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La retorica nel Decameron

aprile 28, 2015

Retorica

Retorica

La critica ottocentesca, a partire da Francesco De Sanctis, vide “qualcosa di nuovo” nel “Decameron” di Giovanni Boccaccio, un qualcosa di “nuovo” e di “diverso” rispetto alla letteratura medievale, che addirittura aveva in sé i germi della “modernità”. Si disse che il capolavoro di Boccaccio era “spregiudicato” nel trattare, molto realisticamente, i temi sociali e religiosi. All’Ottocento anticlericale e “antifratesco” era piaciuto vedere nel Boccaccio un “fustigatore” dei corrotti costumi religiosi, facendone alla fine quasi l’alfiere della “nuova epoca” umanistica e laica.

Lo storico francese Edgar Quinet, nella sua opera “Le rivoluzioni d’Italia” [Torino, 1849], parlò del “Decameron” con accenti pressoché “trionfalistici”, spingendosi a dire che esso rappresentava “l’alba” di un mondo nuovo, che non soltanto dissipava “i fantasmi della religione e della superstizione”, ma che addirittura decretava i “ giocondi funerali del Medioevo”: “Una nuova rivoluzione si nasconde in quelle pagine leggieri [sic], in cui Boccaccio celebra i giocondi funerali del Medio Evo” [pp. 139-140].

Senonché Vittore Branca, nel suo magnifico “Boccaccio medievale” riportò Boccaccio “dentro” il Medioevo, sottolineando soprattutto l’appassionato “tirocinio retorico” dello scrittore di Certaldo: “Questo assiduo, ostinato tirocinio retorico che avvolge la giovinezza del Boccaccio e che domina e regola le sue pagine fino alla vigilia del ‘Decameron’ non si arresta certo sulle soglie del capolavoro: dell’opera cioè che corona l’esperienza giovanile dello scrittore e conclude i suoi saggi narrativi e romanzeschi” [ Vittore Branca, “Boccaccio medievale”, Sansoni, 1956, p. 32].

Secondo Branca, il “Decameron” nasce e si sviluppa nell’alveo antico della retorica, che, per esempio, per quanto riguarda qualsivoglia rappresentazione strutturale del genere “commedia”, prevede un itinerario al principio “terribile” e stracolmo di problemi, ed una “fine” lieta e felice. Così, anche il “Decameron” passerebbe dentro questa “ strettoia retorica”, ovvero dalla condanna dei “vizi” delle prime giornate all’esaltazione delle “forti e magnanime virtù” delle ultime giornate.

Lo stesso tanto decantato “realismo” di Boccaccio non scaturirebbe, secondo Branca da una “volontà” di rappresentare il reale, quanto essenzialmente da un “espediente” retorico più o meno simile a quello che troviamo nella “Commedia” di Dante, dove il “viaggio poetico” del genere “Comedìa” prevedeva appunto, secondo le norme retoriche, la rappresentazione iniziale di “exempla profana”, ovvero dei vizi e delle umane depravazioni, e una conclusione con l’altrettanto retorica figurazione di esemplari “virtù” ed atti magnanimi. La stessa famosa “Cornice” del “Decameron”, sottolinea Branca, costituisce una prova in più del carattere “medievale” e soltanto medievale dell’opera maggiore di Giovanni Boccaccio. La “Cornice” è un elemento “tipico” e assolutamente “previsto” da tutti i manuali di retorica medievali.

A parere di Branca, pertanto, il “Decameron” appartiene al genere “Comedìa”. Anzi, egli definisce il capolavoro di Boccaccio una “comédie humaine”, naturale prodotto dei più antichi “codici retorici” medievali: “ Quando Boccaccio volle tentare la sua più ambiziosa, e in un certo senso conclusiva, esperienza in prosa, quando volle creare la sua grande ‘comédie humaine’, è naturale che non abbia trascurato questi alti e raffinati insegnamenti della più ricca e autorevole tradizione letteraria di carattere narrativo” [p. 40].

Di qui l’ovvia conclusione, che opera una “sterzata” ad U rispetto all’esaltazione del “realismo” boccaccesco dei critici ottocenteschi. Il “Decameron” appartiene al Medioevo, e solo per una falsa prospettiva “ il ‘Decameron’ appariva cioè come un’opera del tutto estraletteraria [sic]” [p. 8]. Al contrario, tutto nel Boccaccio è “letterario”. Rifacendosi agli studi di Alfredo Schiaffini, Branca sottolinea che Boccaccio era un espertissimo “consumatore” di tutti gli artifici della retorica, che egli aveva studiato nei suoi più nascosti anfratti, come quando, per esempio, lo stesso Boccaccio asseriva l’eccellenza dell’ “ars rithmica” detta “Leonitas”, che dava un raffinato “color rhetoricus” alle clausole finali, la quale era “rectas consonantias in fine dictionum que dicuntur ‘leonitates’ a Leone inventore” ( “Le giuste consonanze in fine periodo, che sono dette ‘leonitates’ da Leone, che le inventò”) [p. 68 nota 25].

In conclusione, l’arte retorica di Boccaccio era talmente scaltrita che praticamente quasi nessuno si accorse degli artifici, e il tutto era considerato estremante “spontaneo” e “naturale” : “Qui l’alta scuola retorica del Boccaccio è, lo ha ben rilevato lo Schiaffini, veramente ‘filtrata di poesia’. Inversioni, separazioni, troncamenti ci sono sì, e sono usati con arte consumatissima; ma non si scoprono se non in un secondo tempo” [p. 34]. Bene. Così il Boccaccio “medievale” si è in qualche modo beffato anche dei “moderni”. Resta, forse, la consolazione di esserci fatti beffare da un vero “Maestro della beffa”.

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