Gli scenari internazionali di Hoffmann, e come “tira” la carretta

Kenneth Waltz  asserì senza mezzi termini  che il sistema politico  internazionale è sostanzialmente “anarchico” e decentralizzato, dove ogni Stato è simile all’altro e fa le stesse cose dell’altro (cioè i propri interessi) (1). Ora, se a livello internazionale regnano soltanto l’anarchia e i rapporti di forza, è abbastanza evidente che mutare tale situazione, assolutamente persistente nel tempo, a parere di Waltz, parrebbe opera titanica, se non impossibile. Nessuno oggi, alla luce degli eventi internazionali che sono sotto gli occhi di tutti, potrebbe inficiare la visione ultra-realistica di Waltz, il quale, pur essendo uno studioso di cose internazionali, ragiona molto pragmaticamente, pressoché “come”  un politico.  Come diceva Togliatti, in linea generale, la “mente” del politico è “diversa” da quella dell’intellettuale e dello studioso, pur essendo, diceva lui, ambedue “intellettuali”; ma dovendo cercare  il primo soluzioni immediate e, soprattutto, praticabili ed effettivamente “percorribili” hic et nunc: la “realtà, del presente”:

“L’interesse del politico, diceva Togliatti, è, quindi, per lo più, alquanto diverso da quello dello storico di professione; diverso il suo metodo di accostarsi ai fatti, di valutarne la natura e il senso […] Ma quale è la fonte di  questa diversità di posizioni? Credo debba cercarsi […] nel fatto che il politico, per la sua stessa natura, cerca sempre e non può non cercare […] la realtà, del presente”. Poi Togliatti apriva una porta anche per la ricerca di soluzioni tenute al momento “impossibili”; ma esse, concludeva, “lo saranno, sulla base di scelte nuove […] in cui si sostanzia il progresso delle società umane” (2). Un po’ (molto) prima  di Togliatti, anche un altro grande intellettuale, Max Weber, verso la fine degli anni ’10 del Novecento,   incalzava  il politico a tentare anche l’impossibile:

“La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E’ perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si tentasse sempre l’impossibile” (3).

Ora, uno studioso che, al pari di Weber, sembra invitare il politico a intraprendere, in campo internazionale, le strade dell’impossibile,  è Stanley Hoffmann.

Stanley Hoffmann, classe 1928, pur non essendo americano d’origine (era austriaco), ha accompagnato la storia americana, e in particolare la politica estera americana nei suoi anni più difficili: dalla guerra fredda agli anni più vicini a noi.

Perché parlare di Stanley Hoffmann?

Perché le sue riflessioni sulla politica estera,  americana (e non),  costituiscono a tutt’oggi un’analisi critica di molto intrigante, in  particolare le sue considerazioni sugli anni guerra fredda, fino all’esperienza del Vietnam, in cui, per esempio, egli sembra prendere atto della sostanziale “generosità” della mentalità americana, anelante ad aiutare gli altri, ma anche della testardaggine con cui essa tenta di trasformare gli altri secondo i propri parametri interpretativi della realtà, anche se questi ultimi non ne vogliono proprio sapere di aderire all’ American way of life  (4).

Restano comunque degni di considerazione i suoi scenari, proiettati sul mondo al crepuscolo del Novecento, che indubbiamente posseggono validità quasi profetica, anche se Hoffman rifiutò di adottare il termine “predizioni” (predictions) (5).

Tra gli scenari più convincenti proposti da Hoffmann, che oggi possiamo esperire concretamente nella drammatica realtà, ne citerei alcuni che mi sembrano degni di particolare menzione,  e che soprattutto sono facilmente verificabili da tutti, anche da quanti non frequentano la politica internazionale. Domandandosi  “ dove stiamo andando”, Hoffmann si soffermava innanzitutto sui conflitti  che egli vedeva avvicinarsi minacciosi all’orizzonte del 2000,  a cominciare da quello che avrebbe visto contrapposti gli Stati Uniti e la Cina,  e, ancora, gli Stati Uniti e la Russia. Senza contare poi i conflitti tra nazioni minori, nel frattempo armatesi fino ai denti con armi nucleari: il tutto condito  da disastri ambientali, e da un fenomeno che oggi tiene banco sui Media: le migrazioni di massa, provenienti dai più disparati (e disperati) paesi africani (Ruanda e Zaire) dilaniati da sanguinose lotte intestine e ormai pressoché  soffocati dall’aumento vertiginoso della popolazione.

Per questo, dice Hoffmann, sarebbe assolutamente necessaria una conoscenza approfondita delle realtà oltre l’Europa, soprattutto per poter dar avvio a una politica internazionale che abbia un  “senso” e anche una qualche possibilità di successo. Gli scenari di Hoffmam si proiettano anche sull’Asia e sull’Europa. Nella prima,  i conflitti sono endemici, nonché “garantiti” da regimi politici definiti perlomeno “questionable”. Quanto all’Europa, postilla Hoffmann, essa è ancora ben lungi dall’essere  una federazione; anzi, ai suoi occhi si presenta  soltanto come una grande “ammucchiata” di Stati, e dove  la vita della comunità europea è messa costantemente in crisi dai nazionalismi e dai movimenti contro la globalizzazione.

Dati tali  scenari, Hoffman rifiuta una semplice registrazione di essi,  offrendo soluzioni di merito  (6). Le proposte di Hoffmann sono indubbiamente ricche di fascino; ma, a dire il vero, sembrano avere, allo stato attuale delle cose, il sapore dell’utopia, mancando il background di riferimento di alcuni prerequisiti di fondo per essere accettate come esperibili nella realtà effettuale. Certo che,  tenendo conto che egli scriveva alla fine degli anni ’90, e che i problemi sono scoppiati nella loro virulenza quasi trent’anni più tardi, e quindi ben oltre la soglia del 2000,  il tempo per “pensarci su” ci sarebbe stato, sempre ammesso (ma non dato per scontato) che qualcuno si fosse preso la briga  di considerare quanto Hoffman andava dicendo temporibus illis.

Comunque, “a quei tempi”, Hoffmann suggeriva la necessità di dar vita a livello internazionale a “norme” condivise concernenti la salvaguardia dell’ambiente, con un occhio di riguardo versi i cosiddetti “diritti umani”; un tribunale internazionale volto a dirimere e giudicare i “crimini” compiuti a livello, appunto, internazionale; alcuni “criteri” d’intervento per soccorrere le nazioni in gravi difficoltà. Tra le altre “raccomandazioni”, Hoffmann suggeriva inoltre di prestare la dovuta attenzione al rispetto dell’identità culturale delle varie nazioni, e, soprattutto, di dare ogni tanto una controllatina anche al Mercato, spesso cinico procacciatore, diceva Lui, di evidenti “ingiustizie” che ricadono sulle popolazioni degli stati nazionali. E non gli si può davvero dar torto: in un mondo in cui politica ed economia sembrano strettamente avvinte l’una all’altra, in un abbraccio che però sembra stritolare il “politico”, le mere necessità del Mercato riescono a far indossare alle nazioni una camicia di Nesso soffocante, e soprattutto che provoca evidenti asfissie. Oggi le cose vanno a questo modo, ma non è scritto nelle Tavole della Legge che gli “abbracci” debbano forzatamente essere eterni: e si sa che i nodi gordiani non vengono “sciolti”, ma tagliati, con la possibilità che qualcuno si sbucci le dita. Ecco perché “sciogliere” è molto più proficuo che “tagliare”.

L’Utopia di Hoffmann si spinge inoltre a dipingere un altro paio di scenari di politica internazionale di tutto rispetto, come ad esempio la ricerca d’una novella idea di “cittadinanza”; e la richiesta di un’attenzione particolare (della comunità internazionale) a impedire gli abusi sui cittadini che alcuni Stati sarebbero tentati (?) di attivare.

“Un vasto programma”, diceva Hoffmann.

Una Chimera, potremmo dire noi, anche perché, egli faceva notare che, in via preliminare, occorreva cercare di ‘capire’ lo stato delle cose. Uno sforzo, quello di capire, che non mi pare sia stato proprio titanico; e, visti i risultati,  non mi sentirei di asserire, al di là di ogni ragionevole dubbio,  che Hoffmann abbia goduto di particolare favore tra gli addetti di politica internazionale, soprattutto, credo, proprio per il tenore utopico delle sue proposte, come quelle, per esempio, tendenti a conciliare politica internazionale ed “etica”, altrimenti detta, con meno dotto verbo, “morale”.

Devo riconoscere che Hoffmann ha cercato in ogni modo di dare un tono il più realistico possibile  alle sue proposte, grazie a una retorica accattivante, che si sforza di rendere “plausibili”  le proprie idee. Nel suo libro Duties Beyond Borders (I doveri oltre le frontiere), Hoffmann sottolinea che, prerequisito per giungere all’attuazione di una politica internazionale moralmente possibile è il superamento dei connaturati egoismi degli Stati ( e dici niente!); e, indi,  il superamento delle inveterate categorie mentali “esclusive”, quelle cioè espresse dal “noi” e  dal “loro”: cioè tutti gli altri (7). Squadernando coram populo le proprie credenziali di uomo e di studioso, Hoffmann definisce se stesso uno storico, nonché un  liberale che crede nella perfettibilità delle cose umane  (8), e quindi nella possibilità concreta di conseguire almeno a una parvenza di ciò che è detto giusto e sbagliato, Hoffmann inoltre si qualifica più un riformista che un rivoluzionario (9). Pur non essendo pacifista, continua,  egli crede che “nessuna guerra” sia cosa di gran lunga  migliore “della” guerra; e in questo senso, a suo parere,  anche la seconda guerra mondiale poteva essere evitata  (10). Nonostante Hoffmann sembri correre a briglie sciolte lungo le strade dell’utopia, egli dichiara tuttavia di voler offrire

“un approccio realistico alla politica internazionale, che sappia però rispondere ad una domanda di moralità nei comportamenti” (11) .

La “moralità” si concretizzerebbe nel “freno” all’uso della forza e della guerra;  nella definitiva risoluzione dell’eterna questione dei diritti umani; nella necessità di porre ordine a un mondo diventato, a suo avviso,  “cacofonico”: ovvero che parla troppo, e soprattutto malamente, lanciando non messaggi comprensibili ma “rumori” assordanti che, alla fine, non significano, nella lunga durata, assolutamente nulla: flatus vocis, parole non al vento, ma “di vento”.

Ma, soprattutto, Hoffmann cerca di soffermarsi sulla questione dell’agire morale dei politici. Certo che occuparsi della “morale” del politico sembrerebbe compito immane, destinato al fallimento prima ancora d’iniziare. In fondo, dice Hoffman, è ben noto  che i politici  devono tener conto del loro elettorato; ergo,  a livello internazionale,

“difendere gli interessi della propria nazione non è forse azione morale”? (12).

Sarebbe ottima cosa che il politico “virtuoso”, dice Hoffmann,  fosse “politicamente prudente”, e agisse in modo “sensato”, pensando alle conseguenze delle sue azioni (13).  Ma pensare che tizio sia un buon politico “perché” pensa alle “conseguenze”, interne ed esterne,  delle sue azioni non pare a Hoffmann segno di “moralità”  (14), anche perché, continua,  le “conseguenze” potrebbero celare fini “particolari”, che fanno comodo al politico, ma che in sé potrebbero essere del tutto immorali. Stabilito ordunque che non si può definire “politico morale”, né chi è “prudente” né “chi pensa alle conseguenze”, chi è, alla fine, un politico “morale”?

Hoffmann non risponde, perché con il politico ci si muove in un mondo di eccessive incertezze. Visto che di moralità individuale non è possibile parlare, Hoffman gira la frittata, parlando di “moralità collettiva” che, per li rami, alla fine arriva fino al politico.  Poiché un politico con tutte le virtù necessarie è impossibile a trovarsi, la cosiddetta “moralità” dell’agire politico internazionale deve essere tenuta sotto stretto controllo dai popoli delle varie nazioni. E’ però evidente che un “controllo” dell’agire politico si ha soltanto in stati di foggia liberal-democratica,  dove un “certo” controllo lo si ha pure del politico attraverso le opposizioni interne, l’opinione pubblica e l’elettorato,  che ne giudicano i comportamenti e di conseguenza la “moralità” di essi in conformità al mandato elettorale,  considerando anche le “conseguenze” e l’impatto sociale di certe decisioni internazionali sull’intera nazione.

Il fondo utopico di simile visione è però, a mio parere, abbastanza scoperto. L’idea che si dovrebbe avere la stessa attenzione in politica estera come la si ha in politica interna non è peregrina, ma resta il fatto, incontrovertibile,  che l’agone internazionale è fatto di soggetti politici molto diversi sotto il profilo del governo interno nelle rispettive nazioni. Diciamo allora che si dovrebbe favorire  la nascita di regimi democratici in tutto il mondo, come requisito fondamentale per avere colloquio tra “pari”.

L’idea quindi di una “moralità controllata” del politico attraverso i popoli è senz’altro buona: ma i pre-requisiti internazionali sono per il momento ancora assenti. Per cui, si teme, lo stato d’anarchia nella politica internazionale si protrarrà ancora a lungo, anche se, sulla lunghissima durata, tutto è possibile. Rebus sic stantibus, e data a Hoffmann la qualifica di ottimo indagatore dei problemi internazionali, ma anche quella di “risolutore” abbastanza utopico degli stessi, è evidente che in siffatto stato d’anarchia il massimo cui si può tendere è, forse,  il compromesso (ma con le precisazioni più sotto addotte), ma togliendo alla parola tutto il negativo che s’è depositato su di essa per riportarla alle vergini origini, intendendola cioè come “cum” “promitto”, ovvero un “promettersi reciproco”, al di là delle differenze, per giungere a una qualche soluzione parziale, ma condivisa: cosa che, soprattutto, implica che la promessa sia “rispettata” dalle molteplici parti che compongono il variegato contesto internazionale.

Ecco perché, qualcuno in Italia, terra di leggendari compromessi (storici),  ha voluto scongiurare tutte le connotazioni negative incombenti sulla parola compromesso, optando per contratto, in memoria, forse, dell’illustre “Contratto sociale” di Rousseau, il quale, essendo meno propenso alle utopie, dichiarava nella Prefazione:

“Voglio indagare se nell’ordine civile possa esistere qualche norma d’ amministrazione legittima e sicura pigliando gli uomini come sono e le leggi quali possono essere” [Corsivi miei] (15).

A ben guardare, contratto è meno “compromissorio” di compromesso, che contiene in sé, come dicevamo, l’idea di una “promessa”. Il contratto, invece, come ci spiegava il dotto Agostino Montalcino, Dottore & Maestro di Sacra Teologia nel 1590,

“quanto all’etimologia del vocabolo significa tirare, o mettere insieme più cose, essendo composto di quelle due parole latine cum e trahere”  (16).

In italia, dunque, terra di Machiavelli, si tira insieme: finché dura, e senza impegno.

L’Europa e il mondo , nelle relazioni internazionali, hanno  imparato molto dall’Italia:

Infatti “ tirano a campare”, con buona pace di Stanley Hoffmann.

 

Note

1)      Kenneth Waltz, Theory of International Politics, Long Grove, Illinois, Waveland Press, INC., 1979 [2010], p. 104.

2)      Palmiro Togliatti, “Le classi popolari nel Risorgimento”, in Studi Storici, V, 1964, p. 426 (Conferenza tenuta a Torino il 13 aprile 1962). Il passo citato in Gianpasquale Santomassimo, “Togliatti e la storia d’Italia”, in Studi Storici, luglio-settembre 1985, n. 3, p. 494 e nota 1.

3)      Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1948, p. 152.

4)      Stanley Hoffmann, Primacy or World Order: American Foreign Policy Since the Cold War, McGraw-Hill, 1978, p. 25.

5)      Stanley Hoffmann, World Disorders: Troubled Peace in the Post-Cold War Era, Rowman & Littlefield Publishers, INC., 1998, pp. 8-9.

6)      Ivi, p. 10.

7)      Stanley Hoffmann, Duties Beyond Borders, Syracuse, New York, Syracuse University Press, 1981, p. XII.

8)      Ivi, p. 8.

9)      Ivi, p. 9.

10)    Ivi, p. 10.

11)    Ivi, p. XI.

12)    Ivi, p. 27.

13)    Ivi, p. 29.

14)    Ivi, p. 30.

15)    Il Contratto sociale di G. G. Rousseau, Italia, 1850, Prefazione.

16)    Lucerna dell’Anima. Somma dei casi di Conscientia [sic], Necessaria a i Confessori & molto utile ai Penitenti. Composta dal R.P.F. Agostino Montalcino, Dottore & Maestro di Sacra Teologia, dell’Ordine dei Frati Predicatori, del Convento della Minerva di Roma, in Venetia, Appresso Damian Zenaro, MDLXXXX,  p. 572.

 

Precedente Divagazioni sui conflitti generazionali e inter-generazionali Successivo La Linea Ligustica di Caproni: un vezzeggiante “concertino”?