernardus del 1278, evidentemente il documento notarile si riferisce a un episodio delle fiere lotte scatenatesi a Bologna tra i guelfi Geremei e i ghibellini Lambertazzi. Fra l’altro “On 30th June 1278, the Holy Roman King Rudolf I of Habsburg, preoccupied with reasserting the authority of the crown in the German lands and, incidentally, strengthening the power of the house of Habsburg, ceded the crown’s anyway tenuous overlordship over Bologna to the Pope; Bologna became part of the Pope’s secular domain” (p. 201) [Il 30 giugno 1278,  Rodolfo I d’Asburgo, re dei romani e imperatore del Sacro romano impero, preoccupato di riaffermare l’autorità della Corona sulle terre tedesche e, per inciso, di rafforzare il potere della Casa d’Asburgo, cedette comunque al Papa la traballante signoria della Corona su Bologna; Bologna entrò così a far parte del dominio secolare del Papa] (55).

Ci sono  poi i legami ( assodati) di parentela di Guido con Iacopo Cavalcanti, poeta anch’egli al pari di Guido. Iacopo, per quel che ne sappiamo, fu sì studente dell’Università di  Bologna nel 1286, ma era già presente allo Studio di Bologna nel 1283:  “[Iacopo] poco dopo essere stato in Firenze nel 1280 fra i testimoni della pace del cardinal Latino per la sua famiglia, insieme con Guido,  compare a Bologna il 23 ottobre 1283, in compagnia d’un canonico di Camerino e di Bonaccorso de Lanfranchi, canonico di Pisa, in un atto di prestito di 34 fiorini d’oro ch’essi si fanno dare da due mercanti senesi” (56). Tutto lascia pensare che, ancora una volta, fossero stati i primi anni ’80 il crogiolo in cui si mescolarono le esperienze di Guinizzelli con quelle di Cavalcanti.

Inutile dire, con Giorgio Petrocchi, che sarebbe del tutto “temerario” pensare che potesse essere stato Dante a “importare” Guinizzelli a Firenze dopo il suo viaggio a Bologna (1286-1287): ipotesi soltanto frutto del secolare culto per Dante  (57) . Nel 1280 Cavalcanti era digià trentenne perché, anche secondo la Diacciati, “Guido era pressoché coetaneo di Corso Donati, nato nel 1250” (58).  Se quindi c’era uno che per età, incarichi politici e disponibilità finanziarie fu “sicuramente” a Bologna nei primi anni ’80, questi non era certo Dante, ma il Dominus Guido Cavalcanti, che di lì a qualche anno si sarebbe viepiù  innervato nella politica del Comune.

 

Gli anni ruggenti

 

Fu soprattutto il quinquennio 1280-1285 a  segnare il periodo  della maggior “presenza” di Cavalcanti nella vita politica (e culturale) del Comune fiorentino, con un pendant che lo vede sedere in Consiglio nel 1290.  Nel 1284 e nel 1285,  lo troviamo presente nel Consiglio del Comune fiorentino a stretto giro di gomito con Brunetto Latini, come si evince dalla documentazione dell’Archivio di Stato di Firenze in relazione a questi due anni specifici:

“1284 . Consiglio del Podestà e del Commune. Brunettus Latini, Guido Cavalcanti, Dino Compagni  in Consiglio Generale del Comune. 10 Gennaio   1284- 28 maggio 1285. E’ menzionato, tra i presenti, Guido Cavalcanti” (59).

Si tratta di un periodo piuttosto turbolento per Firenze e la sua politica estera. Brunetto Latini si fece promotore di una lega, in alleanza con Lucca e Genova,  contro Pisa. Sembra poi che, nel corso degli eventi, Brunetto Latini, per ragioni strettamente commerciali, avesse ventilato la possibilità  di un patto di non belligeranza con Pisa attraverso il Conte Ugolino. In questo frangente, emerge anche la figura “politica” di Corso Donati, al di là degli universalmente noti  episodi di cronaca nera  che lo videro in rotta di collisione con Cavalcanti.

Dai Libri Fabarum del 1285 scaturisce che Corso Donati fu assolutamente contrario alla politica di Brunetto Latini (e si suppone anche a quella di Cavalcanti) e a qualsiasi patto con il Conte Ugolino, sostenendo  che la guerra contro Pisa dovesse farsi secondo i patti stabiliti con gli alleati (60).

In questo contesto si scorge sullo sfondo “anche” la figura di Guittone, il quale, come già detto, nel 1283  s’era speso in lodi a Corso Donati. Come si vede, poiché il 1280, e dintorni, torna piuttosto insistentemente, sembrerebbe più che lecito  “tornare”  “A Messer Cavalcante e a messer Lapo”  per spiegare il furor di Da più a uno face un sollegismo, a vendetta del pater del furibondo et rinomato Guido, il quale, essendo l’oculus alter  e primo loico di Fiorenza, non riusciva proprio a “sofferer”, ossia a “reggere”,  né la preminenza poetica di Guittone,  né l’insolente inframmettenza del noioso frate  negli affari (religiosi) di famiglia né negli affari politici di Firenze, dove, tra il 1284 e il 1285, i magnates tutti, nessuno escluso, si trovarono a fare i conti con leggi antimagnatizie sempre più ingombranti e severe, tali da rendere ancor più nervoso il sempre irascibile Guido (61):

La prima metà degli anni ’80 mostra dunque a Firenze un personaggio di molto rilievo, molto giovane,  “in carriera” e per di più ricchissimo, datosi che  “i Cavalcanti possedevano quasi tutte le case e botteghe del centro di Firenze”  (62), in sempiterno contrasto sia con l’antica nobiltà, di cui Corso Donati era la punta di diamante  sia coi populares.  Dante, il maggior frutto del proselitismo politico e culturale di Cavalcanti, sembrava ormai prossimo a entrare nella sfera d’influenza  di Cavalcanti, mentre tutt’intorno fervevano le “guerre” tra fazioni, di cui Corso Donati era sempre il fulcro. Così fu anche nei tumulti del 1286, che resero invivibile il clima politico della città, e dietro i quali c’era sempre lo zampino di Corso Donati  (63).

Fu in questo torno di tempo che Cavalcanti intrattenne probabilmente rapporti continuati con Bologna, approfittando della presenza di Jacopo Cavalcanti allo Studio anche nel 1286. In questo senso, si può congetturare  che il periodo “bolognese” di Guido Cavalcanti si fosse  dipanato in modo stabile  “dopo”  il 1286,  tra il 1287 (data della morte di Iacopo), e, soprattutto, “dopo” il 1288, che fu l’ultimo anno in cui Corso Donati fu presente a Bologna in qualità di podestà: dopo di che bisognerà attendere il 1293 per vederlo ricoprire la carica di Capitano del popolo a Bologna. Donde la possibilità di contatti prolungati con Giacomo da Pistoia e donde la famosa Quaestio de Felicitate  del 1290, così densa di motivi culturali,  che svariano dalla filosofia morale alla medicina; il  che fa pensare a rapporti fitti e continui tra Guido e Giacomo, molto simili nel carattere,  in ambedue “fluttuante” e tempestoso come l’Euripus.

Rilevante notare che, nello stesso 1293, Corso Donati accettò sì l’incarico di Capitano del popolo a Bologna, ma con la clausola che sarebbe andato “non” da solo in città, come prevedevano gli Statuti bolognesi, ma portandosi  dietro “filios [et] fratres” (64). Una precauzione che fa pensare che egli temesse  vendette  trasversali a membri della sua famiglia nel periodo della sua assenza da Firenze, poiché in città si stavano preparando “nove guerre” (65), diceva Corso; “senza dubbio, la rivoluzione popolare”, chiosava convinto Pasquale Papa (66).

Populares a parte, direi però che vendette “trasversali” e “nove guerre” per Corso Donati sarebbero potute arrivare anche da altre parti:  dallo stesso suo avversario di sempre, per esempio, il Dominus Cavalcantis de Cavalcantibus. A parte quanti ritengono che il famoso pellegrinaggio di Guido a San Giacomo di Compostella fosse stato  solo frutto di una leggenda popolare (67), è comunemente accettato che il  suddetto pellegrinaggio, in cui egli sarebbe stato vittima di un attentato ordito da Corso Donati, si situi tra il 1296 e il 1297. Però la congettura che vorrebbe il viaggio di Guido  compiuto nel 1292 fu sostenuta con buoni argomenti da Pietro Ercole (68); se essa avesse colto il bersaglio, se ne potrebbero inferire interessanti conseguenze. Come si è visto sopra, Corso Donati nel 1293 aveva richiesto espressamente, per accettare l’incarico a Bologna, di potersi portar dietro figli e fratelli, perché egli affermava che “nove guerre” si stavano preparando  a Firenze. Ora  le  “ nuove guerre”, scriveva Sergio Raveggi , farebbero ipotizzare essenzialmente i timori di Corso per “la persecuzione antimagnatizia” (69). Da non scartare è tuttavia l’ipotesi che Corso pensasse anche  a un costume largamente invalso a Firenze nel Medioevo, cioè al concetto di faida e di vendetta privata. La vendetta poteva colpire il diretto interessato, ma era “permessa” anche nei confronti dei figli e dei congiunti maschi dell’offensore. Se l’attentato di Corso a Cavalcanti fosse avvenuto nel 1292, i timori espressi dal Donati nel 1293 erano tutt’altro che campati per aria, e potrebbero quindi riferirsi alla possibilità concreta che Guido Cavalcanti stesse meditando le sue vendette, magari contro i di lui consanguinei. Se Corso Donati era a Bologna nel 1293,  Cavalcanti “non” era a Bologna all’altezza di questa data;  ma a Firenze, dove, come Corso, e come magnate egli stesso, aveva i suoi (grossi) grattacapi di fronte all’incipiente rivolta popolare, e, come al solito, era adiratissimo per le nuove leggi emanate da Giano della Bella, del 1293, che praticamente lo escludevano da ogni partecipazione alla vita politica della città, datosi che l’Irascibile s’era rifiutato sprezzantemente di iscriversi a una qualsiasi Arte:

“Nel gennaio 1293 erano stati promulgati quegli ordinamenti di giustizia che il Bonaini  chiamò la Magna Carta della Repubblica fiorentina” (70). Aggiungerei che si trattava d’una Carta, sia pur Magna, che era più sulla “carta” che nella realtà delle cose. Cavalcanti non fu l’unico a Firenze a rifiutare l’iscrizione alle “viles artes”. Come altri nobili nelle sue stesse condizioni, Cavalcanti  attendeva tempi più propizi, ben consapevole che, alla lunga, la potenza sociale ed economica dei Cavalcanti si sarebbe presa la sua rivincita:

“A Firenze, scrive Roberto Greci, dove pure alcuni si rifiutano di appartenere alle arti, i grandi riescono a conservare posizioni considerevoli all’interno delle istituzioni tramite legami clientelari o di parentela oppure tramite l’ambigua definizione di nobili ‘popolari’”) (71).

 

Cavalcanti, il Dante “giovane” e Guittone

 

L’anno 1293 fu per davvero  molto gramo per Guido Cavalcanti:  finiti gli anni ruggenti (1280-1285), che lo avevano visto ridicolizzare “per li mycte-rismi” il povero Guittone, intorno al 1293, anno di composizione della Vita Nova, gli sfuggiva di mano, almeno in apparenza,  il “potere”  (per via dell’auto-esclusione dalla vita politica), ma di sicuro “l’amico degli anni ruggenti” (72), ossia il giovane Dante, “sodale” di valore letterario provato e indiscutibile; il quale poi, con gran disdegno di Cavalcanti, avrebbe abbandonato la partita, nonostante le sue rampogne, reiterate, “ogni giorno”, inutilmente, “’infinite volte”.  In virtù  delle nuove teorie filosofiche che da Parigi s’erano infiltrate  a Bologna, Cavalcanti cercò di spiegare al popolo dei “poetae” (vecchi et novi), e di conseguenza anche al giovane amico di belle speranze,  tutto compreso dell’ “amore” per Beatrice, che l’amore istesso era un mero “accidente” dell’anima  (73) : ma, come si sa, Cavalcanti non riuscì nell’intento. Il sonetto  Io vengo il giorno a te infinite volte sembrerebbe  l’estremo tentativo, andato a male, di riconquistare il Dante “folgorato” da Beatrice, e poi dal Virgilio, si dice, “appreso”, come vedremo fra poco,  alla cosiddetta “scuola dei filosofanti”.

Intanto verrebbe da chiedersi perché Cavalcanti si mostrò così convinto che l’allor giovanissimo Dante potesse essere attratto in toto   “dalla sua parte”: cioè non solo per le ragioni linguistiche e filosofiche attinenti al nascente dolce stil, ma anche per quelle che lo vedevano fra gli aderenti a quell’ “eresia” coltivata in tutta la sua famiglia, dal padre Cavalcante, dal suocero Farinata degli Uberti, e infine da lui stesso. Forse non è del tutto casuale che l’amicizia con Dante avesse avuto inizio proprio nel 1283. In quest’anno fatidico Dante assistette a un qualcosa che deve averlo turbato nel profondo, e di cui certamente discusse con Cavalcanti.

“Nel 1283, scriveva Felice Tocco, l’inquisitore fra Salomone condannò Farinata degli Uberti e la moglie Maria Adaletta come eretici consolati, e con essi anche i figli Lapo, Federigo e Maghinardo e i nipoti Lapo e Betta del fu Azzolino” (74).

L’appena diciottenne Dante Alighieri assistette, quindi, nel 1283,  ad un fatto sconvolgente che andava a coinvolgere emotivamente anche il suo nuovo “amico”, Guido Cavalcanti genero di Farinata; infatti da Santa Reparata, la chiesa dove riposavano i resti di Farinata degli Uberti  dal 1264, ne vennero riesumate le ossa, in seguito bruciate sul rogo (75).  La crudezza dell’episodio, e l’impressione di sicuro orrore che dovette procurare nel Dante “giovane”, presumibilmente fecero pensare a Guido che il “nuovo” amico potesse essere traghettato verso sponde molto diverse da quelle del cattolicesimo ortodosso e delle sue discutibili “metodiche”. Sta di fatto, però, che Dante, sin da giovane,  si mostrò sempre tetragono ad ogni infiltrazione eterodossa in fatto di religione.  La deferenza di Dante verso l’ “altezza d’ingegno” di Cavalcanti non subì mai incrinature; ma, quasi sicuramente, l’amicizia di Dante era fatta di molti distinguo. Riguardo a questo punto,  Fernando Salsano scrisse cose assolutamente condivisibili, rilevando che nell’amicizia fra Dante e Guido “agiscono elementi di ordine etico ed estetico denunzianti convergenze e divergenze fra i due, nelle scelte relative alla poesia, alla politica, alla filosofia e alla religione. Se è vero che ogni amicizia, nel momento stesso in cui lega due individualità ne postula una differenziazione destinata a produrre consonanze e dissonanze, l’amicizia di Dante e Guido è di quelle in cui questa legge si esprime in un rapporto drammatico, che, in un intricato gioco di dare e avere, investe tanto gli orientamenti e le realizzazioni della poesia, quanto le vocazioni e i comportamenti delle due umanità” (76).

Quanto alla questione del Virgilio profeta, su cui mi sono soffermato in altro articolo,  si è scritto  efficacemente che le scaturigini prime dell’impatto di Dante con il Virgilio simbolo della “ragione” (cosa che era naturaliter rifiutata da Cavalcanti)  sarebbero da ravvisare nelle “dispute” dei filosofanti:

“Una ragione discesa, spiegava Domenico Consoli, dalle disputazioni dei filosofanti a organo del progresso e lievito della storia, incarnata nelle istituzioni della politica e del diritto, soggetto di una prodigiosa evoluzione delle genti”  (77). Virgilio non fu mai per Dante un  “mago” (“di Virgilio mago non v’è traccia nel poema dantesco”, chiosa Consoli) (78); ma un “savio” sì: Dante ne conferma “la qualità di savio che tutto seppe”  (79).  Tra i filosofanti frequentati da Dante intorno agli anni fra il 1293 e il 1295, sarebbe poi nata “anche” l’idea di un “Virgilio, cantore della giustizia e della pietà, vate dell’impero romano, profeta dell’età dell’oro” (80).  Tutte teorie che, come abbiamo visto in altra sede, non erano né accette né tanto meno condivise da Guido Cavalcanti. In sostanza, per Consoli, Dante “pure fa qualcosa di nuovo [corsivo mio]: sente, come già si è visto nelle opere minori, l’importanza del poeta” (81).

Il primo cenno in assoluto a Virgilio in cui si adombra l’idea della profezia si ha infatti nella Vita Nova (XXV), quando Dante cita i “Dardanae duri” (Eneide III, 94) (82), versi che rinviano alla “profezia” di Apollo a Enea, che domanda al dio del proprio “fatus”. E il dio risponde, profetizzando: Antiquam exquirite matrem [III, 96] (andate sulle tracce dell’antica madre). Virgilio, già nella Vita Nova, e ancor prima della frequentazione della “scuola dei filosofanti”, si mostra dunque a Dante se non come “profeta” tout court, almeno come  cantore di profezie palesemente ammirato. Dante in seguito, affacciandosi l’idea della Comedìa, “perfezionò” l’antica intuizione, facendo di Virgilio (e di se stesso) un profeta illuminato, volto alla restauratio morale di un’Italia ormai perduta, agli occhi di Dante, nella “selva oscura” del peccato.

Per di più, proprio nel passo della citazione virgiliana, Dante  discorre intorno alle “cose animate e inanimate”, che rinviano ai concetti di “accidente” e “sostanza”, sembrando apparentemente in sintonia con Cavalcanti, ma poi sostanzialmente cadendo in palesi contraddizioni,  in una “sorta  di calcolata schizofrenia” (83). Inutile dire che il Nasutus subodorò subito che c’era qualcosa che non funzionava nello svilupparsi argomentativo di Vita Nova, XXV, suscitando in lui non poche perplessità e apprensioni circa i futuri rapporti con il suo allievo, datosi che, a quanto pare, si lesse l’ “anteprima” del Libello dell’amico.

E con ciò, già a partire dalla Vita Nova,  la  partita di Cavalcanti con Dante era non solo “perduta”, ma definitivamente chiusa. La rabbia smisurata (disdegno) di Cavalcanti scaturì probabilmente dal fatto che Cavalcanti vedeva in Dante non solo l’ “amico”, ma anche l’“allievo” intorno al quale aveva speso molto tempo, ma che, a una lettura in filigrana del Libello a lui dedicato,  si mostrava intenzionato a sacrificare la “ragione” (aristotelica et  addentellati radicali) ad  assurdi (agli occhi di Cavalcanti), quanto inverificabili postulati “alla Guittone”.

L’astio dimostrato da Cavalcanti nei confronti di Guittone,  fatte salve le fin troppo ovvie ragioni “poetiche”,  linguistiche e filosofiche , derivava a mio avviso anche dal fatto che Guido riteneva assolutamente ridicoli  i toni apocalittico-profetizzanti del poeta aretino, nonché  le di lui pretese “politico-irenico-pacifiste” tese a un’azione “moral-moralizzatrice” della classe dirigente, prima di Arezzo (Ahi! come mal mala gente Di tutto bene sperditrice), ma poi con evidenti tensioni “ecumeniche”, che andavano a immischiare anche Firenze,  “la sfiorata fiore” e, soprattutto, i suoi “miseri”, anzi “miserissimi disfiorati”, colpiti nell’ “orgoglio” per l’ormai perduta “grandezza”. In realtà Guittone non aveva tutti i torti; anche nella prima metà degli anni ’80, Firenze mostrava d’essere diventata un alveare impazzito, dove tutti erano contro tutti (basta scorrere le pagine ancor vive di Gaetano Salvemini per rendersene conto appieno). Ma il nobile, altezzoso, sprezzante e razionalista Guido Cavalcanti aveva una forma mentis molto diversa; anch’egli, come gli altri magnates, era  “ipnotizzato” dalla violenza:

“Il magnate Guido Cavalcanti, in un sonetto indirizzato a un suo parente di nome Nerone, non poteva esimersi dall’inneggiare alla vendetta contro il casato rivale dei Buondelmonti: un’inimicizia tra le più dannose per la quiete pubblica” (84).

Guido, proprio per formazione mentale e credo filosofico-politico, non riusciva proprio a ‘reggere’ Guittone, un esponente di quel “misticismo civico”  che attraversò un po’ tutte le città italiane dell’epoca comunale (85), che “ragionava” soltanto in termini religiosi e secondo i parametri “di bene e male” secondo ortodossia cattolica.

La Firenze del tempo si offriva, invece,  realisticamente, agli occhi di Cavalcanti soltanto “come teatro di guerra per la incompatibilità di manovre politiche da parte di fazioni ostili che con grande accanimento miravano ad escludersi a vicenda”; e dove in tutte fazioni in campo si registra una “sfrenata aspirazione al potere” (86). La “dimensione mentale” del Dominus Guido de Cavalcantibus s’innerva nell’ideologia cittadina tipica della nobilitas dei tempi suoi: “La dimensione mentale dell’espressione ideologica cittadina rimane sempre il tutto: nessuna pars, non i Magnati, non il popolo, vorrà mai connotarsi come tale, ma sempre come tutto” (87).

Di qui  il retaggio degli odii che dividevano i magnates d’antica nobiltà dai “novi homines” assurti alla nobiltà per ricchezze accumulate (Corso Donati contro i Cavalcanti); le pressioni del popolo delle Arti minori contro tutti i Magnates, crearono un clima di ostilità permanente di cui Cavalcanti era assolutamente consapevole, e, soprattutto, co-protagonista senza reticenze, specie da quando aveva potuto toccare con mano le difficoltà del governo della città nei primi anni ’80, anni di fortissima fibrillazione sociale, che a poco a poco stavano mettendo in aperta crisi il “mondo” del solitario e sprezzante loico  di Firenze, che ormai si sentiva distante sia dai populares sia da quanti, come Guittone (e  ormai anche da Dante), gli si palesavano “irrazionalmente proni” a principi  inverificabili,  e pertanto incapaci di avere un rapporto produttivo con la “ragione”. Guittone insomma  dimostra palam et aperte allo sprezzante super-intellettuale Guido Cavalcanti di nulla “savere”.

Di qui  anche la stroncatura netta, e senza appelli, del “dittatore” d’Arezzo. Negli anni del suo “rampismo” sociale e culturale, Cavalcanti, con il  rismo di Da più a uno face un sollegismo, istituì un hapax extra-galattico,  un tropo-trappola che si carica d’un netto e iper-ironico rifiuto di “tutte” (nessuna esclusa) le “ridicole stoltezze” di Guittone; e, alla fine, essenzialmente, si carica di significati e di valori extra-testuali che vanno ben oltre i confini di un semplice calcolo matematico,  dell’algorismo e della stessa galassia della rima, di cui pure abbiamo visto la presenza prorompente nei testi del nostro volgare più antico.

 

Note

 

1)         Gianfranco Contini, “Cavalcanti in Dante”, in Un’idea di Dante, Torino, Einaudi, 1976,  p. 153.

2)         Vincent Moleta, Guinizzelli in Dante, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1980,  p. 51 nota.

3)         Sugli inizi dell’amicizia del giovane Dante  con Guido Cavalcanti  cfr. Mario Marti, Con Dante fra i poeti del suo tempo, 1971, p. 93.

4)         G. Cavalcanti, Rime, con le rime di Iacopo Cavalcanti, a cura di D. De Robertis,  Torino, Einaudi, 1986, p. 184.

5)         Lino Leonardi, I canzonieri della lirica italiana delle origini: Studi critici, SISMEL, Edizioni del Galluzzo, 2001, p. 243. Cfr. anche, dello stesso L. Leonardi, “Guittone e dintorni. Arezzo, lo Studium, e la prima rivoluzione della poesia italiana”, in 750 anni degli statuti universitari aretini: atti del convegno internazionale su origini, maestri, discipline e ruolo culturale dello Studium di Arezzo, Arezzo, 16-18 febbraio 2005, SISMEL edizioni del Galluzzo, 2006, p. 209.

6)         Armando Antonelli, “Nuove su Onesto da Bologna”, in Incontri di Studio del MAES del 15 aprile 2005,  p. 13.

7)         Achille Pellizzari, La vita e le opere di Guittone d’Arezzo, Pisa, Tipografia Successori Fratelli Nistri, 1906,  p. 196 e nota 7.

8)         Secondo Lino Leonardi, in  palese discordanza con Pellizzari, che datava 1284, “Magni baroni e regi quasi”  risalirebbe invece  al “marzo del 1288” (Lino Leonardi, I canzonieri della lirica italiana delle origini, cit.,   p. 201). Secondo Pellizzari sarebbe “poco probabile che la canzone sia stata scritta versi il 1288, quando Ugolino e Nino  si riappaciarono, poiché vi si sarebbe propugnata una guerra che allora non era certo nel desiderio della maggioranza in Pisa,   resta più verosimile assegnarla a un tempo anteriore, tra la fine del 1284 e il principio del 1285” ( Cfr. Achille Pellizzari, La vita e le opere di Guittone d’Arezzo, cit.,  p. 177).

9)         Michelangelo Picone, “I due Guidi: una tenzone virtuale”,  in  Guido Cavalcanti laico e le origini della poesia europea nel 7. centenario della morte: poesia, filosofia, scienza e ricezione. Atti del convegno internazionale, Barcellona, 16-20 ottobre 2001, a cura di R. Arqués, Edizioni dell’Orso, 2004, p. 9.

10)       Mario Marti, “Guittone d’Arezzo”, in Letteratura italiana. I Minori, Milano, Marzorati, 1961, Vol. I, p. 103.

11)       Umberto Bosco, “Il nuovo stile della poesia dugentesca secondo Dante”, in Dante vicino,  Roma,  Salvatore Sciascia editore, pp. 34-35.

12)       Aldo Menichetti, “Metrica e stile in Guittone”, in Saggi metrici,  a cura di Paolo Gresti e Massimo  Zenari, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2006, p. 248.

13)       Marcello Ciccuto, Figure d’artista: la nascita delle immagini alle origini della letteratura, Cadmo, 2002,  p. 22 nota 18.

14)       Sulla questione cfr. Nicolò Pasero, “Contributi all’interpretazione del sonetto ‘Da più a uno face un sollegismo’ di Guido Cavalcanti”, in Medioevo letterario d’Italia, 2009, n. 6, p. 38.

15)       Roberta Capelli, Del carnale amore: la corona di sonetti del codice Escorialense, Carocci, 2007, p. 16.

16)       Marcello Ciccuto,  Figure d’artista …, cit., p. 22 nota 18.

17)       Le rime di Guittone d’Arezzo, a cura di Francesco Egidi, Bari, Laterza, 1940,  p. 83 v. 121.

18)       Ivi,  XXVI, vv. 103-106.

19)       Claude Margueron, Recherches sur Guittone d’Arezzo: sa vie, son époque, sa culture, Presses universitaires de France, 1966, p. 163.

20)       Giulio Salvadori, La poesia giovanile e Canzone d’amore di Guido Cavalcanti, Roma, 1895, p. 7 nota 1.

21)       Arnaldo D’Addario, “Saltarelli (Saltarello), Lapo”, in Enciclopedia Dantesca, 1970, Vol. IV, p. 1084, nota.

22)       Claude Margueron, Recherches sur Guittone d’Arezzo: sa vie, son époque, sa culture, cit., p. 164.

23)       “Nella … strofa finale Guittone si rivolge a due Cavalcanti, cioè a Cavalcante padre di Guido ed a Lapo   per invitarli ad abbandonare la via del peccato e ritornare alla virtù della quale egli si è fatto predicatore)” Cfr. Guido Favati, Inchiesta sul dolce Stil Nuovo, Firenze, Le Monnier, 1975, p. 79).

24)       Mario De Rosa, “Dante e la generazione dei ‘padri’”, in L’Alighieri, luglio-dicembre 1988, p. 32 nota 2.

25)       Claude Margueron, Recherches sur Guittone d’Arezzo …, cit., p. 166.

26)       Francesco Torraca, Studi su la lirica italiana del Duecento, Bologna, Zanichelli, 1902, p. 161.

27)       Ernesto Monaci, “Sulle divergenze dei canzonieri nell’attribuzione di alcune poesie”, in Note per la storia della lirica italiana, in Rendiconti della Regia Accademia dei Lincei, Roma, 1885, p. 659.

28)       Jacopo Paganelli, “Guittone d’Arezzo e la Valdelsa volterrana. Spunti di ricerca”, in Miscellanea storica della Valdelsa,  vol. 122 (2016) p. 157-164,  p. 4 dell’Estratto.

29)       Guido Zaccagnini, “Per la storia letteraria del Duecento. Notizie biografiche e appunti dagli Archivi bolognesi”, Estratto dai Fascicoli IV-VI (luglio dicembre 1012), III (maggio-giugno) e VI (novembre-dicembre 1913) di Il Libro e la stampa, Milano, L. F. Cogliati,  pp. 28-29.

30)       Ivi, p. 32.

31)       Ivi,  pp. 60-61.

32)       Francesco Torraca, Studi su la lirica italiana del Duecento, cit., p. 161.

33)       Guido Zaccagnini, I rimatori pistoiesi  dei secoli XIII e XIV, Testo critico, Pistoia, Tipografia Sinibuldiana, 1907, p. CIV.

34)       Guido Zaccagnini, Per la storia letteraria del Duecento, cit.,  p. 79. Cfr. anche Achille Pellizzari, La vita e le opere di Guittone d’Arezzo, cit., pp. 123-125.

35)       Guido Zaccagnini, I rimatori pistoiesi, cit.,  p. XCIX.

 Lauren.-Red. 9, n. 356. E pubblicato nei Poeti II, 16.

Doglio, languendo di greve pezansa,

dì vostr’ erransa, — messer fra Guittone,

che lo scuro parlar, dite, v’ avansa,

che per certansa — contr’è di ragione.

E io vel mosterrò con avacciansa,

Segond’ uzansa — del bon Salamone,

e Petr’ Alfonso, ciascun ne fé’ stansa,

ched’ è fallansa — scur’ appozizione.

E Seneca lo disse in su’ dittare

O’ om’ de’ schiarare — si ’l bel parlamento,

che ’ntendimento — n’aggia tutta gente.

Se non potrebbe il sagg’ e ’l fol’ errare

al giudicare — del proponimento,

e ’l marrimento — sre’ chine parvente. [Zaccagnini, I Rimatori pistoiesi, pp. 46-47].

36)       Guido Zaccagnini, I rimatori pistoiesi  dei secoli XIII e XIV, cit., p. C.

37)       Guido Zaccagnini, Per la storia letteraria del Duecento, cit., p. 79.

38)       I Canzonieri della lirica italiana delle origini, a cura di Lino Leonardi, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2001,  Vol. IV, Studi critici, p. 199.

39)       Paolo Borsa, “La tenzone con Guittone d’Arezzo”, in La nuova poesia di Guido Guinizzelli,  Cadmo, 2007, pp. 13-53.

40)       Robert  Davidsohn, Storia di Firenze,  Firenze, Sansoni, 1981, Vol. 4,Parte 3, p. 324 nota 1.

41)       Silvia Finazzi, “Il Guittone morale delle lettere in versi”, La poesia in Italia prima di Dante. Atti del Colloquio Internazionale di Italianistica Università degli Studi di Roma Tre, 10-12 giugno 2015, a cura di F. Suitner, Ravenna, Longo, 2017, p.  161.

42)       Luciano Rossi, “Ripartiamo da Guinizzelli”, in Da Guido Guinizzelli a Dante. Nuove prospettive sulla lirica del Duecento, Padova, a cura di F. Brugnolo e G. Peron,  Il Poligrafo, 2004, p. 50.

43)       Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Bari, Laterza, 1983, p. 37.

44)       “La Quaestio, attribuita in entrambi i manoscritti al ‘magister Jacobus de Pistorio’, risulterebbe composta dopo il 1290 e prima del 1300”. Cfr. Maria Corti, Dante a un nuovo crocevia, Firenze, Sansoni, 1981, p. 26. Cfr. anche Cfr. Irene Zavattero, “La ‘Questio de felicitate’ di Giacomo da Pistoia”, in Le Felicità nel Medioevo: atti del convegno della Società italiana per lo studio del pensiero medievale (S.I.S.P.M.), Milano, 12-13 settembre 2003, Brepols, 2005 p. 376: “Maria Corti, in particolare, individuò nel testo di Giacomo … ‘l’area dei prelievi’ operata da Cavalcanti per la stesura di Donna me prega, arrivando a ipotizzare che la canzone fosse una risposta alla ‘Quaestio de felicitate’”.

45)       Irene Zavattero, La Qaestio …, cit.  p. 356 nota.

46)       Salvatore Muzzi, “I primi bolognesi che scrissero versi italiani”, in I più antichi verseggiatori bolognesi, Torino Speirani & figli, 1863, p. 28:

“In sul 1280 fioriva in Bologna un poeta volgare chiamato Ser Bernardo, che fu probabilmente notaio come Ser Monaldo da Soffena, Ser Noffo d’Oltrarno e Ser Pace, che furon tutti notai: imperocché, come asseriscono gli eruditi,  se davasi del messere a chi non fosse volgo, ma non fosse dottore, serbavasi il sere ai soli pratici dell’arte notaresca,  i quali benché cresciuti agli studi ed alla cultura di cose positive e di prescrizioni di codici, abbandonavansi talvolta ad ispirazioni fantastiche, ad amorosi sfoghi dell’anima,  a voli d’italiana poesia, quasi per sollevarsi dal gran peso di quel latino barbarico, che parve imposto precettivamente a notai di que’ tempi. Credesi dunque che Ser Bernardo fosse notaio; ma non è cognito da qual famiglia avesse origine, essendochè i più accurati cercatori de casati felsinei non fecer sinora buona prova rovistando a tal effetto negli archivi: laonde non gli diedero altro cognome da quello infuori della città ov’ebbe tratti i natali. Ser Bernardo da Bologna fu amico di Guido Cavalcanti fiorentino celeberrimo; di quel Guido che Benvenuto da Imola appellò il second’occhio della toscana letteratura”.

47)       Guido Zaccagnini, Per la storia letteraria del Duecento, cit., p.  70.

48)       Gianfranco Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, 1960, Vol. II, Parte II,  p. 552.

49)       Ernesto Monaci,  “Il Canzoniere Chigiano L VIII 305”, in Il Propugnatore, Tomo X parte I, Bologna, Romagnoli, 1877,  p. 337 n. 85.

50)       Esame fatto in Faenza di un carcerato. An. 1278. Circa … “Quidem nomine Bernardus de Bononia apostavit eum et fecit eum capi”. Cfr. Marco Fantuzzi, Monumenti ravennati de’ secoli di mezzo, Venezia, MDCCCIL, Tomo III, pp. 122-123.

51)       “Bernardus de Bononia, miles, socius comitis Spaleti”, III, 441, in Monumenta Spectantia Historiam Slavorum Meridionalium, Volumen  XXIV, Zagabriae 1893,  p. 58. Per il testo integrale cfr. Monumenta Spectantia Historiam Slavorum Meridionalium, Anno  1327, Volumen tertium, , Zagabriae, 1872, p. 441.

52)       Silvia Diacciati, “Guido e i Cavalcanti: un poeta cavaliere e il suo contesto”, in Les deux Guidi: Guinizzelli e Cavalcanti, a cura di  Marina Gagliano,  Philippe Guérin,  Raffaella Zanni,  Presses Sorbonne Nouvelle, 2016,  pp. 38-39 e p. 40.

53)       Jürg Gassmann, “The Bolognese Societates Armatae of the Late 13th Century”, in Acta Periodica Duellatorum – May 2014,  p. 220 nota 85.

54)       Ivi, p. 203.

55)       Ivi, p. 201.

56)       Guido Zaccagnini, Notizie biografiche e appunti dagli Archivi bolognesi,  cit., pp. 83-84: “[Iacopo] poco dopo essere stato in Firenze nel 1280 fra i testimoni della pace del cardinal Latino per la sua famiglia, insieme con Guido,  compare a Bologna il 23 ottobre 1283, in compagnia d’un canonico di Camerino e di Bonaccorso de Lanfranchi, canonico di Pisa, in un atto di prestito di 34 fiorini d’oro ch’essi si fanno dare da due mercanti senesi …  E ancora in Bologna nel 1286, nel quale anno è testimone un altro atto […] Nel ricordato atto con Rettori dello Studio è chiamato dominus Iacobus de Chavalcantibus. Già in questo documento apparisce, se anche non detto esplicitamente, che era a studio in quella fiorentissima università; e dal titolo di canonico che ha in questi documenti, si arguisce che doveva essere scolare in decretali come allora si diceva”.

57)       Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Bari, Lsterza, 1983, p. 37.

58)       Silvia Diacciati, Guido e i Cavalcanti, cit., p. 49 e nota 44.

59)       Julia Bolton Holloway, Twice-told Tales: Brunetto Latino and Dante Alighieri, New York, Peter Lang, 1993,  p. 385.

60)       Ivi, p. 148.

61)       Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Firenze, Carnesecchi, 1899, p. pp. 126-145; per gli eventi del 1284, cfr. p. 114.

62)       Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, cit., p. 29. Cfr. anche  Ermete Carlino, “Amore ed arte al cadere del primo cristianesimo”, In Rivista popolare di politica, lettere …, 1911, p. 18:

“La famiglia dei Cavalcanti, scrisse Ermete Carlino,   la cui potenza è giunta per via di smessi commerci a tanto, che dal sesto di S. Pietro in Scheraggio intorno a Mercato Nuovo essi occupano di case e botteghe quasi tutto il ‘midollo e tuorlo della città’, secondo  l’espressione della cronica di Giovanni Villani; possiedono molti castelli a Monte Calvi, a le Stinche, a Orvieto, e altrove tengono le principali cariche cittadine e di loro circa sessant’uomini son da portare l armi tra del parentato e della gente al servizio. Di più essi hanno afforzata la potenza della lor ricchezza con una facile genealogia di nobiltà remota, nella quale però figurano veritieramente un Cavalcante console nel 1176, un Daini Cavalcante console, anche questo nel 1206; un Aldobrandino sempre Cavalcanti console nel 1204, e stipulator di pace di Firenze con Siena nel 1201 e della convenzione con Bologna quattordici anni appresso; un Mainardo gran cancelliere del reame di Napoli e amico del Boccaccio, uno Schiatta console di giustizia il ’15, un Uguccio consul mercatorum il ’18, un Jacopo consul militum il ’19, un Ciapo consiglier di pace tra Firenze Lucca e Pisa il ’56, un Rinieri capitano dell’armata fiorentina contro Siena il ’60”.

63)       Gaetano Salvemini, Magnati e popolani, cit.,  p. 147.

64)       Sugli anni errabondi di Corso Donati, cfr.  Sergio Raveggi, “I rettori fiorentini”, in I podestà dell’Italia comunale. I: Reclutamento e circolazione degli ufficiali forestieri (fine XII sec.-metà XIV sec.), a cura di J.-C. Maire Vigueur, Roma, École Française de RomeIstituto storico italiano per il medio evo, 2000, p. 642, nota 95.

65)       Pasquale Papa, “Due lettere di Corso Donati Capitano a Bologna nel 1293”, in Raccolta di Studii critici dedicati ad Alessandro D’Ancona, Firenze, Barbera, 1901, p. 374.

66)       Ivi, p. 370.

67)       “Il pellegrinaggio di Guido, in conclusione vista l’inconsistenza delle prove storiche, probabilmente, non si è mai davvero verificato. La sua genesi potrebbe appartenere a nulla più che a ciò che fenomenologicamente è: una leggenda, una diceria, una chiacchiera da popolo”. Cfr. Paolo Rigo, “ ‘Andando Guido in pellegrinaggio a San Iacopo’. Un viaggio tra storia e leggenda”, in Viajes y caminos: relaciones interculturales entre Italia y España,  campUSCulturae – Universidade de Santiago de Compostela, 2016, pp. 91-106,  p. 101.

68)       Guido Cavalcanti e le sue rime, a cura di Pietro Ercole,  Livorno, Vigo, 1885, pp. 44-45.

69)       Sergio Raveggi, I rettori fiorentini, cit.,  p. 603 nota 9.

70)       Enzo Robaud, La corrispondenza di Guido Cavalcanti con Dante Alighieri e con Guido Orlandi, G. Albano, 1957,  p. 16.

71)       Roberto Greci, “Forme di organizzazione del lavoro nelle città italiane in età comunale e signorile”, in La città in Italia e in Germania nel Medioevo: cultura, istituzioni, vita religiosa, a cura di Reinhard Elze e Gina Fasoli,  in Annali dell’Istituto storico italo germanico, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 89.

72)       L’espressione è di Maria Luisa Rizzati, Dante, Milano, A. Mondadori, 1976, p. 21.

73)       Maria Luisa Ardizzone, “Logica e teoria della visione”, in Guido Cavalcanti tra i suoi lettori, Cadmo, 2003, p. 53.

74)       Felice Tocco, Quel che non c’è nella Divina commedia, o Dante e l’eresia, Bologna, Zanichelli, 1899, p. 7.

75)       Su tutta la questione cfr. Italo Borzi, “Farinata degli Uberti: la tragedia degli odi civili nell’Inferno di Dante”, in L’Alighieri, luglio-dicembre 1986, pp. 23-46, in specie p. 31.

76)       Fernando Salsano, “La lettura di Dante”, in Cultura e Scuola, luglio-settembre 1990, n. 115, p. 18.

77)       Domenico Consoli, Significato del Virgilio dantesco,  Firenze,  Le Monnier, 1967,  p. 60.

78)       Ivi, p. 26.

79)       Ivi, p. 25.

80)       Ivi, p. 47.

81)       Ivi, p. 25.

82)       Virgilio. Il Libro Terzo dell’Eneide, a cura di Pier Vincenzo Cova, Milano, Vita e Pensiero, 1994, p. 5.

83)       Noemi Ghetti, L’ombra di Cavalcanti e Dante,  p. 28. Sulla problematica in esame cfr. soprattutto le pp. 27-29.

84)       Silvia Diacciati, Guido e i Cavalcanti …, cit., pp. 42-43.

85)       Maria Consiglia De Matteis, “Societas Christiana e funzionalità ideologica delle città in Italia”, in Annali …, cit. p. 31.

86)       Ivi, p. 37, 17 e nota 9.

87)       Ivi, p. 33.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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