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L’autocensura “fascista” di Carlo Emilio Gadda

novembre 27, 2016

Letteratura

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Manuela Bertone sottolineava come “la questione fascismo/antifascismo di Gadda è tuttora aperta e insoluta. Talvolta ha provocato sorde polemiche, come dimostra la rissa scoppiata nel marzo del 1997 all’indomani della pubblicazione di alcuni stralci di un articolo autarchico di Gadda su un quotidiano romano. Cfr. Minore 1997; Bruni 1997a & 1997b; Pedullà 1997b” (M. Bertone).

 

Ne Le risorse minerarie del territorio etiopico, Gadda scriveva:

 

“La notizia della costituzione di un Ente parastatale per le ricerche minerarie in Etiopia e per il registro delle imprese esistenti è venuta ad esaudire una comune e prima domanda circa l’impostazione del problema: e a confermare, se pur ce ne fosse bisogno, con quale alacrità il governo fascista, per l’impulso del Duce abbia agito anche in questo senso” (Il link all’articolo in R. Stracuzzi).

Queste parole sembrano acclarare un’aperta adesione di Gadda al programma coloniale fascista. Tuttavia, nel corso degli anni, e nella riedizione dei suoi scritti anche occasionali,  è ravvisabile nello scrittore un forte “ripensamento linguistico”  sui temi del fascismo, per cui si è parlato di una forma di autocensura di Gadda. La questione dell’ “autocensura” di Gadda non è un fatto recente; essa fu affrontata di petto già nel 1983 da L. Greco, il quale mise a confronto gli  articoli “fascisti” di Gadda apparsi sulla Gazzetta del Popolo con l’edizione degli stessi scritti in volume per l’edizione Parenti de Le Meraviglie d’Italia, del 1939.

Nel caso di Gadda l’autocensura è particolarmente evidente e marcata; basta infatti andare alle fonti originarie per accorgersi, per esempio, che nei riediti scritti gaddiani i rimandi chiari al  Duce e al fascismo sono accuratamente erasi.

Cosicché, per esempio, a proposito dell’articolo Delle mondine, in risaia (apparso sulla Gazzetta del Popolo del 19 luglio 1936), leggiamo:

“Lettini di ferro, o brande, che il Duce ha voluto fossero sostituite ai pagliericci di prima”.

Nell’ediz. Parenti (1939) la stessa frase suona così:

“Lettini di ferro, o brande, che hanno sostituito in questi anni i pagliericci di prima” (C. E. Gadda, Le meraviglie d’Italia).

Nell’articolo sul “Carbone dell’arsa”, la Gazzetta del Popolo del 27 luglio 1937 recitava:

“Lo spirito mussoliniano subentrato al brontolamento dell’era liberista anglomane o francomane o che altro fosse, è fede nella validità redentrice dell’azione…”

Sostituito con:

“La legge d’autonomia che governa oggi l’Italia, dopo i tepori mesozoici della facilità liberista, anglomane o francomane o qual altra fosse, è dura legge ed è fede nella validità redentrice dell’azione” (C. E. Gadda, Le meraviglie d’Italia).

 

L. Greco spiegava l’ autocensura di Gadda con argomenti letterari:

 

“Si tratta dunque di una curiosa forma di ‘autocensura’ le cui ragioni andranno ricercate, si può credere proprio sul piano letterario. Gli accenni a Mussolini e al regime sono infatti incompatibili con quella società letteraria alla quale le prove di Le Meraviglie d’Italia sono dirette: prove, bisogna sottolineare, che devono valere sul piano della scrittura e della dignità letteraria, non su quello delle convinzioni ideologiche” (L. Greco).

 

Al di là delle “giustificazioni letterarie”, rimane però il fatto che le polemiche su Gadda “fascista” furono e rimangono  aspre.

 

Però bisogna ammettere un dato oggettivo, ossia che le varianti proposte da Gadda per l’Edizione Parenti del 1939 costituiscono un’ autocensura che fu attivata in piena epoca fascista. Insomma, non è che Gadda fece le modifiche ai suoi testi dopo la caduta del fascismo, nel 1949 o nel 1959, bensì nel 1939, cioè  in piena epoca fascista. Allora, probabilmente agirono in lui le “ragioni letterarie” citate da L. Greco, ma, forse, anche, mutamenti sostanziali nella visione che Gadda aveva del fascismo.

 

Questo dato del 1939, per di più, avrebbe dovuto “esimere” Gadda dal dover offrire ulteriori “spiegazioni” in epoca post-fascista,  in un clima politico come quello italiano postbellico ormai fieramente avverso al fascismo. Se la questione del “letterario” viaggia sul filo del rasoio, anche se  può  avere una sua validità, il secondo aspetto, quello delle revisioni fatte in epoca fascista, possiede una sua rilevanza intrinseca da non sottovalutare.

 

Gadda comunque, a lume di naso,  non sarebbe mai riuscito a spiegare fino in fondo le ragioni della sua “appartenenza”, e soprattutto tali spiegazioni difficilmente sarebbero state “accolte”. In tutti i modi, la cosa lo avrebbe sottoposto ad una attività sfibrante di “explanatio” che, alla fine, non avrebbe comportato i frutti auspicati rispetto allo spreco di energie. Ribadisco  qui il fatto che “comunque” Gadda non sarebbe riuscito a farsi capire, perché dall’altra parte avrebbe trovato non una platea  benignamente e neutralmente disposta, ma uno zoccolo duro che non sarebbe stato scalfito da alcun ragionamento, anche il più sottile e il più onesto.

 

Se però Gadda fece, in epoca fascista, dell’ “autocensura”, ciò significa che, ai suoi occhi, gli eventi a lui vicini avevano preso una piega che non gli piaceva più. Preso atto di  questa “realtà effettuale”, Gadda comprese di doversi ormai confrontare con la dura “necessità” a cui deve piegarsi l’uomo anche il più ragionevole. Per capire come ragionava in certi casi l’ingegner Gadda,   basta leggersi quella pagina su Cicerone del racconto San Giorgio in casa Brocchi, dedicato a Raffaele Mattioli, “un uomo di vera cultura” e suo antico ammiratore, al quale era molto piaciuto l’ articolo Alla borsa di Milano (Gazzetta del Popolo del 1 gennaio 1935), e del cui giudizio Gadda andò sempre molto fiero (L. Greco, p. 89, nota 14):

 

“L’autore ‘adatto’, per eccellenza, rimase Cicerone. Di Cicerone la contessa […] s’era addirittura innamorata. Doveva  giusto  essere  un  uomo  sulla  cinquantina,  come  Frugoni,  un  uomo serio,  ammodo,  di  cui  ci  si  poteva  pienamente  fidare:  degno  in  tutto  di  casa  Brocchi. Senza contare che conosceva il latino come nessun altro, da riuscire di modello a tutti.

 

Sicché probabilmente, chi sa!, Cicerone non aveva neanche bisogno di purga. Tanto più se anche a lui (dove si vedono le persone di buoni principi!) gli era venuta in  mente la stessa idea, di «comporre» un’Etica, come allo zio Agamènnone. E un’Etica… che  era,  sosteneva  il  professor  Frugoni,  come  chi  dicesse  il Vangelo  di  quei  tempi.  Il Vangelo degli  antichi  Romani!  di  quei  Romani  che  sapevano immerger  la  destra  ne’ rossi  bracieri  e  rompevano  a  nuoto,  come  niente  fosse,  i  gelidi  gorghi  del  Tevere!  E avevano  davvero,  quelli,  il  culto  della  famiglia, la  religione  della  patria!  E  non abbadavano tutti i momenti dietro alle donne, come  oggi, dietro alla prima svergognata che passa!

 

Peccato  quella  terribile  manìa  della  guerra!  dove  anche  i  giovanetti  delle  migliori famiglie finivano, prima o poi… che a casa loro… nessuno li rivedeva più. Ma Cicerone non  doveva  essere  un  guerrafondaio,  come  non  lo  fu il  compianto  marchese  Ponti.  La contessa  ricordò vagamente  che  doveva  avere  un  animo  forte  e  mite,  incline  alla filosofia, alla legalità, e al giusto equilibrio. A dar ordine di strozzare Lentulo e Cetego lo  avevano  costretto  gli  avvenimenti,  la  necessità  di  salvare  la  patria:  perché  gli avvenimenti, certe volte, sono così bizzarri, da costringere un conservatore legalitario a far strozzare alla chetichella due manigoldi falliti” (C. E. Gadda, San Giorgio in casa Brocchi).

 

Così Gadda, conservatore legalitario, strozzò e censurò i suoi scritti d’ epoca fascista perché costretto  dagli   avvenimenti. Parlando della sua “officina” di scrittore, e, pertanto, del suo lungo lavorìo sulla lingua e sulle “varianti”, Gadda, con il suo solito linguaggio ammiccante, faceva intendere tra le righe che il lavoro d’ “officina” non è soltanto un’attività “tecnica”, ma coinvolge la vita stessa dell’autore, la sua biografia interna ed esterna:

 

“Una confessione circa i problemi d’officina, o le angosce o i ragnateli d’officina, comporta di necessità dei riferimenti a una vita, a una biografia interna ed esterna, si ingrana in una gnoseologia e in un’etica […] Il deflusso parallelo della mia vita e non vita ha reliquato, sì sì reliquato, frusaglia più o meno inutile alle sponde del tempo consunto” (C. E. Gadda,  “Come lavoro”).

 

Che è come dire: a volte la vita ti porta a scrivere o a dire  cose da relegare tra le cianfrusaglie. Il che capita a tutti: scrittori o meno.

 

 

Fonti:

M. Bertone, “ ‘Mirabilia Urbis Romae’. Gadda e il culto di Roma”, in The Edinburgh Journal of Gadda Studies, November 2004, nota 2.

C. E. Gadda, “Come lavoro”, in I viaggi la morte, Milano, Garzanti, 1958, p. 9.

C. E. Gadda, Le meraviglie d’Italia, Parenti, 1939, pp. 213-214 e p. 231.

C. E. Gadda, “San Giorgio in casa Brocchi”, in I racconti, Milano, Garzanti, 1975, pp. 88-89.

L. Greco, “L’autocensura di Gadda: gli scritti tecnico-autarchici”, in Censura e scrittura, Milano, Il Saggiatore, 1983, p. 92.

Il link all’articolo in R. Stracuzzi, “Gadda: propaganda e ironia (in margine a una recente riedizione di scritti divulgativi)”, in The Edinburgh Journal of Gadda Studies, November 2004, paragrafo 2.

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