“L’aratro in mezzo alla maggese”: nelle “solitudini” di G. Pascoli

Giovanni Pascoli

La poesia di Giovanni Pascoli è ricchissima di simboli; talvolta neanche tanto scoperti, per cui hanno richiesto un’indagine accurata da parte della critica. Un altro aspetto saliente della poesia pascoliana e il lessico aulico; la parola di Pascoli è “antica”, e ciò gli derivava dalla sua stessa formazione “professorale” nonché dall’assidua frequentazione dei classici, a partire da Virgilio, uno dei “maestri” indiscussi del Pascoli “latino”.

Oggi però ci soffermeremo sul Pascoli “italiano”, ed in particolare su una sua lirica molto famosa, che un po’ tutti hanno avuto l’occasione di leggere: mi riferisco a “Lavandare”, contenuta nella raccolta “Myricae”, e giudicata dai più un vero gioiello della poesia pascoliana, anche sotto il profilo tecnico. Anche in questa lirica il lessico è variamente prezioso, andando dalla “gora” (canale) al verbo “sciabordare”, con cui il poeta indicò l’agitarsi dell’acqua per via dei panni sciacquati dalle “lavandare”.

Come dicevo, questa lirica fu altamente considerata dalla critica; ricorderò qui soltanto un contemporaneo del poeta, Emilio Cecchi, il quale sottolineò la perizia di Pascoli nel saper “mescolare” con estrema efficacia poetico-descrittiva “il canto delle donne ai lavatoi” e la “malinconia della campagna” ( E. Cecchi, La poesia di Giovanni Pascoli, Napoli, Ricciardi, 1912, p. 27).

Ma ascoltiamo Giovanni Pascoli:
Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.

Il simbolismo della lirica, che si può racchiudere nel concetto di “solitudine”, è sostanzialmente custodito nella “quartina finale”, dove Pascoli riprende un canto popolare, con la “lavandara” che piange d’essere rimasta sola dopo la partenza dell’amato, “Come l’aratro in mezzo alla maggese”, il campo arato e lasciato poi a riposo.

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