La Logica Nuova e gli “intralci” dell’integrazione europea

L’integrazione europea ha una sua storia. Ma la storia percorre vie talmente sinuose che si resta stupiti dei risultati raggiunti oggi rispetto alle premesse che diedero l’avvio, appunto, alla storia dell’integrazione europea. Oggi, pare che in Europa si viaggi soltanto col registro dei conti e delle spese sottobraccio, e sembra si siano dimenticate del tutto quelle premesse che furono alla base dell’integrazione europea stessa.

Restando in tema di memoria corta, non mi sembra del tutto inutile andare a ripescare alcune idee che, come l’Ungaretti del Porto Sepolto, son state messe in un “angolo del focolare”, e poi dimenticate. Giuseppe De Gennaro (alla metà degli anni ’70 professore di Storia Economica nell’Università di Bari), quasi cinquant’anni orsono, approntò uno studio metodico e rigorosissimo sull’integrazione europea. Il titolo del suo  saggio, notevole per la molta dottrina infusa,  è il seguente:

Una bibliografia per la storia economica dell’integrazione europea.

Dopo le “Ragioni giustificatrici di una bibliografia”, “ I principali temi economici” e gli “Aspetti generali”, il professor Giuseppe De Gennaro   elaborò un “Commento ad alcuni temi” su cui val la pena soffermarsi a riflettere, perché qui troveremo alcune di quelle “cose dimenticate” di cui è bene rinverdire la memoria.

C’è anzitutto un punto che lascia un po’ attoniti e stupiti se ci rapportiamo al presente attuale; ovvero laddove il professor De Gennaro, citando un lavoro di Gino Barbieri,  ci rende edotti del fatto che

“le principali fasi embrionali” dell’integrazione europea erano basate su “una Logica Nuova, che tent[asse] di superare le tecniche e i limiti delle pure manovre finanziarie e speculative  (e, udite udite!) di ottocentesca memoria” [corsivi miei].

Premesso che, in materia economica, mi sembra che l’Ottocento goda tuttora di ottima salute, il professor De Gennaro  continuava asserendo che il Novum Organum  europeo sarebbe nato

“per attuare  un vasto sistema produttivo e distributivo su rapporti funzionali e umani”. Su rapporti, dunque, “funzionali” (specifici cioè di un “sistema produttivo”, ma anche, incredibile dictu, “umani”!

Essi rapporti “funzionali” e “umani” tenderebbero alla creazione di

“forme più mature di collaborazione internazionale e di integrazione economica” [corsivi miei].

Dopo aver enunciato i “fini” della Nuova Ragione che avrebbe guidato l’Europa tutta, il professor De Gennaro  tuttavia si rammaricava del fatto che, temporibus illis, l’Inghilterra ( ben nota nelle Patrie Lettere col nome suggestivo di Perfida Albione) si fosse data a smorzare tanto entusiasmo, dandosi  a creare, insieme con altri paesi ad essa opportunamente alleatisi, un mercato “parallelo” (se meno “funzionale” e “umano” non è dato sapere per iscritto, però s’intuisce che così dev’essere interpretato):

“L’iniziativa della Gran Bretagna (1959-60), incalzava il professor De Gennaro, cui aderirono Austria, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera, di creare in opposizione alla CEE una zona europea di libero scambio mostra i requisiti di una concezione libero-scambista, che contraddice e mette in pericolo la sicurezza e fecondità degli stessi scambi internazionali” [corsivi miei].

Indi di poi, il professor De Gennaro metteva i lettori di fronte ai pericoli che minacciano da vicino la Nuova Ragione dell’integrazione europea. Ma egli, magnanimo, non li definisce grossolanamente (come da me fatto) “pericoli”, bensì, con termine più sfumato, intralci: infatti,

Intralci alla solidarietà comunitaria

è il titolo del paragrafo dedicato a ben determinati “gruppi” che s’affacciavano minacciosi sulle “nuove visioni” della solidarietà europea:  essi erano i grandi gruppi monopolistici, provenienti dalle più svariate contrade del mondo (dalla Germania come dal Belgio, dall’Olanda al Lussemburgo, nonché dalla Big Apple americana) ai quali occorreva assolutamente opporsi, asseriva il professor De Gennaro, approntando contro di essi

“un adeguato contrappeso in un correlativo sviluppo della controparte sindacale a livello comunitario e nella messa in opera di efficaci strumenti di controllo politico”; poiché, Egli concludeva ,

“l’ interesse pubblico comunitario si pone come esigenza fondamentale in termini di controllo sociale della economia” [corsivi miei].

Se l’ipotesi irenica quivi prospettata s’è debitamente incarnata nel presente lascio al lettore giudicare.

Comunque sia, il professor De Gennaro,  portando l’esempio di alcuni gruppi intralcianti l’integrazione europea, sottolineava come i di essi accordi, a suo avviso,  andassero

ben al di là del puro e semplice scambio di informazioni, interagendo ai fini di una divisione del mercato”, e così “intralciando”, in modo siffatto, aggiungiamo noi,  le vite quotidiane dei miseri consumatori dell’altro ieri.

L’ultima notazione del professor De Gennaro è (sicuramente) meno irenica di quelle sopra prospettate, riportandoci, ex abrupto, dentro la dura “realtà effettuale” dell’oggi, in cui non molti son del tutto persuasi che gli “ideali” dell’integrazione europea si siano evoluti, dopo tanti e tanti anni,

“verso forme e rapporti più complessi e consapevoli di solidarietà fra i popoli’”. Ma, si sa, business e solidarietà sono concetti che difficilmente si sposano, e, di questi tempi, neppure s’accompagnano.

 

 

Nota

 

Giuseppe De Gennaro, “Una bibliografia per la storia economica dell’integrazione europea”, in Economia e Storia, luglio-settembre 1976, Fascicolo 3, pp. 337-360, e in particolare, per i passi citati nel testo, le pp. 341-342, 345-346, e 361.

 

 

 

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