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Il “Dolce Miele” di Petronio Arbitro

febbraio 11, 2015

Filologia Latina

Cena Trimalchionis

 

 

 

 

 

Con questo breve intervento, ritorno su Petronius Arbiter e su una mia antica congettura su un passo famoso della “Cena Trimalchionis”. Confermo “quasi tutto” quello che allora scrissi, ma con una variante a mio parere decisiva. Allora scrivevo:

 

“La critica in questi anni si è appuntata su altri versanti d’indagine, da quelli culturali (la questione del cristianesimo) a quelli, fondamentali, di carattere filologico e testuale, poiché il testo di Petronio ci è stato trasmesso guasto in vari punti, e le “cruces” non mancano davvero.

 

Ora, una delle “cruces” più annose e per vari versi molto interessante del “Satiricon” è quella di 39, 22-23 (Ediz. Bϋcherer): “ Nam mihi nihil novi potest afferri, sicut ille fericulus…”: il resto è congettura. La lezione di H è “fericulusta mel habuit”: il problema è quindi quello di congetturare il senso compiuto dei frammenti di parola che seguono “fericulus”, ovvero “†ta” e “†mel”, cui segue “praxim”, accettato dalla critica. La frase sarebbe quindi la seguente:

 

“Nam mihi nihil novi potest afferri, sicut ille fericulus…†ta †mel habuit praxim”.

 

Il Maiuri nella sua edizione della “Cena Trimalchionis” (Napoli, 1945, p. 45, note 431-432), ha riportato un po’ tutte le lezioni proposte dai vari studiosi, da quella di M. S. Smith, che rinuncia a qualsiasi congettura, proponendo il testo con le “cruces”:”Fer[i]culus †ta mel habuit praxim”; a C. Pellegrino: “†fericulusta mel†”, che opta per la medesima soluzione. L’edizione Giardina e altri tenta, osserva Maiuri, le “soluzioni più disparate”: “ferculus tamen”; Gronovius; “ferculus talem”; Bϋcheler e Friedländer: “ferculus iam”: Ernout: “fericulus ia‹m se›mel (lezione accettata dallo stesso Maiuri).

 

Il passo petroniano, come si vede, è stato letteralmente disseminato di “cruces” e delle più variegate integrazioni congetturali. “Sic rebus stantibus”,  propongo, per quel che può valere, un’ulteriore congettura.

 

Partendo dal dato, assolutamente ovvio, che “ferculus” o “fericulus” è un “contenitore”, un “piatto”, secondo il Diz. Calonghi-Georges (Torino,1964), “una portata di cibo”, e sapendo che tutto sommato il miele era cosparso a larghe mani sulle pietanze dei romani, sceglierei la soluzione più semplice, per cui il famoso “†ta †mel” potrebbe essere risolto in “ta<ntum> mel<lis>”. La frase petroniana potrebbe quindi leggersi: “ Nam mihi novi potest afferri, sicut ille fericulus ta‹ntum›  mel‹lis› habuit praxim”.

 

Ovvero: “ Infatti per me non c’è nulla di nuovo sotto il sole,  come per esempio quel piatto dà sicura prova di [poter contenere]solo una certa quantità di miele”. E’ come se Trimalcione dicesse:

 

‘Niente di nuovo per me sotto il sole, così come, per esempio, so per certo che quel piatto può contenere tanto miele (magari “Attico”) [“Coena”, XXXVIII, 1 sgg.)]  quanto ne può sopportare, e non oltre, non di più’”.

 

 

Questo è quanto scrissi  sul passo in questione. Confermo pressoché “in toto” la congettura riguardo a “†mel”, sciolto con “mella” (miele), che, accanto a “fericulus” (o “ferculus”) rinvia al concetto di “un piatto di miele”, che, nel contesto di una cena “alla romana” dei tempi di Trimalcione ci sta tutto, mentre, come vedremo, la nuova “restauratio”  cambia tuttavia  il senso del passo, dandogli un significato più cogente e logico.

 

Cominciamo dicendo che il “miele”, fa capolino molto spesso nel “Satyricon”. Nel cap. 66 Trimalcione raccontava  ai suoi ospiti di piatti succulenti che aveva gustato a suo tempo, e, tra questi, sottolineava Trimalcione, c’era appunto un piatto di miele:

 

“Sequens ferculum fuit sciribilita frigida et supra mel calidum infusum excellente hispanum” [Seguì un piatto d’ una focaccia fredda,  spalmata d’un eccellente  miele di Spagna molto caldo].

 

Fin qui la faccenda del “miele” fila via abbastanza bene; però, devo dire, la seconda “crux”, costituita da “†ta”, da me a suo tempo risolta con “ta[ntum]”, mi convinse pochino allora, e non mi convince per nulla oggi, dopo aver constatato che, potenzialmente, esisterebbe una soluzione sicuramente migliore e più convincente. Recentemente m’è capitato di leggere in Boezio una poesiola morale, che dice:

 

“Habet hoc voluptas omnis,/ stimulis agit fruentes/ apiumque par volantum,/ ubi grata mella  fudit/ fugit et nimis tenaci/ ferit icta corda morsu » [Questa e la caratteristica di ogni piacere/ stimola e provoca coloro che godono di esso/e, somigliante alle api ronzanti,/non appena sparso il gradevole miele,/se ne scappa via in fretta e furia,/ lasciando però nel cuore una ferita insanabile] (1).

 

Come si può agilmente notare, accanto a “mella”, Severino Boezio usò un aggettivo che è tutto un programma, cioè a dire “grata” (gradito, piacevole al palato). E’ pertanto evidente dove voglio arrivare: quel famoso “†ta”, che un tempo avevo risolto con “ta[ntum]”, molto più probabilmente costituisce la sillaba finale dell’aggettivo “gra-†ta”, da cui scaturirebbe la soluzione dei tormentosi “†ta” “†mel” di Petronius Arbiter, che, con questa espressione, tramandataci corrotta nei codici, ha reso la vita molto dura a tutti gli esegeti del suo famoso “Satyricon”.

 

Riprendo ora il famoso quanto discusso passo, la cui “restauratio” sarebbe la seguente:

 

“ Nam mihi novi potest afferri, sicut ille fericulus “gra-‹†ta›”  “†mel‹la›” habuit praxim”. Traducedo:

 

“Infatti per me non c’è nulla di nuovo sotto il sole, come per esempio quel piatto dà sicura prova di contenere un dolcissimo miele”.

 

Credo che questa possa essere la soluzione migliore per il millenario e discusso passo della “Cena Trimalchionis”. Tra le altre cose, e qui concludo, questo  rapporto tra il miele, la sua gradevolezza, nonché i suoi ulteriori rapporti con i beni dolci ed effimeri della vita non fu una metafora “originale”, scaturita dalla pur fervida mente di Severino Boezio, ma, guarda caso, era, come dire. “di seconda mano”, perché la primogenitura di essa apparteneva proprio, “incredibile dictu”, allo stesso Petronius Arbiter.  E proprio nel “Satyricon”, al capitolo 56, il nostro  “Arbiter Elegantiae”, sentenziò:

 

“Apes enim ego divinas bestias puto quae mel vomunt etiamsi dicuntur illud a Jove adferre ideo autem pungunt quia ubicumque dulce est ibi et acidum invenies”.

 

Che è, “mutatis mutandis”, lo stesso concetto espresso da Boezio. Dice infatti Petronius Arbiter:

 

“ Credo che le api siano animaletti veramente divini; esse ci regalano quel   miele che molti credono esse abbiano avuto in dono da Giove. Nondimeno esse, le api, voglio dire, pungono, perché, laddove c’è il dolce, trovi sempre anche l’amaro”.

 

E, dopo questa sorprendente concordanza tra “l’originale e il ritratto” (fuori di metafora, tra Petronius Arbiter e Severino Boezio”), posso veramente concludere, pagando, infine, anche il giusto tributo ad uno studioso del ‘600, Kaspar von Barth, il quale, con una semplice osservazione in nota, mi mise a suo tempo sulla strada giusta. Kaspar von Barth (Latinamente Caspar Barthius), commentando i versicoli  di Severino Boezio, annotava altresì che lo stesso concetto era stato espresso anche da “Petronius Satírico”, e riportava i versi del “Satyricon” sopra citati: “Petronius Satírico: ‘Apes ideo pungunt quia ubicunque dulce est, ibi et acidum inverties’” (2).

 

Credo proprio di aver saldato tutti i miei debiti con coloro che mi sono stati d’aiuto nella risoluzione dei “grata mella” del più eccezionale “Arbiter Elegantiae” di tutta la nostra storia, latina ed italiana.

 Note

 

1)         “Anicii Manlii Severini Boetii Consolationis philosophicae libros quinque. Metrum VII”,Lutetiae Parisorum, MDCXCV [1695],  p. 211.

2)         “Cl. Claudiani, principum, heroumque poetae praegloriosissimi, quae exstant, Caspar Barthius ope septemdecim manuscriptorum exemplarium restituit: commentario multo locupletiore, grammatico, critico, philologo, historico, philosophico, politicoque, ita illustravit: ut auctor pretiosissimus omni aetati, scholasticae, academicae, aulicae, politicaeque, esse debeat ex commendato commendatissimus”, Francofurti, apud Joannem Naumannum bibliop. Hamburgensem, 1650, p. 788).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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