La Linea Ligustica di Caproni: un vezzeggiante “concertino”?

Forse quanto andremo qui dicendo sembrerà a taluni piuttosto datato, ma in realtà la questione di una linea ligustica nella tradizione critica nostrana non è mai realmente tramontata, specie a proposito di Eugenio Montale, e al susseguente  dibattito sulla ligusticità del poeta. Con ligusticità s’intende la possibilità concreta, ed esperita da molti critici (vado giù un po’ alla buona), di concordanze, per temi e lessico, della poesia di Montale con quella di altri poeti liguri, in special modo con Sbarbaro e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi  .

Poiché non tutta la critica concordava unanime sulle suddette concordanze, si attivarono, nel tempo, studi attenti a dimostrazione della loro esistenza (o meno)  in Montale. Una delle analisi pionieristiche  in questo senso fu quella di  Giovanni Cattanei, risalente alla metà degli anni ’60 (1). Per Cattanei, la ligusticità avrebbe addirittura dato l’imprimatur iniziale alla poesia di Montale, incentrata sul concetto dell’ “angoscioso destino dell’esistere”; e, in seconda battuta, il critico ravvisava  sicure concordanze con Sbarbaro, di cui Montale fu ad un tempo amico ed estimatore, come del resto si evince con chiarezza  dai numerosi oltreché interessanti interventi critici di Montale sullo stesso Sbarbaro.

Avversi a questo indirizzo critico, sicuramente da tenere in considerazione, furono gli altrettanto pionieristici studi   di Adriano Guerrini,  il quale, pur non credendo all’esistenza effettiva di una linea ligustica,  si pose nell’ottica di analizzare i rapporti fra Montale e Sbarbaro, raccogliendo molti materiali  da Montale, che negli Ossi di Seppia aveva dedicato a Sbarbaro due liriche, e dagli interventi critici dello stesso Montale apparsi sulla rivista L’Azione, il 10 novembre del 1920  (2).

Diciamo che, partendo da un livello prettamente biografico, la ligusticità di Sbarbaro è facile a dimostrarsi, essendo egli sempre vissuto in Liguria, e in special modo a Spotorno; e anch’egli, come Montale, angosciato spettatore della realtà: “Spotorno, terra avara […] Ti siedi e taci sulla spiaggia sterposa di contro a un pallido mare”. L’accenno al “mare”, parola chiave nella poesia montaliana, e quello alla “spiaggia sterposa” rinviano alle potenti immagini della Liguria di Montale, suffragando, ancor di più, l’ipotesi di una fortissima consonanza della poesia di Montale con quella di Sbarbaro: una sintonia difficile da mettere in discussione a prima vista.

Ma il problema critico reale fu dato dalla difficoltà  di stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se si potesse effettivamente parlare di influenze dirette dei poeti liguri su Montale; o se, per converso, non fosse stata la Liguria, con il suo ambiente regionale,  il mentore di tutti. Su questo tema si avverte un’ impasse difficilmente superabile; ma l’impressione  è che  sia alquanto arduo parlare, se non latu sensu,  di influenze dirette dei poeti liguri su Montale; e che la ligusticità possa invece ridursi  al fatto che sia stato il paesaggio ligure a suggerire alle varie sensibilità poetiche immagini “simili” .

Questa seconda ipotesi, nonostante i lavori di scavo sul background di Montale, resta un’explanatio potente e difficile da scalfire. Se è ben vero che Montale ebbe, come dicevamo sopra, parole di grande apprezzamento per Sbarbaro, è altrettanto vero che le critiche, anche severe,  nei confronti dell’amico non mancarono, come quando per esempio, egli asseriva che “della prima plaquette, [cioè di Resine], non mette conto di occuparsi: sonetti e quartine e strofi varie, oneste tutte e decorose ma niente più. Lo Sbarbaro vero non è ancora nato” (3).

Una  linea ligure della poesia, a quanto pare, esiste, ma la ligusticità non parrebbe data da una sorta di passaggio del testimone da un poeta all’altro, quanto dalla  convivenza con un ambiente ispiratore di comuni immagini e sentimenti;  anche se, come Paolo Zoboli  rileva, “Guerrini respinge giustamente ogni ligusticità a priori, quasi un’idea platonica che si rifletterebbe sui singoli individui” (4). In effetti Adriano Guerrini parlò di una sorta di “sociologismo” che sembrava aver pervaso la critica a proposito della supposta linea ligure:  “Da parecchi anni, asseriva Guerrini,  ma particolarmente in questi ultimi del dopoguerra, forse a causa di un certo sociologismo che ha penetrato la nostra critica, si è parlato un po’ dovunque di una linea ligure” (5).

Resta comunque la netta impressione (senza scomodare Platone) che il reale retroterra della  ligusticità sia proprio la Liguria, suggeritrice di immagini suggestive. Se andiamo ad analizzare poeti, per esempio, come  Boine: “Allora la strada che imbocco, lento, è la mia, queta, tra i muri degli orti, un ciuffo di canne, bisbigliando, ci spia” (6), è impossibile non correre subito con la memoria a Montale, il quale,  ne I limoni, ricordava “le viuzze che seguono i ciglioni, / discendono tra i ciuffi delle canne  e mettono negli orti” [Corsivi miei].

Questo esempio può essere, credo, abbastanza indicativo del fatto che la ligusticità di Montale non pare tanto ricavata da influssi di “altri” poeti liguri, quanto da suggestioni ambientali e geografiche, in cui i paesaggi tipici della Liguria si affacciano all’attenzione dei poeti ligustici, per poi  “caricarsi” della sensibilità individuale del singolo poeta. Certo, prestiti dai  poeti liguri precedenti esistono certamente in Montale, ma ciò rinvia semplicemente ad affinità tematiche e specialmente linguistiche che investono l’intero corpus della poesia italiana: un fenomeno che non costituisce certo sorpresa per nessuno.

Nel caso di Montale, gli sforzi per individuare “relazioni” e “concordanze”, quasi a costituire una sorta di albero genealogico dei poeti liguri, è operazione meritoria sotto il profilo degli studi, ma  criticamente non produttiva a dimostrare derivazioni dirette da precedenti poeti liguri. Sembra pertanto  che si possa parlare di un “pattern” ligustico comune ai poeti della linea ligure, ma che tale background non vada molto oltre la geografia dei paesaggi liguri, gli unici che paiono creare convergenze tra poeti molto differenti, e per i tempi e per resa poetica.

La linea ligustica fu un’ etichetta particolarmente fortunata, inventata  da un poeta, ligure per adozione, della statura di Giorgio Caproni, il quale, in un’intervista a Minnie Alzona del ’67, asserì, senza ambagi, d’essersi divertito “a tessere una linea che per primo [preferì] dire ligustica”. Poi Caproni proseguiva, rammaricandosi che la sua “battuta” avesse avuto eccessiva risonanza critica, dispiacendosi che la sua “proposizione” avesse goduto di sì grande fortuna, “fino a meritare gli onori di confutazioni ‘critiche’ come per esempio quella dell’amico Guerrini, cui certamente sfuggì il vero senso del mio –molto vezzeggiativo- concertino” (7).

Certo che, più che un concertino, derivante dall’aver individuato quasi per ischerzo una linea ligustica, l’intuizione di Caproni si mutò invece in un concertone, i cui echi sono arrivati fino a noi. Infatti, a quanto ci ragguaglia Adele Dei , Caproni iniziò a presentare al pubblico ( e a questo punto mi sa che l’idea dello scherzo regge pochino) la sua linea ligustica sin dal 1954, con alcune trasmissioni radiofoniche; e poi con interventi su riviste come Il Caffè e La Fiera letteraria del 1956  (8).

Ora, come si dice, uno scherzo è bello quando dura poco: se, per converso,  dura un po’ troppo a lungo,   va a finire che rischia, suo malgrado, di diventare una cosa seria, o semiseria, per cui ci fu una generale levata di scudi dei maggiori poeti inseriti nella presunta linea ligustica: da Angelo Barile a Montale, per finire a Renzo Laurano,  i quali, intervistati sul tema da Minnie Alzona nel 1967 (tutti insieme accomunati), fecero insubordinazione,  rifiutando di netto d’essere dislocati  lungo una linea diventata col tempo un po’ troppo rovente, come il muro di Montale.

Così, per restar fermi al tema, Montale asserì perentorio che

“la linea ligure è stata inventata da letterati liguri ma ha trovato scarso credito fuori della Liguria. Esiste una poesia fatta da liguri, e alcune di essi hanno vaghe somiglianze tra loro. Ma liguri di nascita erano anche Pastonchi, Jahier ed altri che non hanno mai cantato la Liguria ” (9).

Anche Renzo Laurano fu altrettanto categorico: “Mi sembra proprio di non appartenere, e non ho da dolermene né da compiacermene, al filone ligure per tono e ispirazione anzi alla linea ligustica, come la chiamano gli addetti” (10).

Che non fosse stata la piuttosto nutrita levata di scudi dei supposti poeti ligustri (e di molti critici) a convincere Caproni ad ammorbidire i contorni di una linea in cui egli parve credere seriamente agli inizi ( come i suoi numerosi interventi “pubblici” per radio, sul Caffè e sulla Fiera Letteraria dimostrano)? Non lo sapremo mai; ma se dall’ “inventore” stesso della linea ligustica il concetto di ligusticità fu poi fatto passare  come una boutade (presa poi sul serio da altri, e avendo così, asseriva Caproni,  gli onori di una “parallela” linea critica  di “confutazione”), verrebbe spontaneo pensare che un qualche ripensamento ci possa essere stato in Caproni. Anche se, tutto sommato,  non è  detto che da un gioco non possano scaturire risultati “seri”.

In questo senso, gli scandagli condotti sulla lingua  della poesia ligustica hanno portato alla luce aspetti e relazioni  prima “invisibili”, e sicuramente  con profitto; ma  come sottolineò a suo tempo Alberto Frattini , “i raggruppamenti per linee sono utili per un primo orientamento”; ma tale metodo “è, ad un esame critico più rigoroso, sempre discutibile” (11).

Concordiamo.

 

Note

1)      Giovanni Cattanei, La Liguria e la poesia italiana del Novecento, Milano, Silva, 1966, pp. 239-241.

2)      Adriano Guerrini, “Montale e Sbarbaro”, in Letture montaliane in occasione dell’80° compleanno del poeta, Genova, Bozzi, 1977.

3)      La “stroncatura” di Montale su Sbarbaro apparve in E. Montale, “Camillo Sbarbaro”, in  L’Azione, 10 novembre 1920, poi raccolta in E. Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976, p. 189. Cfr. anche il mio articolo “Il lungo ‘cammino in penombra’ di Camillo Sbarbaro, in questo sito.

4)      Paolo Zoboli, “Linea ligure: Sbarbaro, Montale, Caproni”, in Interlinea, 2006, p. 94.

5)      Adriano Guerrini. “La linea ligure”, in Diogene, V,  6, dicembre 1963, p. 12.

6)      Giovanni Boine, Frantumi, seguiti da Plausi e Botte, Firenze,  Soc. An. Editrice La Voce, 1921, p. 72.

7)      [Risposte a Minnie Alzona]” in Giorgio Caproni. Il mondo ha bisogno dei poeti. Interviste e autocommenti 1948-1990, a cura di Melissa Rota. Introduzione di Anna Dolfi, Firenze University Press, 2014,  p. 75. Le Notizie sui testi, p. 461 n. 17, rinviano  a una intervista di Minnie Alzona sul Gazzettino: “Intervista ai poeti e narratori liguri di nascita o d’adozione”, a cura di Minnie Alzona, in Gazzettino di Venezia, 1967. Minnie Alzona, a quanto è dato vedere, fece diverse interviste ai poeti ligustici, come quelle ad Angelo Barile: Minnie Alzona,  “Angelo Barile e la linea ligure”, in  Il Gazzettino, 3 maggio 1966. Cfr. Alberto Frattini, Poesia e regione in Italia, 1983, p. 69, nota 19.

8)      Adele Dei,  Giorgio Caproni, Milano, Mursia, 1992, p. 114 e nota 134.

9)      Sezione Poeti e Narratori liguri, “Intervista di Minnie Alzona”, in AA. VV., Genova libro bianco, Genova, Sagep, 1967, p. 121.

10)    Ivi,  p. 117.

11)    Alberto Frattini, Studi di poesia e di critica, Milano, Marzorati, 1972, p. 217.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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