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La mitragliatrice di Ardengo Soffici

giugno 5, 2017

Scrittori dimenticati

 

Kobilec, ovvero il Giornale di battaglia di Ardengo Soffici è uno di quei libri di guerra che si possono leggere velocemente, in un paio d’ore. La tecnica del racconto è rapida e veloce, le sequenze si susseguono senza sosta, mentre, al centro delle vicende di guerra, si muovono il tenente Soffici, il maggiore Casati, i soldati gli ufficiali e la mitragliatrice.

 

 

La mitragliatrice

 

 

“Già al momento del nostro arrivo, le truppe che erano davanti a noi si trovavano in pieno lavoro di sfondamento della linea nemica. Oltrepassati i reticolati che la nostra artiglieria aveva buttati all’aria nei giorni e nella notte precedenti, alcune compagnie s’erano spinte fino a un ciglione, a pochi passi dalle rovine del casolare, che stringevano, così minacciosamente, con la speranza di lanciarvisi sopra di momento in momento, e aprire il passaggio alle altre.

 

Senonché, anche qui, una mitragliatrice che si sapeva benissimo dov’era piazzata ma che nulla era ancor valso a distruggere, continuava, in una resistenza accanita, a flagellare lo spazio interposto di proiettili a sciami, fulminando chiunque si attentasse a superar quell’ultimo tratto, o cercasse comunque di avvicinarsi. Fu sotto questa tempesta di pallottole striscianti sopra di noi, scoppiettanti nei castagni cui strappavan foglie, ramoscelli e dilaniavano il tronco, che ci appostammo in silenzio, premuti contro la terra gialla, ognuno il fucile con la baionetta innestata accanto, pronti all’assalto appena fosse stato possibile, e che pensavamo imminente.

 

A lungo, invece, restammo in quella posizione d’agguato, con l’ansia interna per quel che poteva avvenire di noi da un momento all’altro, ma anche con pazienza ; certo senza nessuna paura. Guardavo intorno le facce dei miei soldati, fra i quali ero accovacciato, e in tutte leggevo i miei stessi sentimenti.  Frattanto la mitragliatrice seguitava a battere, con un’ interruzione di un minuto di tempo in tempo, e poi a scatti, a file di colpi sempre più precipitati, finché ripigliava il suo ritmo meccanico. Ogni tanto pareva che, balzata fuori dal suo ricovero, si avanzasse su noi, furiosa, fino al limite della piaggia davanti alla nostra linea, e allora lo scroscio dei proiettili ora così lancinante e pareva tanto radente che il volume del nostro corpo ci sgomentava, tanto era forte il desiderio di aderire al suolo per salvarci da quella bufera.

 

Col passare del tempo, però potemmo avere qualche momento di requie; e allora alzatomi in piedi, osservavo ciò che accadeva in cima al bosco, dove i nostri compagni si studiavano di vincere in tutti i modi ogni ostacolo. Vedevo il maggiore Casati fermo accanto al nuovo aiutante, il collega Bertola, parlando col maggiore Foglietta, comandante del secondo battaglione, e col nuovo ufficiale di collegamento, un tenente d’artiglieria; questi allontanarsi ogni tanto per osservare le posizioni nemiche o comunicare con le nostre batterie, poi tornare accompagnato da alcuni ufficiali o soldati; i graduati e gli uomini muoversi ratti in ogni senso, alcuni carichi di qualche istrumento di guerra, o di cassette di munizioni. Di tempo in tempo altri due portavan via di corsa un ferito sopra una barella.

 

La mitragliatrice strepitava come una bestia malvagia

 

Quanto a noi, restavamo lì, distesi, senza notizie né alcun ordine. Ne venne uno alla fine, quando meno ce l’aspettavamo, e fu di tenerci pronti per lanciarci al primo segno. Debbo dire che quel momento fu grave,  più grave di tutti quelli che seguirono poi, sebbene fra questi ce ne fossero dei tremendi. Ma era la prima volta che il cimento reale, il pericolo immediato della morte mi si presentava così in tutta la sua fatalità, e il cuore che ne sentì ad un tratto la grande tristezza vacillò un poco. Adesso, lassù, la mitragliatrice strepitava come una bestia malvagia che si cerca di accerchiare per ucciderla ; altre mitragliatrici si destavano a destra, a sinistra ; colpi di cannone arrivavano non si sapeva di dove, men- tre un rumore confuso come di lotta faceva capire che i nostri cercavano una soluzione a tutti i costi.

 

Fra un attimo avremmo dovuto irrompere con gli altri su per l’erta, e questo pensiero bastò per vincermi un momento. Ebbi la sensazione che il sangue cessasse di circolare nelle mie vene, che i nervi mi si sciogliessero ; sentii come un’ inquietudine viscerale che mi angosciava. ‘Ecco quello che si chiama la fifa’ — pensai. Ebbi vergogna di quella mia debolezza puramente fìsica, giacché la volontà era salda in me come sempre.

 

Pu però l’affare di un secondo, passato il quale mi sentii rinfrancato più di prima, e potei sorridere ai miei compagni, ai miei soldati e persino scherzar con essi, aspettando il segno di andar su. Il  quale però non venne, né allora né più tardi in quel giorno. L’assalto alla trincea austriaca non fu dunque dato quella mattina. Alcuni tentativi ci avevano fatto capire che fintanto non fosse stata distrutta la mitragliatrice, sarebbe stato un esporsi inutilmente a grosse perdite.

 

Ma la mitragliatrice (che sapevamo nascosta in una caverna nel masso, in fondo alla quale restava durante il bombardamento e non s’affacciava a una feritoia a fior di terra che quando questo era finito la mitragliatrice non poteva essere distrutta che dalla artiglieria.

 

Così, messa in riposo la truppa, fu all’artiglieria che toccò lavorare. E il lavoro prometteva d’esser serio

 

Cominciarono i medi calibri a concentrare sulla roccia malaugurata un fuoco così violento che la terra ne tremava: poi i calibri più grossi si svegliarono pure, e le bombarde, tanto che per alcune ore fu un urlare, un rotolare di proiettili per il cielo, un rombare di colpi, seguito da un rovinìo di pietre, tutto così pauroso, che, quando cessò, nessuno di noi dubitava che la mitragliatrice, non solo, ma la caverna e il luogo stesso dov’era fossero annullati e ridotti in polvere. Con questa convinzione, fummo ricondotti al posto del mattino, preparati di nuovo all’attacco; ma bastò che il nemico si accorgesse del nostro progetto perché la mitragliatrice, più viva di prima, riprendesse il suo giuoco.

 

Dovemmo ancora rassegnarci ad aspettare. I comandanti dei battaglioni si riunirono di nuovo a consiglio, e giudicarono insieme che forse una sezione di bombarde portate nella linea  avrebbe potuto, durante la notte e nelle ore della mattina seguente, aver ragione, unitamente sempre all’artiglieria, di quella macchina maledetta.

 

Sopravveniva intanto la notte di quel primo giorno di battaglia, notte stellata limpida fra le piante tranquille, ma per noi piena di una diffusa inquietudine, mista tuttavia a una certa curiosità avventurosa. Come quando eravamo in trincea, col primo montar dell’ombra, il movimento degli uomini cominciò per il bosco, per uno zig-zag di camminamento che lo percorreva dal basso all’alto, per una mulattiera conducente a un fosso e a una fonte. Si trattava di prepararsi un giaciglio, un riparo ; di lavarsi, di riempir d’acqua le borracce vuote, in attesa delle corvées col rancio e col pane.

 

Noi ufficiali trovammo solo allora la possibilità di riunirci. Miracolosamente, la mensa era arrivata anche lì, e fu appunto mangiando in una radura del castagneto, in disparte, che potemmo rallegrarci mutualmente della nostra presenza, lamentare le morti, i ferimenti del giorno, comunicarci le nostre impressioni.  S’era diffusa, durante le brutte ore precedenti, questa notizia, che il tenente Fani, un magnifico bersagliere, comandante la nostra sezione di mitragliatrici, bello, giovane, buono, era morto nella mattinata.

 

Sapemmo allora che era vero purtroppo: quelli fra noi che si trovavano più vicini a lui al momento della morte, ce ne raccontarono il modo e le circostanze. Traversando un terreno scoperto e battuto (quello stesso che avevo traversato io col mio plotone, quando avevo perduto il contatto col resto della compagnia), era stato colpito in fronte a bruciapelo da una pallottola, e il cadavere giaceva ancora là, che gli austriaci impedivano a chiunque di ricuperarlo. Fu una pena per tutti apprendere quelle cose, pena che aumentò alla vista dell’attendente del povero morto, quando di lì a poco comparì fra noi piangendo come un fanciullo. Però bisognava ormai prepararsi a simili casi di dolore ; e intorno tutto ce lo rammentava.

 

Tornammo ognuno tra i nostri soldati, mentre il nemico batteva con granate e shrapnel il bosco dietro a noi e le strade donde dovevano arrivare i nostri rifornimenti …

 

 

Stanotte avremo probabilmente un contrattacco austriaco

 

Cenando, il maggiore Casati ci aveva detto: — Stanotte avremo probabilmente un contrattacco austriaco. Stiano attenti e non temano nulla. La calma con la quale aveva dette quelle parole s’era comunicata a tutti noi, ed aspettavamo con tranquillità vigilante, parati a qualunque cosa stesse per accadere, quando infatti verso mezzanotte, un certo rumore che veniva dalla nostra sinistra ci fece capire  che la previsione era giusta.

 

Fu dapprima il crepitio breve di una mitragliatrice, più ostile nel silenzio e nel buio, seguito da quello più lungo di altre mitragliatrici che rispondevano, e delle fucilate. E come se ciò fosse stato un segnale di sveglia e di battaglia, immediatamente da tutte le parti, granate e bombe cominciarono a scoppiare in quel punto. Nello stesso tempo, un chiarore improvviso dissipò le tenebre. Un razzo, due, tre, verdastri, abbacinanti si levarono per aria, restandovi un poco come sospesi, calando poi, a poco a poco, con uno sfavillio che faceva parer più vivo il colore delle foglie, riempiva il bosco d’ombre e di luci mobili, e rendeva più profonda l’oscurità quando si spengeva ad un tratto. Dopo di che nuovi razzi si alzavano, uniti ad altri, rossi, tricolori …

 

Ma d’ improvviso, com’era cominciato, quel fracasso cessò. Alcuni portaordini della compagnia di sinistra arrivati poco dopo fra noi, dissero che l’attacco era stato respinto e gli austriaci ricacciati nelle loro linee.

 

Un’ora dopo però, l’attacco nemico fu ripetuto, e questa volta contro di noi. Ci sorprese mentre cercavamo di assestarci per un po’ di sonno ; così parve sul!’ imprimo più minaccioso. Io, che balzato ai primi lampi di allarme, andavo raccogliendo la mia truppa, ebbi persino un momento l’impressione che fosse riuscito e stesse per travolgerci nella sua furia. E infatti correvo di qua e di là, fra le piante, per dare ordini ai sergenti, ai capi squadra …

 

Pure s’ intuiva che anche quel tentativo del nemico era ormai frustrato, e non era più questione che di scoraggiar l’avversario del tutto affinché non ritornasse alla carica più tardi. Prima però di rassegnarsi allo scacco, gli austriaci vollero almeno farci il più gran male possibile. Fu così che quando tutto era già quasi finito, un’ultima scarica di shrapnel, granate e torpedini arrivò su di noi. Una di quest’ultime scoppiò fra i soldati di una compagnia del nostro battaglione, e con un fragore così formidabile, che tutto il bosco sussultò come per un terremoto. Voci di dolore e di rabbia s’alzarono fra il ronzio delle schegge e dei sassi che ripiombavano a terra, miste ai comandi brevi, concitati del capitano Guardi, accorso per ripor- tar l’ordine e la calma fra i suoi uomini. Verso le due, quando l’ intera linea fu alfine tranquilla, facemmo discendere la truppa un poco più in basso, al sicuro da altri possibili colpi di quelle torpedini o mine …

 

La giornata del 20 la passammo quasi tutta in ozio, se può dirsi ozio lo stare appostati in un bosco, a cento metri dalla linea nemica, battuto ogni tanto da granate, mine, ‘caropole’ di tutti i calibri; sotto il fuoco convergente di tre mitragliatrici.

 

Le mitragliatrici erano adesso tre

 

Giacché le mitragliatrici erano adesso tre: quella solita tra le rovine di Rutarsce, che non era ancora stato possibile distruggere, e due altre che sparavano ai nostri fianchi una dalle parti di Gabrije, l’altra di Bavterca.

 

Continuamente il pigolìo delle pallottole attraversava il bosco in tutti i sensi, e non si poteva stare o muoversi senza sentircene sfiorati o inseguiti. Ci movevamo tuttavia, sia per le necessità del servizio, sia per sgranchirci le membra intormentite dal freddo della notte dalla durezza della terra, sia semplicemente per curiosare un poco. Il maggiore Casati ed il suo aiutante specialmente non facevano altro. Andavano dal posto di comando alla linea, di qui al comando delle altre compagnie, esaminando la situazione a destra, a sinistra. Si sentiva che l’azione non avrebbe potuto continuare se non si ricorreva a qualche mezzo più energico per aprire la via alle truppe immobilizzate da quella triplice minaccia delle mitragliatrici.

 

Fu deciso pertanto che l’artiglieria, aiutata dalle nostre bombarde riprendesse con più vigore ancora il suo lavoro distruttivo. L’ ufficiale di collegamento si portò quindi in un praticello discosto, in vista dei nostri osservatori, accompagnato da alcuni uomini, e con segnali di dischi e bandiere indicò loro di aprire nuovamente il fuoco. Vidi di fra i tronchi dei castagni un largo quadro di tela bianca con nel mezzo dipinto un gran 6 nero ; un rettangolo di stoffa rossa traversato verticalmente da una striscia bianca aperto e piegato ritmicamente da un segnalatore, per alcuni minuti, dopodiché gli urli dei proiettili solcarono ancora una volta il cielo dorato dal sole e il rimbombo e lo spicinìo delle esplosioni ricominciarono. Il martellamento pauroso durò fin circa le dieci, durante il quale portammo la nostra compagnia al suo solito posto di combattimento.

 

Quando cessò e credevamo che questa volta, finalmente, della mitragliatrice non restasse più neanche una scheggia: ta-ta-ta-ta-ta, la mitragliatrice era ancora al suo posto come se nulla fosse stato.

 

 

L’esasperazione che cominciava a provocare in tutti noi ufficiali e soldati questa incomprensibile indistruttibilità di una macchina che una sola granata può ridurre in frantumi, andava assumendo persino un carattere comico ; c’era da domandarsi se non si trattasse di uno scherzo, di un equivoco, o di una illusione auditiva che ci facesse sembrare in un luogo quell’arma straordinaria che forse era in un altro. Ma le indicazioni circa il suo postamento eran troppo precise. Bisognò dunque pazientare ancora…

 

La mia compagnia, data l’impossibilità di andare avanti, s’è di nuovo sparsa per il bosco: chi dorme, chi chiacchiera, chi fuma, chi scrive a casa come se si fosse in trincea. Le pallottole seguitano a forar l’aria, a percuoter le foglie che cadono brillando nel sole. Bisogna camminar curvi quando ci si muove, ma molti non si curano del pericolo e fanno il loro comodo. Noto questa strana ‘insouciance’ del fante, che teme generalmente tanto la morte, ma si espone poi continuamente per un capriccio: per andare a chiacchierare con un compagno, per cogliere un frutto, per veder passare un prigioniero …

 

Eravamo arrivati al massimo dell’irritazione

 

La nostra artiglieria ha continuato a battere a più riprese per ore, la roccia dov’ è appiattata la mitragliatrice. Ad ogni sosta del bombardamento, le compagnie in linea si son provate ad avanzare ; la mitragliatrice intatta riprendeva il suo fuoco …Ufficiali e soldati, eravamo arrivati al massimo dell’ irritazione. Vecchi fanti, conoscitori a fondo della guerra, si facevan cattivi all’ idea che forse un solo uomo era in quella caverna a tenerci in quel modo grufoloni nella polvere, cotti dal sole, avviliti dalla sete. Se il mitragliere austriaco avessero potuto pigliarlo in quel momento, non avrebbe fatto una bella fine.

 

Ma il mitragliere, per ora, seguitava a coprirci delle sue pallottole: arrivavano a rovesci come una pioggia dirotta, e talora il loro volo era così basso che il soldato doveva mangiar la terra per non averne la testa trapassata da parte a parte. Allorché ogni speranza fu persa di poter muovere all’attacco, ci ordinarono di metterci anche noi al riparo; e fu quello l’ultimo attacco interrotto.

 

La mitragliatrice era stata distrutta

 

Alcune ore più tardi, allorché nessuno se l’aspettava più, fummo avvertiti che la mitragliatrice era stata distrutta, e la linea nemica di Rutarsce occupata. Come fosse andata precisamente; per quale miracolo si fosse arrivati a fare in così poco tempo quello che era stato impossibile in due giorni, non potemmo mai appurarlo bene. Vagamente arrivammo a sapere che una compagnia del battaglione che  era davanti era riuscita a impadronirsi con un colpo di mano di una specie di fortino o ridotta, dove subito era stato portato un cannoncino da montagna, il quale a forza di colpi fìtti e ben diretti aveva in poco tempo annullato caverna, mitragliere e mitragliatrice ; il che aveva permesso ai nostri d’andare avanti e di impossessarsi della trincea tanto agognata”.

 

Ardengo Soffici nacque a Rignano nel 1879. Artista, poeta e scrittore in prosa si fece apprezzare sia per le sue liriche, in larga parte apparse su Lacerba, i suoi saggi d’arte pubblicati sulla Voce, e per i suoi romanzi. Nel corso della prima guerra mondiale fu tenente di fanteria.

 

Fonte:

 

Ardengo Soffici, Kobilek. Giornale di Battaglia, Firenze, Vallecchi, 1919, pp. 78-91, 101, 103-104.

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