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In fuga con Orazio

 

Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem

Seu ratio dederit seu fors obiecerit, illa

Contentus vivat, laudet diversa sequentes?

‘0 fortunati mercatores’ gravis annis

Miles ait, multo iam fractus membra labore.

Contra mercator, navem iactantibus Austris,

‘Militia est potior Quid enim? Concurritur, horae

Momento cita mors venit aut victoria laeta’.

Agricolam laudat iuris legumque peritus,

Sub galli cantum consultor ubi ostia pulsat.

Ille, datis vadibus, qui rure extractus in urbem est,

Solos felices viventes clamat in urbe.

Si quis deus ‘En ego’ dicat

‘Iam faciam quod vultis ; eris tu, qui modo miles,

Mercator ; tu, consultus modo,  rusticus : hinc vos,

Vos hinc mutatis discedite partibus. Eia,

Quid statis ? Nolint …’

 

 

Traduciamo un po’ alla brava.

 

“Ma perché mai, Mecenate,  nessuno è contento e beato della sorte che il destino gli ha dato, e vive in una costante inquietudine, inseguendo sempre qualcosa d’altro? “Fortunati i mercanti!”, dice il  soldato ormai ricolmo d’anni e d’acciacchi. Anche il mercante, che ha la sua roba sul mare insidioso, si lamenta: ‘Meglio fare il soldato, dice; almeno quello si butta nella mischia, e in una frazione di secondo gli piombano addosso la morte, o la vittoria urlante di gioia’. E l’avvocato? Anche l’avvocato si tormenta, quando un cliente gli bussa all’alba alle porte della residenza di campagna, e lo costringe a tornare in fretta in città per gli impegni presi a suo tempo in tribunale; e proclama felici soltanto i contadini. E  questi, per contro, dichiarano beati soltanto i cittadini” ( Orazio, Satira I).

 

Eppure, conclude Orazio, “se qualcuno dicesse a ciascuno di questi individui: ‘Ecco, tu, che sei stato un soldato, diventerai mercante; e tu, da avvocato, sarai contadino’, credete che accetterebbero?. In realtà,  non vorrebbero mai cambiare la propria condizione”.

 

C’è un continuo stato d’irrequietezza nel genere umano, dice l’Orazio dei tempi lussureggianti degli Augusto e dei Mecenate, i tempi splendidi e grandiosi dell’onnipotente Roma ; un qualcosa che spinge gli individui a cercare sempre situazioni “diverse”. Il tema dell’irrequietezza è un “topos” in Orazio, che visse nella pienezza della Grande Roma. Più volte egli descrisse individui in perpetua fuga. Ecco quel tale: quando è in campagna,  vorrebbe essere in città, e viceversa.

 

Di dove deriva tanta frenesia al cambiamento? A questa domanda rispose da par suo Giorgio Pasquali, il quale scrisse:

 

“Altrettanto attuale era al tempo di Orazio il tedio che spinge l’uomo irrequieto di luogo in luogo, di terra in mare, senza che la nera Cura cessi perciò di inseguire il fuggente fin sulla nave, di cavalcare dietro a lui sullo stesso cavallo. Questa specie di spleen, propria di civiltà sature e già un po’ stanche, compare, per quanto ne so, la prima volta nella Roma dell’ultimo secolo della Repubblica. Lucrezio cosce (III 1057 sgg.) gente che passa la vita a mutar luogo, quasi potesse deporre il peso del cuore: tale che si è annoiato di rimanere in casa, esce spesso dal suo palazzo per tornarci subito, ‘accortosi appena che non sta meglio fuori che dentro; corre alla sua villa, stimolando a rapidità precipitosa i cavalli, quasi volesse portare aiuto alla casa in fiamme; sbadiglia subito, appena toccata la soglia, e appesantito si getta a dormire e nel sonno cerca l’oblio, o anche  in fretta si rivolge alla città e vi ritorna” ( Orazio Lirico, Studi di Giorgio Pasquali).

 

Ma da cosa fugge realmente l’uomo delle civiltà “piene” e “sature”? Certo, cerca di sfuggire a se stesso, ma, paganamente, cerca, viaggiando in modo spasmodico,  di sfuggire alla propria morte, perché, diceva ancora Orazio,

 

“Gli anni volano: lusso di sacrifici non ritarda né la vecchiaia né la morte. Invano ci terremo lontani da ogni pericolo: la morte ci priverà di tutto ciò che avevamo più caro; un erede consumerà senza riguardo ciò  che noi avevamo risparmiato gelosamente” (Giorgio Pasquali).

 

I tempi di Augusto e Mecenate sono tornati. Né il “Carpe diem” ci salverà. Trovo che le Satire di Orazio posseggano forti accenti di una verità eterna. Per questa ragione, non riesco ad individuare il senso di un giudizio come questo:

 

“Manca alle Satire di Orazio la freschezza e lo spirito libero. Spesso abbiamo la sensazione che la  poesia oraziana sia scritta a tavolino; i sentimenti espressi danno l’impressione di non essere veri […] Sembrano tutti di origine letteraria” (J. Kramer & B. Kramer).

 

Premesso che, se non a tavolino, da qualche parte Orazio si deve esser adagiato per scrivere, è mia netta impressione (non saprei cosa ne avrebbe mai potuto pensare G. Pasquali) che i citrici che hanno vergato le suesposte righe forse hanno letto un Orazio diverso da quello che leggo io. Forse l’Orazio letto da lorsignori non era Orazio Flacco, ma  Orazio Coclite, che, però,  a quanto mi consta, poeta non era, anzichenò.

 

Misteri della filologia classica.

 

 

 

Fonti:

 

Orazio Lirico, Studi di Giorgio Pasquali, Firenze, Le Monnier, 1920,  pp. 661-662, p.  643).

J. Kramer & B. Kramer, “Storia della letteratura vista sotto l’aspetto linguistico”, in La filologia classica, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 83.

 

 

 

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