I partiti e la storia: come (non) nacque un Centro Moderato in Italia

Paolo Pombeni, dopo una definizione “scientifica”, per quanto è umanamente possibile in siffatta materia, dei partiti come “istituzione destinata a intervenire nella decisione politica”, si chiedeva perplesso come diavolo avessero fatto dette istituzioni, nate dentro la società con scopi di pura rappresentanza sociale, a fare il gran salto, effettuando prodigiosamente il passaggio da uno status eminentemente organizzativo-sociale a quello dell’integrazione nello Stato, ossia “il concreto passaggio dalle strutture di quello che, attenendoci ai termini correnti, chiameremo l’antico regime alle nuove strutture dell’età contemporanea”,  riuscendo  a diventare addirittura  “fonti” legislative, ossia di norme a cui tutti poi, volenti e non, sono tenuti ad ottemperare  (1).

A spiegare la “magia” del fenomeno sopra accennato vale più l’evidenza dei fatti in sé che la scienza politologica. Potremmo infatti asserire che il tutto accadde, in Italia,  per cooptazione da parte delle classi dirigenti “proprietarie” che, all’inizio dell’Unità, sedevano in Parlamento e che, de facto, costituivano un tutt’uno simbiotico con lo Stato costituzionale monarchico.

Le classi dirigenti proprietarie  del  nuovo Stato Unitario, il cosiddetto “notabilato”,   di fronte all’evidente necessità di legittimare se stesse di fronte al “paese reale”, e, in un secondo momento, anche per il montare dei partiti antisistema (i socialisti), diedero spago e fecero da cerniera di trasmissione tra lo Stato costituzionale monarchico e  i ceti sociali ritenuti più prossimi al mantenimento dello status quo: e quindi il mondo delle professioni e del lavoro artigianale della “piccola gente”.

Di qui dunque la ricerca di un’alleanza con i “liberali” delle professioni;  ma nell’assoluta consapevolezza che  la “stabilità politica [era] basata sul fatto che la ‘classe politica’ era espressione compatta del possesso (non necessariamente agrario), escludendo quei mediatori di professione che si avviavano ad essere i parlamentari italiani (eletti sì dal notabilato delle varie località, ma non espressione  di un diretto coinvolgimento di questo ceto), del resto più economico che ‘politico’”  (2).

Era comunque opinione largamente invalsa tra il notabilato che, rebus sic stantibus, costituisse male minore  “ripiegare sull’idea dei partiti ‘puri’ come maggiormente vicini allo spirito dello Stato (o della costituzione)”;  e s’era altrettanto convinti d’un “loro appiattirsi sul governo come strumento concreto e organizzazione del consenso”   (3). L’assoluta necessità del consenso nel paese non fugava tuttavia i mille dubbi che circolavano sotterranei nella classe dirigente proprietaria. Molti, tanti, si chiedevano

“Che  poteva significare un sistema  politico basato sulla forma-partito. Quel che si rifiutava  era proprio questo sistema, poiché esso dava spazio istituzionale agli ‘avversari’ del proprio modello politico”, e non soltanto ai “rossi”, ma anche ai possibili quanto inaffidabili “alleati”  (4). Insomma, a parere di Paolo Pombeni,  “i partiti cominciarono ad essere uno spettro”, per il notabilato nostrano (e non soltanto)  (5).

C’era, dunque,  diffidenza sincera e cordiale  nei confronti dei liberali delle “professioni”,  e cioè dei “ceti medi (le forze delle professioni  liberali, con avvocati, professori, medici, maestri, ecc.) perché essi “non sono fattori fondanti di una politica durevole’” (6). Ciò perché v’è differenza sostanziale tra lo Stato e la “società”, da cui promanavano i partiti: infatti la società è “qualcosa che ‘non’ è Stato”  (7).

Tali antiche e primigenie diffidenze nei confronti della “tenuta” dei ceti medi nel contesto di uno Stato costituzionale monarchico e sostenuto dal notabilato, spiega anche un fatto, assolutamente moderno e, anzi,  contemporaneo: ossia la difficoltà estrema di dar vita ad un partito di Centro Moderato.

Infatti, da tempi ormai immemorabili, da parte di molti politici nostrani, s’è andati all’ansiosa quanto vana ricerca di un Centro, che generalmente è interpretato come ‘moderato’. Le ragioni dell’insuccesso della caccia al Centro sono soprattutto storiche. La difficile individuazione del mitico Centro trova la sua giustificazione (storica) nel fatto che le forze borghesi  furono  molto diffidenti l’una  dell’altra.

All’inizio della storia unitaria italiana è possibile individuare il nucleo dell’unico e (forse) “vero” Centro esistito nel Bel Paese, ovvero il Centro formato dalle forze (Destra e Sinistra storica) che costituivano allora la rappresentanza della proprietà. Questo Centro era al tempo stesso “partito” ( il partito ‘dello’ Stato ) e forza di governo: la vocazione al governo del Centro è sommamente atavica.

Le cose s’ ingarbugliarono quando il Grande Centro  cercò alleati, andando a inglobare altre forze borghesi, di cui però “non ci si fidava per niente”. Esse forze erano infatti costituite, agli occhi del Grande Centro, di elementi spuri, ai quali non sembrava lecito concedere fiducia incondizionata.  Potremmo asserire che cotanta “sfiducia” non fosse in fondo  malriposta, nel senso che i tanto “sfiduciati” ceti medi delle professioni avevano trovato una “casa” in cui si trovavano benissimo, e da cui, in ambiente “protetto”, proclamavano urbi et orbi la volontà di mutare l’assetto dello Stato Monarchico in Repubblica. Stiamo ovviamente riferendoci alla Massoneria, un “partito” dai contorni pre-moderni, e comunque molto lontano dall’idea contemporanea di partito en plain air.  Qui, secondo Fulvio Conti, trovarono ambiente comodo ed ideale proprio  gli “sfiduciati” ceti medi:  quello delle professioni, “il ceto medio dei commerci, degli impieghi, delle piccole attività professionali e delle carriere burocratico-militari” (8). Insomma, il Grande Centro non aveva poi tutti i torti a diffidare del Piccolo Centro, perché, almeno tendenzialmente (ma con non rare eccezioni), esso aveva imboccato Via Della Repubblica,  strada sdrucciolevole ed invisa al partito dello Stato (monarchico).

Il Centro moderato,  cosiccome  venne  a maturazione  nella storia d’Italia, fu pertanto caratterizzato da contorni eccessivamente sfumati, in cui i componenti non si fidavano proprio gli uni degli altri: questo stato di cose non fu, a quanto è dato esperire, storicamente superato, per cui  non vi fu alcun serio intento di dar vita a un’organizzazione politicamente  convinta e, pertanto,  strutturata in modo tale  da cementare (oltre ogni ragionevole diffidenza) le forze “moderate” d’Italia.

Questa sostanziale incapacità di forgiare un’organizzazione politica moderata, ossia un partito “moderno” in grado di mettere insieme  Grande e Piccolo Centro,  comportò, a detta di Paolo Pombeni,  effetti imprevisti, come  lo scaturire dal cappello del prestigiatore, per esempio,  del Partito Unico come mediatore demiurgico di tutte le differenze politiche e sociali.  Questo fu il caso del partito fascista, e anche del partito nazista.  Cosicché, tanto per fare un esempio dai riflessi  teutonici,  Pombeni ricordava come il partito nazista fosse stato il mediatore assoluto delle differenze dentro lo Stato.

Il “sistema tutto, spiegava ottimamente Pombeni riferendosi al caso tedesco,  si basava su tre elementi fondamentali: popolo, movimento e stato ( e poiché il popolo e lo stato non potevano essere che ‘uno’, così anche il movimento doveva essere unico). Il popolo era un’entità mitica, a base razziale  fondato sul principio del Blut und Boden, sangue e territorio) che non aveva altro significato che essere il referente astratto da cui il capo-guida (Fürher) traeva il suo riconoscimento” (9).

Tornando a casa nostra, e  riprendendo un concetto fondante già enunciato  in precedenza, l’estrema difficoltà di costruire un Centro moderato  credibile scaturì “sia sulla debolezza  della socialdemocrazia e sulla scarsa proponibilità di un’organizzazione basata solo sui ceti medi (le forze delle professioni  liberali, con avvocati, professori, medici, maestri, ecc.) perché essi “non sono fattori fondanti di una politica durevole’” (10).

Ma guarda un po’dove ci ha condotti, alla fine,  la strada che avrebbe dovuto portare  al mitico, quanto inafferrabile,  Centro.

 

Note

1)      Paolo Pombeni, Introduzione alla storia dei partiti politici, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 22 e p. 54.

2)      Ivi, p. 361.

3)      Ivi, p. 109.

4)      Ivi, p. 96.

5)      Ivi, p. 277.

6)      Ivi, p. 168.

7)      Ivi, p. 188.

8)      Fulvio Conti, Massoneria e religioni civili: cultura laica e liturgie politiche fra XVIII e XX secolo, Bologna, Il Mulino, 2008,  p. 141.

9)      Paolo Pombeni, Introduzione …, cit., p. 322.

10)    Ivi, p. 168.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Precedente L’ Altro Potere: ma esistono veramente i Poteri Forti? Successivo Nel Chaos di Merlin Cocai. E un “forse” di troppo