L’ Altro Potere: ma esistono veramente i Poteri Forti?

Esistono veramente i poteri cosiddetti “forti”? A sentire Giulio Andreotti, il bollettino meteorologico, la stampa e la Borsa sarebbero gli unici poteri forti nel nostro paese (1). Ad Andreotti piaceva scherzare, e poi non era un tipo da sbottonarsi  su certi argomenti. La faccenda dei poteri forti fu presa molto più sul serio dal professor Fisichella, secondo cui “governatori delle banche centrali, titolari degli istituti di emissione, cioè i bancocrati per eccellenza, non soltanto sono in prima fila nella determinazione delle politiche economiche delle nazioni socialmente più avanzate, ma sembrano addirittura dettare le condizioni e fissare le regole per la costruzione dell’Europa comunitaria e più in generale per le relazioni internazionali, mentre è ricorrente il richiamo alla globalizzazione finanziaria come fattore cruciale dei processi produttivi e sociali planetari” (2).

Indi, con codesti protagonisti tra i piedi, il professor Fisichella si chiedeva, tra le altre cose, che fine avrebbe mai fatto la democrazia.

Secondo il professor  Fisichella,  l’idea promanante dai poteri forti sarebbe volta perfidamente, et in primis ,  alla squalifica “preliminare” ad ogni successivo sviluppo degli istituti democratici: la politica, si sussurra, sarebbe  ormai il “regno dell’incompetenza, della corruzione e del particolarismo”. E il populus plebesque? Le masse, ormai sfiduciate, demanderebbero il tutto al decision-making, uomo “saputo” in fatto  di tecnologia, nonché, soprattutto, di scienza economica volta a creare lo “sviluppo economico”, detta anche vulgiter “crescita” (3).

E il voto?

Ma che voto!

I vertici del potere non possono essere scelti da masse informi:

“ Le realtà ove competenza tecnico-scientifica e professionalità sono preminenti  la selezione dei vertici non può che essere primariamente affidata alla cooptazione (ma i pericoli del nepotismo sono in agguato)” (4). Il professor Fisichella ha molte ragioni: in  effetti, non ci sarebbe nulla di male nella cooptazione, sempreché i cooptati fossero per davvero molto capaci; però c’è di mezzo l’inveterato nepotismo, per cui si cooptano molto spesso non i più preparati, ma i parenti stretti, gli amici, e gli amici degli amici. Ma queste sono cose vecchie come il cucco.

Attraverso un accurato lavaggio del cervello mediante advertising, i tecnocrati avrebbero trasformato senza possibilità di ritorno  l’homo technologicus,

“In una sorta di automa pre-impostato e catapultato in una dimensione altra, una dimensione artificiale, lontana e qualitativamente differente dalla sua naturale collocazione esistenziale nell’universo della natura. Questo strappo crea lo smarrimento dell’uomo moderno, il suo sentirsi estraneo a delle dinamiche assenti dal suo primigenio corredo genetico” (5).

In altre parole, nella re-impostazione dell’uomo, qualcosa non ha funzionato (o ha funzionato troppo bene), per cui l’ homo sapiens sapiens s’è trovato a essere non più uomo,  ma “consumatore” ai più diversi livelli di consumo, e secondo nuove classificazioni, spesso senza nome: un operaio della tale o talaltra età, un pensionato, e via discorrendo: i nomi di questi individui vengono  sì citati, ma dopo la classificazione. L’importante è infatti la classificazione del consumatore, e tutto il resto  conta poco. La situazione è decisamente pirandelliana. Pirandello aveva preconizzato la fine dell’individuo come “ uno”: tutti ci si ritrova ad essere soltanto “un tale”. Scommetto che il lettore ricorderà quella novella di Pirandello che recita: “Nell’albergo è morto un tale”.  Trovandosi ordunque a vivere in una siffatta dimensione, l’homo terchnologicus-consumatore “risponde” secondo automatismi che non erano presenti nel “corredo genetico” dell’homo sapiens sapiens: è stato, cioè, “snaturato”, sottratto per via tecnologica alla sua primigenia natura.

Esso Homo technologicus sarebbe ormai sottoposto, nell’apocalittica visione del professor Fisichella,  a  perpetua “narcosi”: “un narcotico”, iniettato surrettiziamente “a masse sempre più prive di scopo”, L’operazione, chiosa il professor Fisichella è d’una abilità mefistofelica, perché

“Prima si nega valore alle alternative, quali che siano; poi si crea il deserto delle idee tra i ‘consumatori’; infine lo si ripopola con una parola d’ordine. È il lavaggio del cervello applicato ai grandi numeri. Oso suggerire che la parola d’ordine avrà il suono del progresso. Progresso della scienza. Progresso della produzione. Come nelle antiche civiltà tradizionali le grandi burocrazie mandarinesche custodivano l’imperativo della statica sociale, così nella moderna civiltà artificiale la burocrazia tecnocratica non può che custodire l’imperativo della dinamica sociale  (6).

 

Soltanto Lui sarebbe quindi il depositario unico dei  segreti “della dinamica sociale” contemporanea. Premesso che di siffatti demiurgi se ne avrebbe fatto a meno molto volentieri, spassionatamente concludo con l’osservazione secondo cui  Orwell sembra proprio un ragazzino rispetto al professor Fisichella.

 

Note:

1)      Mario Nanni, “Andreotti: il tempo scolpisce la verità”, in Nuova Antologia, gennaio-marzo 2000, pp. 72-85.

2)      Domenico Fisichella, L’altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Roma-Bari, Laterza, p. 6.

3)      Ivi, p. 53.

4)      Domenico  Fisichella, Crisi della politica e governo dei produttori, Roma, Carocci, 2007,  p. 292.

5)      Domenico Fisichella, Politica e mutamento sociale, Messina-Firenze, Casa Editrice D’Anna, 1981,  p. 100.

6)      Ivi, p. 107.

 

 

 

 

Precedente Aristophanes in the Clouds. That Is: ‘the Thinking Shop of Wise Souls’ Successivo I partiti e la storia: come (non) nacque un Centro Moderato in Italia

Lascia un commento

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.