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Gozzano: un “Gianduia” nella cuna del mondo

dicembre 9, 2016

Schegge di italianistica

gozzano

 

Come sempre, Montale aveva la mano fatata nel giudicare i poeti a lui più o meno contemporanei. Nel caso di Guido Gozzano, Montale stesso raccontò in una intervista di essere stato richiesto di scrivere un saggio introduttivo sul poeta piemontese, e che in seguito qualcuno volle inferire qualche somiglianza tra lui e Gozzano, cosa che egli rifiutò sempre di prendere in seria considerazione. Comunque sia, in effetti Montale scrisse qualcosa di interessante su Gozzano, inquadrandone la personalità con tratti netti e sicuri:

 

“Infallibile nella scelta delle parole […] Gozzano ebbe l’istinto e la fortuna di restare quello ch’era: un esteta provinciale a fondo parnassiano, un giovane piemontese malato, molto dannunziano, borghese, ma davvero piemontese e davvero borghese anche nel suo mondo […] Una inserzione di semplice e diretta verità ‘borghese’ (la sua verità piemontese, insomma) in quel mondo […] dove in certi momenti noi sentiamo ancora muoversi figure preraffaellite, immagini di un tardo romanticismo letterario […]: ecco Gozzano ed ecco la sua breve e concreta originalità che è nata tra il 1906 e il 1911 doveva prestissimo trovarsi a corto di materia”.

 

Per quanto riguarda la sua pressoché assoluta “piemontesità borghese”, accompagnata da figure “preraffaellite”, Montale aveva colto perfettamente il bersaglio. Basti rileggere certi passaggi di alcune sue liriche, come Torino, per esempio:

 

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca

Tuttavia d’un tal garbo parigino,

in te ritrovo me stesso bambino,

ritrovo la mia grazia fanciullesca

e mi sei cara come la fantesca

che m’ha veduto nascere, o Torino! …

 

Evviva i bògianen …Sì, dici bene,

o mio savio Gianduia ridarello!

Buona è la vita senza foga, bello

Goder di cose piccole e serene…

A l’è questión d’nen pessla … Dici bene,

O mio savio Gianduia ridarello! …

 

I bògianen sono, per così dire, gli “Oblomov” piemontesi, vale a dire “coloro che non si muovono”, e Gozzano ci spiega anche, sempre in dialetto piemontese, la “filosofia” del bògianen raffigurato da Gianduia (la maschera tradizionale di Torino): A l’è questión d’nen pessla;  cioè a dire: “E’ solo questione di non pigliarsela più di tanto”. Certo, per stare bene e in santa pace, bisogna essere filosofi alla stregua del borghese Gianduia.

 

E poi, nella strofa precedente, Gozzano ci dà un’altra lezione di “ottica” borghese. E’ Gianduia che gli ha “forgiato” l’anima “borghese”:

 

Tu mi consoli, tu che mi foggiasti

Quest’anima borghese e chiara e buia

Dove ride e singhiozza il tuo Gianduia

Che teme gli orizzonti troppo vasti.

 

L’ultimo verso (insieme con tutti gli altri) conferma l’esattezza dell’analisi di Montale; Gozzano fu “davvero piemontese e davvero borghese anche nel suo mondo”. Che poi, “dentro” questo suo mondo, ad un certo punto egli potesse “trovarsi a corto di materia” è pressoché scontato, anche, e forse soprattutto, per via degli “orizzonti” che sembrerebbero davvero “poco” vasti.

 

Tuttavia, Gozzano forse si trovò effettivamente “a corto di materia”, e allora  il “borghese” Gozzano-Gianduia,  presentendo la ristrettezza degli orizzonti, forzò, è doveroso riconoscerlo, se stesso, e, alla ricerca della salute perduta, fece un lungo viaggio in India, di cui ci resta traccia nel suo Verso la Cuna del mondo, dove egli ci dà ampia prova delle sue doti di osservatore attento e curioso, ma anche di poeta in prosa, un “eccezionale narratore o prosatore in versi”  (Montale) come si può evincere da questa pagina straordinariamente carica di poesia:

 

“Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel nostro povero cervello umano, nell’infanzia prima. Termina oggi il viaggio intrapreso a matita sull’atlante di vent’anni or sono, termina a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero e Luigi XV, dall’odore di volgarissimo hotel, dove è assente ogni poesia marinaresca, ogni senso della cosa nuova e dell’avventura. Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d’essere ai tempi di Vasco De Gama, di navigare alle Terrae lgnotae, alle Insulae non repertae” ( Verso la cuna del mondo).

 

Ad un certo punto del suo viaggio alla “cuna del mondo”, anche il “super” borghese Gozzano sembra quasi fastidito da certa mentalità borghese, e ciò a proposito di alcuni souvenir che dovrebbe portare a casa: si tratta di “mille cose inutili”, come “un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano […] Cose che tentano, ma che compero senza fede, per qualche amico d’Italia. Non le amo nella mia casa. So quale malinconia d’esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il nostro cielo, nelle nostre dimore modeste,  tra uno scrittoio Luigi XV ed uno stipo dell’Impero […] Due cose vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato, solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce … Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!” (Verso la cuna del mondo).

 

Come avesse presagito le parole di Montale, Gozzano, quasi impaurito dall’isterilirsi dei propri orizzonti, aveva fatto un “viaggio verso la cuna del mondo”, rinvigorendo,  per non si sa quale sorta di magia, e i propri orizzonti e la propria vena poetica.

 

 

Fonti:

G. Gozzano, Le poesie, saggio introduttivo di E. Montale, Milano, Garzanti, 1960, pp. 9-12. Il saggio di Montale su Gozzano era apparso per la prima volta nel 1951; E. Montale, “Guido Gozzano dopo trent’anni”, in Lo Smeraldo, V, 5, 30 settembre 1951, pp. 3-8.

G. Gozzano, Verso la cuna del mondo, Prefazione di G. A. Borgese, Milano, Treves, 1917, p. 43 e pp. 188-189.

 

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