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Ju. K. Ščeglov interprete delle “Metamorfosi” di Ovidio

novembre 12, 2016

Letteratura e storia di Roma

lupo

 

Tra tutte le tecniche interpretative delle Metamorfosi di Ovidio, la più “produttiva” dal punto di vista razionale e pratico fu quella proposta molti anni orsono da Ju. K. Ščeglov, uno “strutturalista sovietico”.  Secondo  Ščeglov, quando Ovidio applicava la metamorfosi a uomini, donne, o a semplici oggetti, partiva da un background comune alle due cose comparate, che il lettore è in grado di verificare facilmente. Prendiamo per esempio una delle Metamorfosi più famose, quella di Licaone trasformato in lupo.

 

Ciò che interessa a Ovidio, dice Ščeglov,  “è il modo in cui ha luogo la metamorfosi di una cosa in un’altra diversa da essa, e la possibilità di spiegare razionalmente un tale straordinario processo”.

 

Ovidio, spiega Ščeglov,  parte dall’ epiteto con cui viene indicata una persona o un oggetto, perché  “l’epiteto contiene già l’indicazione della via che può portare un oggetto a trasformarsi in altri oggetti”.

 

Nel caso di Licaone, a parte l’etimologia greca, lycos -lupo, l’epiteto che lo accompagna è quello di feroce: Licaone è un essere feroce e crudele. Come è noto dalla mitologia, Licaone era tiranno d’Arcadia, il quale aveva la pessima abitudine di accogliere in modo apparentemente benevolo gli ospiti, ma poi li uccideva. Giove, per verificare “personalmente” la veridicità su quello che si diceva di lui, si presentò sotto mentite spoglie nella casa di Licaone, appurando che costui in effetti  disprezzava la legge divina secondo cui l’ospite è sacro, poiché egli aveva tentato di ucciderlo nel sonno. Allora Giove decise di punirlo severamente, trasformandolo in lupo.

 

Dunque Licaone è un uomo feroce (epiteto); anzi, come dice Ovidio, egli è “l’immagine stessa della ferocia” (“Eadem feritatis imago”).

 

Il primo passo che porta alla metamorfosi è la similitudine:

 

Licaone è feroce come un lupo.

 

Dalle similitudine è facile passare alla metafora, cioè, con l’eliminazione del “come”, noi otteniamo la seguente metafora:

 

Licaone è un lupo, in cui c’è la perfetta identificazione tra i due enti messi a confronto.

 

Raggiunto il livello della metafora, è facile arrivare alla metamorfosi vera e propria; cioè, Licaone diventa un lupo vero e proprio.

Raggiunta la campagna, Licaone si accorge di non riuscire più a parlare, ma solo ad ululare come il lupo. La rabbia gli si concentra tutta nella bocca, e si dà alla strage di greggi, godendo, come prima, quando era un  uomo, della vista del sangue; suoi vestiti si trasformano in pelo, e le braccia diventano zampe. Licaone, afferma Ovidio,  fit lupus: diventa un lupo.

 

“Da quanto si è detto, conclude Ščeglov, è evidente che l’epiteto, cioè quella che spesso è una singola parola, ha un importante ruolo nella poetica ovidiana. L’epiteto è, per così dire, un primo piano della cosa singola […] Nella metamorfosi l’aspetto di una cosa muta totalmente, fino ai particolari minimi”.

 

Territus ille fugit, nactusque silentia ruris

Exululat frustraque loqui conatur; ab ipso

Colligit os rabiem,  solitaeque cupidine caedis

Vertitur in pecudes: et nunc quoque sanguine gaudet.

In villos abeunt vestes, in crura lacerti.

Fit lupus, et veteris servat vestigia formae.

Canities eadem est, eadem violentia vultu,

Iidem oculi lucent : eadem feritatis imago.

 

Traducendo un po’ liberamente:

 

Licaone, preso dal terrore, fugge; e raggiunti i silenzi della campagna, ulula, e inutilmente tenta di parlare. Tutta la  rabbia feroce che era in lui gli si concentra nella bocca, mentre il suo innato istinto di strage ora lo volge sulle pecore: e anche ora gode della vista del sangue. Le sue vesti diventano peli, mentre le braccia divengono zampe. Licaone è ormai un lupo; e tuttavia conserva le tracce della forma antica d’uomo. E’ grigio per la vecchiezza, mentre la violenza del volto è la stessa; gli occhi mandano lampi: egli è, come prima, l’immagine stessa della ferocia.

 

Per concludere, sottolinea Ščeglov, “i tratti distintivi di A e B coincidono in tutto o in parte. Allora l’oggetto A viene semplicemente ribattezzato col nome dell’oggetto B”.

 

Fonti:

 

Ju. K. Ščeglov, “Alcuni tratti strutturali delle Metamorfosi di Ovidio”, in I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, a cura di Remo Faccani e Umberto Eco, Milano, Bompiani, 1969, pp. 133-150; in particolare, p. 133, 141, 143.

 

Ovidio, Metamorfosi, Lib. I, vv. 232-239.

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