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La storia e i suoi interpreti

febbraio 16, 2017

Strumenti del conoscere

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Tutti i Governi di tutti popoli, sin dalla più profonda antichità, hanno fatto della propaganda l’arma più appuntita per presentare se stessi come la “migliore” di tutte le possibilità di governo del proprio popolo. La Biblioteca di Re Assurbanipal era Pubblica, e, chiunque entrasse, poteva leggersi quanto segue:

 

“Palazzo di Assur-bani-pal, Re del mondo, Re d’Assiria, al quale il Dio Nebo e la Dea Tasmit [dea della scienza] diedero orecchi per udire, occhi per vedere ciò che è il vero fondamento del governo. Essi rivelarono ai miei re predecessori la scrittura cuneiforme, manigfestazione del Dio Nebo, il Dio della suprema intelligenza. Io scrissi ciò sopra le tavolette, le sottoscrissi ed ordinai e le posi nel mio palazzo per l’istruzione dei miei sudditi” (Corsivo mio).

 

Adesso sfido chiunque ad andare a dire ad Assur-bani-pal che, “forse”, si stava sbagliando.

 

Non meno altisonante era Tiglat Pileser II:

 

“ Io sono il Re che dal levar del sole al suo tramonto ho messo in fuga tutti i miei nemici; Io ho vinto i popoli, ho imperato sugli uomini delle regioni montane e della pianura; Io ho atterrato i re, ed ho mandato i miei ufficiali al loro posto”.

 

Tiglat Pileser II, fra l’altro, si vantava anche d’aver dato una “sistemazione” (economica) anche ai suoi ufficiali. Il che deve averlo reso molto “popolar”, almeno tra i suoi  fedeli soldati.

 

Più parco, ma sempre molto istruttivo anche Dario, re dei Persiani:

 

“Io sono Dario il gran re, il re dei re, il re di questi numerosi paesi, figlio di Istaspe Achemenide”.

 

E possiamo “scendere” fino ai Romani, dove il “Princeps” è sempre, per antonomasia, “a diis electus”, eletto dagli Dei. Cosicché Nerone poteva dire, gloriandosi:

 

“Egone ex omnibus mortalis placui electumque sum qui in terris deorum vices funger?”. Ossia: “ Non sono forse Io che sono stato eletto tra tutti gli uomini ad essere il rappresentante degli Dei in terra?” (Seneca, De Clementia).

 

Questi “fatti” storici sono “veri”, e si possono documentare.

 

Quando, dunque, un fatto è storico?

 

Quando è realmente avvenuto. E questi documenti “realmente” accaddero, e, soprattutto, sono esperibili da tutti. Infatti, si tratta di iscrizioni e d’una citazione,  da tutti verificabili. Ergo, la storia si fa con i documenti.

 

Quando si fa storia senza documenti idonei alla bisogna, non si fa storia, ma un qualcosa di diverso. Si può fare del romanzo; oppure  si può giocare con i concetti, e fare della retorica. In tal caso si fa un “esercizio”, che era molto raccomandato nelle scuole di retorica. Il maestro dava il tema o “tesi”, e l’allievo, attraverso vari artifici, doveva dapprima dimostrare logicamente la “tesi”; e poi, con altrettanti buoni ragionamenti, dimostrare il suo contrario, cioè l’antitesi. Quindi l’allievo, dopo la solita “captatio benevolentiae” o “intercettazione della benevolenza del pubblico”, proseguiva andando a scovare i “loci” (“communes”) che costituivano le “pezze d’appoggio” per sostenere la tesi o l’antitesi. L’esercizio era buono. Però l’allievo non faceva storia, stava semplicemente facendo della retorica.

 

Dov’è che voglio arrivare?

 

Esattamente a questo: che taluni pretendono di fare storia, e di essere riconosciuti come tali, mentre invece stanno facendo della dialettica, “ragionando” sì su fatti realmente accaduti, ma piegandoli in base ad un’ottica personalistica, che, per carità, può anche risultare “convincente”, ma che spesso manca però del presupposto di base: la prova (documentaria), che deve essere “verificabile”, e preferibilmente “multipla”, nel senso che ci debbono essere non “uno” (una rondine non fa primavera), ma molti documenti attestanti un determinato evento.

 

In base a molti documenti scritti si può pensare alla “veridicità” dell’evento in questione. Ancora, quando si rintracciano molti documenti “scritti” a sostegno d’una certa ipotesi di lavoro, essa risulta alla fine difficile da scalfire, a meno che non si dimostri oltre ogni ragionevole dubbio che si tratta di “falsificazioni”. Più facile mettere in dubbio le testimonianze “orali”. Anche in questo caso, però, il “cumulo” delle testimonianze a prova di un evento accaduto è accettato come “verosimile” se non “vero” tout court.

 

Nel caso delle testimonianze “orali” è indubbiamente molto più facile farle passare per false, mettendo spesso in dubbio l’onestà intellettuale dei testimoni. C’è però sempre il fatto che, se un numero estremamente elevato di testimonianze “converge” in una certa direzione, coloro che le si oppongono hanno un lavoraccio da fare; che spesso è infruttuoso, perché nessuno crede “realmente” ad uno storico che tenda a  “squalificare” le testimonianze di centinaia di individui. In siffatto caso, in linea di massima, si parla di tendenziosità interpretativa, perché, di fatto,  si tende a piegare gli eventi ad un qualcosa che ha a che fare con quella che è definita una enunciazione programmatica dello storico.

 

Concludiamo. Quando uno storico si dedica “essenzialmente” ad una analisi grammaticale delle fonti, soffermandosi ad ogni piè sospinto sul lessico, rivolgendo i testi come un calzino, svolgendo analisi linguistiche  in tutte le loro forme, letterali ed etimologiche, stabilendo analogie calzanti o meno;  senza, o quasi, “ulteriori” fonti testimoniali, siamo in presenza di uno storico che vuol far passare non la storia, ma la sua storia, già perfettamente delineata nella sua mente, e spesso in base alle proprie tendenze ideologiche.

 

Fonti:

 

 

I testi relativi ad Assurbanipal, Tiglat Pileser II e Dario, in Girolamo Olivati, Storia Antica. Oriente e Grecia, Firenze, Giusti, 1948, Vol. I,  p. 245, 250, 278.

 

Su Nerone e Sul “Princeps a diis electus”, cfr. J. R. Fears, “Princeps a diis electus. The Divine Election of the Emperor as a Political Concept at Rome”, Papers and Monographs of the American Academy in Rome, American Academy in Rome, 1977, Vol. XXVI, p. 136. Cfr. Inoltre, per il testo completo  analizzato frammentariamente da Fears, L. Annei Senecae ad Neronem Caesarem De Clementia,  in L. Annaei Senecae libri De beneficiis et De clementia. Recensuit  M.C. Gertz, Berolini [Berlino], Apud Weidmannos, MDCCCLXXVI [1876], Liber I, 2,  p. 158.

 

Sul problema dei fatti storici, indicazioni sono fornite  nell’articolo di Scipione Guarracino, “La storia e il principio di realtà”, in I viaggi di Erodoto, settembre 1990, n. 11, pp. 162-169. In particolare, pp. 162-163.

 

Sulle fonti orali, L. Passerini, “Le testimonianze orali”, in Introduzione alla storia contemporanea, Firenze, La Nuova Italia, 1984, pp. 232-248. Inoltre, molto importante è l’intero numero dedicato alla “Oral History” dei Quaderni Storici. Cfr. in particolare quanto dice Jan Vansina, “Tradizione orale e storia orale. Risultati e prospettive”, in Quaderni Storici. Oral History: fra Antropologia e  Storia, Ancona, maggio-agosto 1977, n. 35: “La scelta di prendere in seria considerazione le fonti orali non è stata una acquisizione facile per gli storici occidentali del ventesimo secolo […] La storia orale non pone di per sé stessa interrogativi di rilievo allo studioso, che deve peraltro essere a conoscenza dell’ambiente di provenienza di ciascun intervistato e sapergli fornire ragguagli espliciti circa le finalità delle interviste. Consuetudine vuole  che si ricavino narrazioni di vita vissuta da gruppi di individui, intervistati separatamente, talvolta a lungo, per la durata di molte sedute”, p. 341 e p. 348 (Corsivi miei).

 

 

 

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