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L’arte del levare da Ariosto a Manzoni

novembre 19, 2016

Letteratura

alessandro-manzoni

 

 

G. Contini, maestro indiscusso negli studi filologici italiani, osservò una volta che, per l’Ariosto, correggere “era prevedibile che significasse anzitutto l’ arte del levare”. Quest’arte si concretizza sostanzialmente nel togliere ciò che sembra superfluo, snellendo il periodo e rendendolo maggiormente leggibile e godibile. Contini portava poi qualche esempio dell’arte ariostesca “del levare”, cosicché un verso laborioso come

 

E così, poi che dei guadosi stagni

Nel più profondo mar si vide uscito,

 

si trasforma, dopo l’abile “levata” dell’Ariosto, nel più scorrevole

E così, poi che fuor de la marea, etc.

 

L’arte del levare fu cara non soltanto all’Ariosto, ma anche a Manzoni, che lavorò di lima sul suo romanzo non meno a fondo del suo collega cinquecentesco. Prendiamo una pagina qualunque della Ventisettana e poi confrontiamola con quella definitiva del 1840, la ultra famosa Quarantana. Il lavoro di Manzoni fu notevole e degno della più grande considerazione, sempre teso a rendere il periodo più semplice e leggibile:

 

Nella Ventisettana Manzoni scriveva:

 

Che cosa gli mancherebbe per esser l’uomo il più beato del mondo, se avesse appena un tantino di giudizio? Egli ricco, egli giovane, egli rispettato, egli corteggiato: ha male di troppo bene il bene stare …”

 

Quarantana

 

Cosa gli mancherebbe per esser l’uomo il più felice di questo mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovane, lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare”.

 

Si noterà che il “che cosa”, è semplificato con “cosa”; il troppo aulico “egli”, è sostituito con il più prosaico “lui”, e la frase, davvero involuta e mal comprensibile “ha male di troppo bene il bene stare”, è sostituita con l’espressione, molto più facile ad intendersi, “gli dà noia il bene stare”. Manzoni sembra un “democratico” in fondo all’animo, perché il suo intento precipuo è quello di farsi capire dai più, secondo la nota tesi romantica che l’intellettuale doveva andare “verso il popolo”.

 

Stento comunque a credere che Manzoni sia stato quel bieco “populista” al quale, insieme con i suoi “seguaci”, si deve, secondo Asor Rosa, “indubbiamente, la prima organica ed estesa esperienza di letteratura populista in Italia. In loro c’è già un atteggiamento consapevole e programmatico, sia per quanto riguarda i fini, sia per quanto riguarda i contenuti di una letteratura italiana ‘moderna’.  Presa coscienza una volta per tutte, seguendo l’esempio principiassimo di Alessandro Manzoni, della necessità oggettiva di stabilire un contatto positivo tra i ceti intellettuali e la massa popolare, essi svolgono coerentemente questa posizione politico-culturale occupando con  estrema duttilità tutto il campo degli strumenti e delle esperienze letterarie: dalla narrativa ad alto livello artistico alla letteratura pedagogica ed istruttiva. Tutto ciò avviene secondo le linee di una precisa scelta ideologica, religiosa e, in ultima analisi, politica” (p. 37).

 

In tutto questo contesto gli “umili” e la stessa “positività popolare” hanno bisogno “di una guida ( in molti casi, d’un freno): quello della religione cattolica, della Chiesa” (p. 39). Premesso che il discorso di Asor Rosa è molto convincente, resta però il forte dubbio che  il “romanticismo” di Manzoni fosse  sincero. D’altra parte, nelle sue opere di linguistica “applicata” Manzoni disse a chiare lettere che lo scrittore “romantico” deve puntare sulla “lingua d’uso”, ed evitare quella “astratta”, meditando sul fatto che la lingua fiorentina  poteva essere il modello a cui attenersi, proprio per dare agli italiani quell’ “unità linguistica” che, inevitabilmente doveva seguire quella “politica”.

 

Che poi, sotto questa tensione linguistica apparentemente “democratica” ci possa essere stato ciò che Asor rosa diceva poc’anzi “può” essere vero; ma intanto dobbiamo almeno dare atto a Manzoni che con la sua diuturna attività sugli “scartafacci” ha prodotto un ammodernamento della lingua italiana.  Che poi, come dicevo sopra,  Manzoni possa aver agito  per i  “fini” sopra menzionati da Asor Rosa, ciò “può” essere vero, ma, conoscendo un po’ l’uomo Manzoni, viene il dubbio che egli non avesse poi per la testa cose così sottili da assomigliare a quelle intraviste  da Asor Rosa.

 

Fonti:

G. Contini, Esercizi di lettura sopra autori contemporanei con un’appendice su testi non contemporanei, Firenze, Le Monnier, 1947, p. 317 sgg.

A. Manzoni, I Promessi sposi, a c. di L. Caretti, Torino, Einaudi, 1971 (Edizione interlineare, cap. XXXIII).

A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Torino, Einaudi, 1988, p. 37, 39.

 

 

 

 

 

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