John Dos Passos, l’uomo nero, e una scarica di pallettoni

L’idea che Sacco e Vanzetti fossero stati condannati perché poveri emigranti italiani, per odio razziale dei ceti retrivi americani, perché gli italiani sono mafiosi e via discorrendo, è largamente diffusa e altrettanto largamente accettata. I due erano innocenti, eppure le cose andarono storte, e alla fine si trovarono seduti sulla sedia elettrica.

 

L’opinione pubblica americana si scandalizzò di fronte a tanta ingiustizia, specialmente dopo che qualcun altro aveva confessato, scagionando i due. Allora, il fattaccio fu talmente clamoroso che tutti, o quasi, stentavano a credere che fosse stata eseguita una sentenza di morte dopo che si erano trovate le prove provate dell’innocenza dei due accusati. John Dos Passos, famoso per le sue battaglie a favore di Sacco e Vanzetti, insieme con pressoché tutti gli intellettuali americani,  proprio non riusciva a far mente locale per darsi una ragione sufficiente a spiegare ciò che era  accaduto nell’America della Statua della Libertà. Eppure era accaduto. Nel suo primo romanzo della trilogia U.S.A. 42nd Parallel, e in altri  romanzi, saggi e articoli,  Dos Passos diede la propria interpretazione del fatto: una profonda spaccatura  divideva l’America ricca da quella povera: “Siamo due nazioni” ( All right, we are two nations).

 

Diciamo che, nelle sue linee generali, la tesi di Dos Passos non era poi così ingenua e peregrina. Ma il Dipartimento di Giustizia dell’epoca, il Presidente e il Governo degli Stati  Uniti dell’epoca dov’erano? L’assenza di un intervento governativo  di fronte a “prove” e contrario grandi come i grattacieli di New York fanno sospettare che dietro quella clamorosa “assenza” gatta ci covava. Cosicché, studiaci su oggi, e studiaci su domani, la storiografia americana  è giunta, passo passo e quatta quatta,  a scoprire le ragioni  di quella clamorosa assenza. In realtà il governo c’era, e c’era anche il Dipartimento di Giustizia, ma né il governo né il Dipartimento di giustizia mossero un solo dito,  e lasciarono che gli eventi corressero per conto proprio, semplicemente perché Governo et alii erano essi che avevano non soltanto iniziato ma anche guidato le danze, e non potevano intervenire se non scaraventandosi la zappa sui piedi.

 

In altre parole, a quanto ci dice tutta la storiografia americana (ed europea), il Dipartimento di Giustizia aveva messo su un apparato tecnocratico-repressivo di cui pochi erano a conoscenza ( era infatti “secretive”), ma che funzionava come un orologio dell’antica e precisissima Svizzera. Come? La cosa va presa un po’ alla larga, altrimenti si rischia di non capirci niente. Però posso dire sinteticamente che si trattò di un fatto di bombe, di ambizioni presidenziali per qualcuno, e di opinione pubblica adeguatamente “corroborata” dalla stampa a difesa dell’ American way e dell’assoluta stabilità interna, la sola favorevole allo sviluppo ininterrotto del business.

 

A monte di tutta quella vicenda kafkiana che vedeva sotto processo Sacco e Vanzetti (con la successiva condanna a morte in presenza di prove e contrario) ci fu il ruolo assolutamente fondamentale dell’allora Dipartimento di giustizia. Nel 1916, prima dell’intervento in guerra degli Stati Uniti,  vi fu un attentato nel corso di una manifestazione a favore dell’intervento statunitense nel primo conflitto mondiale: scoppiò una bomba in mezzo alla folla,  e ci furono parecchi morti e molti feriti. L’attentato era di matrice anarchica e tutto s’iniziò con l’ Espionage Act del 1918. Con esso si perseguivano gli anarchici,  tutti i simpatizzanti del comunismo sovietico,  su proposta del senatore Abrams  et alii, nonché gli scioperi degli operai.  Praticamente,  tutto l’apparato dello Stato si mobilitò, dai servizi per l’immigrazione, al Dipartimento di Giustizia, dal Ministero dell’Interno ai servizi segreti, dall’esercito ai servizi postali. Il tutto,  in un corollario interamente dedicato  al business establishment , con i Repubblicani tutti al devoto servizio dei trusts. Il saggio di Ronald Creagh dedicato a Sacco e Vanzetti (1), s’inizia riportando  una frase di Dos Passos, All right,  we are two nations: Bene, siamo due nazioni. Oltre a Doss Passos, Creagh   cita anche un bestseller dell’epoca  di Calvin Coolidge, futuro presidente degli Stati Uniti,  in cui Cristo era visto come un perfetto businessman, un “uomo d’affari che aveva fondato la prima impresa industriale” (Creagh, p. 144). Il besteller dell’ “epoca di Calvin Coolidge” cui Creagh si riferisce era stato scritto da Bruce Barton, strettissimo collaboratore del presidente Coolidge, e direttore dell’ufficio “pubblicità e pubbliche relazioni” che, tra il 1919 e il 1920,   curò l’immagine  del futuro presidente.

 

Barton scrisse un libro dal titolo The Man Nobody Knows, del 1925, che rimase al “top” delle classifiche di vendita per un paio d’anni.  Diciamo che il libro di Barton non piacque molto, com’era prevedibile,  negli ambienti ecclesiastici, perché egli in effetti aveva fatto di Cristo un businessman all’ “americana”, “muscoloso”, e un vero e proprio Top Manager che “ picked up twelve humble men and created an organization that won the world […] Having gathered together His organization, there remained for Jesus the tremendous task of training it. And herein lay the third great element of His success, His vast unending patience ” [ Egli aveva messo insieme dodici umili uomini e creato un’impresa  che ha saputo vincere il mondo […] Dopo aver messo  insieme la sua impresa, a Gesù rimase  il tremendo compito di farla funzionare. E qui sta il terzo grande elemento del suo successo, la sua infinita  pazienza]   (2). Diciamo che Barton s’era accorto d’avere esagerato, e infatti nell’edizione del 1959, da cui citiamo,  aveva prefato la nuova edizione con qualche pezza giustificativa: “I can only add that both books were written in a spirit of reverence and with no thought of expectation of financial return”[ Posso soltanto aggiungere che entrambi i libri sono stati scritti con spirito di riverenza, e senza pensare ad alcun ritorno finanziario] (p. 6). Sarà stato anche  per influsso di Barton, ma  certo Coolidge era tutto votato  al business, ed è rimasta proverbiale la sua espressione secondo cui  The Business of America is Business (1925) (3) .

 

Il sagace lettore troverà indubbie consonanze con la “contemporaneità”, allorché sia portato a considerare che il Presidente  Coolidge ebbe, tra gli altri, il  problema tutto “cristiano” ( e qui forse lo zampino di Barton si può intravvedere) di rendere l’America “First” ( La prima Nazione su tutte). Infatti, egli ebbe a scrivere che   “The generally expressed desire of America First cannot be criticized. It is perfectly correct aspiration for our people to cherish. But the problem which we have to solve is how to make America First. – Calvin Coolidge” [ Il comune desiderio di fare dell’ America la Prima Nazione nel mondo non può certo essere criticato. È perfettamente corretta l’aspirazione del nostro popolo  a nutrire una tale aspirazione. Ma il problema che dobbiamo risolvere è come fare dell’America la Prima Nazione del mondo ] (4).

 

In virtù della difesa ad oltranza dell’ “americanità” da conseguire a tutti i costi, tutto l’apparato federale entrò in lotta senza esclusione di colpi contro i rossi comunisti. Insomma siamo in pieno maccartismo prima di McCarthy.  Ronald Creagh parla addirittura di uno “spettacoloso safari” contro la sinistra radicale: il tutto sotto l’egida, pensate un po’, del Dipartimento di Giustizia, che, quasi “governo ombra” negli Stati Uniti, si permise, nell’assoluta impunità, e in sinergia perfetta con polizia, il Bureau of Investigations, la General Intelligence Division , la futura F.B.I., arresti e processi sommari. Sotto l’egida dello stesso Congresso, il Dipartimento di Giustizia signoreggiò dunque la libera America, con funzionari che avevano praticamente carta bianca su tutto e su tutti, perché bisognava distruggere il nemico interno. Nel 1920 si arrestarono secondo la “legge del sospetto” di francese memoria rivoluzionaria quasi tremila presunti rossi in più di trenta città americane: un macello. L’Amministrazione guidata dal Prersidente Harding non sembrava in grado di porre un freno a tutti questi abusi, perché “Harding’s last months were darkened by a series of scandals in his administration. With the exception of some cabinet members, especially Hughes and Hoover, the executive branch consisted of a group of professional politicians, some of dubious character. Harding could not say No” [Gli ultimi mesi dell’Amministrazione del Presidente Harding furono offuscati da tutta una serie di scandali nella sua amministrazione. Fatta eccezione per un paio di membri  del suo Gabinetto come Hughes e Hoover, l’Esecutivo era composto da professionisti della politica, alcuni dei quali di dubbia moralità. Harding non avrebbe potuto dire di No a nessuno] (5).

 

Contro questo “delirio” s’alzò soltanto la voce fioca ed impotente di Louis F. Post, Segretario del Lavoro al tempo. Sacco e Vanzetti caddero pesantemente con tutt’e due i piedi dentro questa America, dominata dal Comitato di Salute Pubblica del Dipartimento di Giustizia, che sapeva benissimo che i due erano innocenti per il reato di cui erano stati accusati, ma che tuttavia non si potevano mollare e lasciare a piede libero: li si teneva dentro perché non soltanto “aliens”, stranieri, ma soprattutto perché sospetti d’essere comunque intrigati con gruppi radicali, e quindi “rossi” a tutti gli effetti, e probabilmente “informati” su fatti a cui, certamente,  non avevano partecipato, ma di cui “forse” sarebbero potuti essere a conoscenza: quindi “sediziosi” e pericolosi per l’ordine pubblico.  Sacco e Vanzetti, dice Creagh, ebbero un trattamento peggiore di quello riservato ad Al Capone, che, bene o male, ebbe pur sempre l’attenzione curiosa e non sempre inquisitoria dell’ondivaga stampa americana.

 

Sacco e Vanzetti furono pertanto condannati alla sedia elettrica non tanto perché un giudice emanò una sentenza “sbagliata”, ma perché, dietro quella sentenza, c’era un Comitato di Salute Pubblica che voleva sbarazzarsi di loro a tutti i costi. I padri di McCarthy  avevano saputo costruire un apparato repressivo perfetto e che non lasciava scampo a chi ne rimaneva invischiato. Sacco e Vanzetti non furono pertanto vittime di un presunto “errore giudiziario”, ma di un sistema creato apposta per l’epurazione degli “aliens”  sospettati d’essere rossi e quindi nemici della Nazione. Che dire? Veramente l’America è una terra aperta a tutti, ma anche a tutte, nessuna esclusa, le possibilità.

 

Ritengo quasi un truismo ricordare che Dos Passos aveva ragione allorché, all’indomani della condanna di Sacco e Vanzetti,  intuì per vie misteriose che negli Stati Uniti del suo tempo v’era un abisso tra i businessmen,  che avevano in mano tutte le leve del potere,  e “gli altri” (All right, we are two nations). Quelli erano gli anni dell’amministrazione di Warren G. Harding, e di Calvin Coolidge, Vicepresidente degli Stati Uniti: tutti allineati a sostenere il concetto di “americanità”, il business establishment, e assolutamente contrari ad ogni forma di sciopero.

 

All’inizio degli anni ’20 c’era tutta un’atmosfera particolare negli Stati Uniti, quella che Andrew Burt  ha definito “mass hysteria” (6),  dove opinione pubblica e stampa si davano man forte per attaccare tutto ciò che poteva sapere di “bolscevismo”. Fino al giugno del 1919 Alexander Mitchell Palmer,  responsabile del Dipartimento di Giustizia non aveva preso provvedimenti “seri” contro i bolscevichi, ma dopo l’attentato Valdinoci, che buttò una bomba a casa sua (di Palmer) finendo a sua volta a pezzi e brandelli sul selciato, Palmer, che tra l’altro stava puntando alla Presidenza per il 1920,  cominciò, folgorato sulla via di Damasco, a capire che se avesse accontentato la stampa e l’opinione pubblica che contava, che era per un’azione di forza contro i bolscevichi, forse ce l’avrebbe fatta a diventare presidente. Di qui la nascita del suo “regno del terrore”  e dei suoi famosi “raid”.

 

Il piano elaborato dall’allora General Attorney Alexander  Mitchell  Palmer prevedeva la deportazione di tutti i radicali stranieri.  Palmer fece la voce grossa, e proclamò urbi et orbi   che chi non voleva proprio starci con lo stile americano poteva anche tornarsene casa propria. Palmer inoltre creò la General Intelligence Division, con lo scopo di controllare e monitorare il movimento radicale. Quando poi nel 1919 scoppiò uno sciopero della polizia ci fu una levata di scudi apocalittica, e si accusò la nefasta influenza dei bolscevichi, perché ormai s’era convinti che tutti gli scioperi erano di ispirazione bolscevica. Il Wall Street Journal evocò i nomi di Lenin e Trotzkij  alla stregua di  fantasmi volteggianti sopra gli Stati Uniti, mentre Calvin Coolidge, governatore del Massachusetts tuonava: “There is no right to strike against  the public safety by anybody, anywhere, any time”  [ Nessuno, da nessuna parte e in nessun momento può supporre di poter scioperare contro la sicurezza nazionale]  (7). Chiaro.

 

Veniamo a concludere.  C’è un passo emblematico di  The 42nd Parallel che, per aenigmitate, rinvia a ciò che accadde a Sacco e Vanzetti, giustiziati senza sapere il perché. Protagonista dell’episodio è uno strano personaggio, descritto da Dos Passos come un “dark man”: un’ espressione quasi da favola, un sorta di  “uomo nero”:

 

“Hey, what are doing to do? Fainy called after him, but got no answer. Instead he found himself face to face with a tall dark man with a scraggly black  beard who was coolly fitting shells into a double-barreled shotgun.”

“Buckshot. I shoot the sonabitch.”

“Hey, you can’t do that.” (8).

 

“Ehi, ma che diavolo fai?”, disse Fainy rivolgendoglisi contro, ma non  ottenne  risposta alcuna. Invece, si trovò faccia a faccia con un tipo alto, tutto nero,  con una barba altrettanto nera e ispida,  che mostrava freddamente le cartucce di un fucile da caccia.

“Buckshot. I shoot the sonabitch.”

Pallettoni. Io l’ammazzo quello stronzo.

“Hey, you can’t do that.” ( Non puoi farlo).

E invece “poteva” farlo.

Allo stesso modo,  Sacco e Vanzetti avrebbero potuto dire: “Ehi, ma che state facendo?”. E la risposta sarebbe stata:

 

“ Una scarica di pallettoni, brutti stronzi!”. E così fu.

 

Non pretendo certo che l’interpretazione dell’episodio narrato  da Dos Passos sia quella “letterale” da darsi, però esso mi è parso molto indicativo della “situazione” che s’era venuta a creare negli Stati Uniti, dove, se eri “alien” e un po’ “rosso”, ti potevi trovare di fronte qualcuno che ti scaricava addosso la doppietta senza darti la possibilità di dire “bah”. Ergo, Sacco e Vanzetti furono letteralmente stritolati da un ingranaggio kafkiano che andava ben oltre le loro “colpe” effettive (seppur ne ebbero qualcuna), un  ingranaggio che ormai era decollato senza possibilità di ritorno: una fattispecie di maccartismo ante litteram, fatto di atmosfere sospettose iniziatesi negli anni ’20, sopitesi per un trentennio e ripresentatesi tali e quali negli anni  ’50 con il senatore McCarthy.

 

 

 

Note

 

1)      R. Creagh, “L’Affaire Sacco-Vanzetti ou les origines d’un mythe” in Les années vinght aux Etat Units, Paris, Press de l’Université de Paris Sorbonne, 1994,  pp. 143-145.

2)      B. Barton, The Man and the Book Nobody Knows, Bobbs-Merrill, 1959,  p. 13 e p. 29.

3)      Karl Kaisen, “Introduction and Overview”, in American Corporation Today, Oxford & New York, Oxford University Press, 1996, p. 3.

4)      Michigan Education Journal, Michigan Education Association, 1926,  p. 445.

5)      J. B. Duroselle, De Wilson à Roosevelt, Harper & Row, 1963,  p. 142.

6)      Andrew Burt, American Hysteria: The Untold Story of Mass Political Extremism in the United States, Guilford, Connecticut, Rowman & Littlefield, 2015,  p. 86.

7)      Citato da Andrew Burt, American Hysteria, p. 88.

8)      J. Dos Passos, The 42nd Parallel, Volume one of the U.S.A. Trilogy, Boston-New York, Houghton Mifflin Company, 2000, p. 40.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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