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Lavori sempre in corso in “Viale Risorgimento”: Veneto e Italia 1866

febbraio 24, 2017

Storia

veneto

 

Andrea Ciampani rilevava come “l’occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ha suscitato e tenuto viva una discussione sul Risorgimento connesso all’uso pubblico della storia, animando movimenti d’opinione indirizzati su percorsi spesso divergenti. Ancora una volta, come evidenziato nel 1993 durante un particolare tornante della storia italiana, il complesso rapporto tra il dibattito dell’opinione pubblica e la storiografia si è sviluppato in modo dialettico”.

 

Entriamo allora subito in medias res. Si dice che il passaggio del Veneto al Regno d’Italia fu un imbroglio ai danni del popolo.

 

Risposta: non ci fu nessun imbroglio, perché i “passaggi” dei popoli e delle nazioni non li faceva nessun popolo in nessuna nazione, perché il popolo non contava niente, ma soltanto le grandi potenze europee disponevano di essi come meglio loro aggradava. Ed alcune grandi potenze europee avevano stabilito che il Veneto dovesse passare dall’Austria al Regno d’Italia, e così fu. E non credo che ci sia bisogno di pezze d’appoggio bibliografiche per dimostrare che l’assunto è assolutamente vero.

 

Secondo punto. Però c’è il fatto che nel plebiscito che seguì alla cessione del Veneto al regno d’Italia la volontà popolare fu ingannata con degli imbrogli.

 

Risposta. La volontà popolare non fu ingannata, ma semplicemente “guidata”. La presenza del popolo al voto fu soltanto un atto formale, perché a decidere furono altri per esso: il clero e i grandi proprietari terrieri.  Furono essi che influenzarono il voto popolare attraverso la propaganda, una tecnica vecchia come il cucco.

 

Siccome ormai più nessuno giura in verba magistri, come facciamo a sapere che le cose andarono realmente nel  modo che dici?

 

Lo sappiamo con assoluta certezza:  e non facendo riferimento a chissà quali fonti misteriose, ma semplicemente agli Archivi di Stato. Gli Archivi di Stato sono chiarissimi riguardo alle modalità con cui si svolse il voto del plebiscito: dicono perché ci fu il plebiscito (che il Governo di Vittorio Emanuele II non voleva, ma fu costretto ad accettare dalle clausole del trattato di cessione del Veneto dall’Austria al Regno d’Italia),  chi guidò le danze, e come andò a finire.

 

Cominciamo da primo problema: chi volle il plebiscito. Lo volle a tutti i costi Napoleone III. Infatti,

 

“ Aussitôt  que la paix sera conclue,  le Commissaire français recevra du commissaire autrichien  les places du quadrilatère […] Le Commissaire français se rendra ensuite à Venise où une commission de trois membres […]  determinera d’accord avec les autorités municipales, le mode  et l’ époque du plébiscite qui aura lieu librement par le suffrage universel et dans le plus bref delai possible». (Gli Archivi dei Regi Commissari, p. 6, nota 1).

 

Ossia: “Non appena conclusa la pace, il Commissario francese riceverà dal Commissario austriaco le piazzeforti del Quadrilatero. Poi il Commissario francese si recherà a Venezia, dove una Commissione costituita da tre membri determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e i tempi del plebiscito, che avrà luogo liberamente con suffragio universale e nel più breve tempo possibile senza inutili perdite di tempo”.

 

Ancora :

 

« L’ordine di svolgimento degli avvenimenti del 19 era stato minuziosamente fissato in anticipo. Alle sette del mattino l’Austria consegnò Venezia ed il Lombardo-Veneto alla Francia. Firmarono per le due potenze i rispettivi commissari militari Moering e Leboeuf; furono testimoni il generale AIemann e l’assessore Gaspari facente funzioni di podestà. Alle sette e mezza ebbe luogo l’atto della rimessa della piazzaforte di Venezia da parte del generale francese nelle mani dell’autorità municipale, seguito dal passaggio dei poteri dalla vecchia alla nuova giunta. Alle otto, non in una sala del palazzo ducale, come Leboeuf avrebbe desiderato, ma nell’alloggio del medesimo all’albergo Europa, senza alcuna solennità  il Veneto venne ‘retrocesso’ ad una commissione di tre notabili veneti, De Betta, Emi-Kelder e Michiel, rappresentanti rispettivamente dei municipi di Verona, Mantova e Venezia, precedentemente suggerita al commissario francese dallo stesso Revel. Dopo una allocuzione del Leboeuf ed una breve risposta dei notabili […]  il commissario francese poté proclamare di

 

«remettre la Vénétie à elle-même pour que les populations, maitresses de leur destinée, puissent exprimer librement par le suffrage universel leurs vœux au sujet de l’annexion de la Vénétie au Royaume d’ltalie »

 

“rimettere il Veneto a sé stesso affinché le popolazioni, fautrici dei loro destini, possano esprimere liberamente e per suffragio universale i loro voti a proposito dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia”.

Nella stessa mattina le truppe italiane fecero il loro ingresso in città” (Gli Archivi dei Regi Commissari, pp. 7-8).

 

 

Benissimo; e infatti le popolazioni venete andarono  a votare al plebiscito, anche se in pochini:

 

“Malgrado gli eccitamenti ad accorrere in massa alle urne, si dovette lamentare una scarsa partecipazione di votanti: a Treviso, per esempio, su 1028 iscritti, votarono solo 379 persone” (Gli Archivi dei Regi Commissari,  p. 305).

 

C’è poi  un fatto fondamentale da considerare. Le popolazioni venete erano tutte (o quasi) analfabete, per cui  non sapevano un bel niente di niente né del voto, né d’altro. Allora, bisognava guidarle. Come? Ce lo spiegano ancora benissimo gli Archivi di Stato, nei quali si legge:

 

“A differenza tuttavia di quanto era avvenuto o avveniva altrove, lo Zanardelli non intervenne con pesanti pressioni o interferenze. Furono piuttosto i gruppi sociali ed economici dominanti ( soprattutto gli  ‘intellettuali’) a mettere in atto una campagna diretta ad influenzare le masse contadine, tutte del resto, a parere di un corrispondente del commissario,  ‘eminentemente italiane e patriottiche’. Un volantino anonimo, infatti, diretto significativamente ai ‘possidenti ed alle persone che godono stima e confidenza nel luogo’, dopo aver rammentato il dovere di ‘dare spiegazioni della necessità e santità di tale adesione [ quella del plebiscito] alla classe dei contadini, tenuti fino ad allora ‘all’oscuro dei pubblici interessi dall’educazione del passato’ , raccomandava di  ‘mettersi […] a loro capo per condurli all’urna e deporre il loro voto’. A fianco e al di sopra dell’azione padronale doveva collocarsi quella del clero, ed in particolare dei parroci, i quali dal vescovo di Belluno e di Feltre erano stati invitati a ‘preparare il […] gregge all’atto solenne  di esprimere la sua volontà di unirsi al Regno d’Italia’” (Corsivi miei).

 

“Gli argomenti usati dai parroci per persuadere i parrocchiani furono acconci alla solennità dell’atto: si rammentò nelle prediche che la casa Savoia aveva annoverato dei santi, che singolari analogie correvano fra l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele II e l’elezione di David a re d’Israele, talché questi poteva considerarsi l’uomo della provvidenza ( ‘l’eccelso figlio di casa Savoia-Carignano è l’uomo appunto dalla provvidenza designato a nostro Re’”.

 

“Da tali premesse discendeva che ‘chi oggi si rifiutasse di sanzionare col suo personale suffragio la propria dipendenza dalla Croce di Savoia, sarebbe un tralcio staccato dalla vite, un figlio degenere della Patria, nemico che meriterebbesi [si meriterebbe], per ciò stesso, l’esecrazione dei più tardi nepoti [=nipoti]’. Occorreva perciò muovere, ‘giulivi il passo verso quell’urna che ci attende per deporre volenterosi nel suo seno quel   che basta per congiungersi agli altri cittadini d’Italia’.  Così puntualizzava la situazione un cronista dell’epoca: ‘I parrochi nelle loro comunicazioni e prediche in chiesa ai loro parrocchiani […] sostennero e svolsero sempre e tutti la tesi e il principio che era obbligo di tutti andare a votare, e di votare pel [=per il ]  . L’eventualità del No non venne neppure accennata perché non ammissibile’. La domenica 21, primo giorno delle votazioni, i parroci si misero a capo dei loro parrocchiani per condurli a votare” (Gli Archivi dei Regi Commissari, pp. 165-166) (Corsivi e sottolineature miei).

 

Così dunque andarono le cose al plebiscito. Ci si potrebbe comunque chiedere per quale motivo Napoleone III fosse stato così “inflessibile”, nel pretendere il plebiscito affinché le “populations” potessero esprimere “liberamente” la loro adesione o meno al Regno d’Italia.

 

Napoleone III sapeva benissimo che il voto sarebbe stato sì espresso dalle popolazioni, ma che sarebbe stato guidato dal clero. Ora, dopo essersi compromesso con il suo aiuto all’Italia, Napoleone III non voleva ulteriormente complicare le sue relazioni con la Santa Sede, ben sapendo che a Roma, nonostante egli giurasse e spergiurasse di difendere lo Stato Pontificio fino alla morte, a Roma, dicevo, erano pochi quelli che si fidavano di lui. Per sapere qualcosa sulla fiducia di cui godeva a Roma Napoleone III, rinvio i lettori al mio articolo L’unità d’Italia vista dal Vaticano, pubblicato su LaRecherche. it, in cui  scrivevo:

 

“Le oscillazioni  dell’imperatore francese furono però  intuite ed adeguatamente  registrate dallo stesso Cardinal Antonelli, che, ai primi di maggio del 1859,  ne fece partecipe  il Nunzio Apostolico a Parigi, Mons. Sacconi: ‘Quanto si è assicurato in varii modi dall’imperatore e dal suo ministero rispetto al Santo Padre e al suo temporale dominio, speriamo che sia per essere una guarentigia (garanzia) valevole a renderci tranquilli’. In effetti, il Cardinal Antonelli, visto come andarono le cose in seguito, aveva ottime ragioni per non sentirsi per niente tranquillo”.

 

Quindi, Napoleone III, in modo piuttosto pilatesco, per non avere grane né con la Santa Sede né con il Clero francese, decise di lavarsi mani e piedi, nonché di sbarazzarsi  il più possibile velocemente  della faccenda della cessione del Veneto al Regno d’Italia, facendo intendere al clero veneto:

 

“Vedete quanto sono bravo? Decidete voi; se per voi sta bene annettervi al Regno d’Italia per me sta bene; se decidete in senso contrario, per me va bene lo stesso”.

 

Nel Veneto comunque il clero non costituiva un blocco monolitico: c’era chi avrebbe visto bene l’annessione al Regno d’Italia, e chi era contrario. Vinse la parte che era favorevole all’annessione. Vediamo cosa al proposito ci dicono gli Archivi di Stato:

 

“Un problema assai delicato e scabroso era costituito dal clero, al quale il governo austriaco ‘assicurava […] le attuali e future proprietà, la vigilanza sulla stampa e sui librai e sulle scuole e, di fatto, la nomina degli ispettori scolastici’ . Frequenti furono le nomine di ecclesiastici effettuate dallo Zanardelli, laddove un solo chierico fu sospeso e trasferito altrove. La valutazione dello Zanardelli, secondo la quale il clero era a Belluno talmente in prima linea per ardore di sentimenti patriottici da costituire  ‘una rara eccezione nel clero italiano’, appariva forse leggermente ottimistica alla luce di altri elementi di giudizio, quali i rapporti dei delegati di pubblica sicurezza. Quello di Feltre, ad esempio, denunciava, su undici persone ‘eminentemente sospette di favorire il governo cessato’ ben otto ecclesiastici. Uno di questi propugnava apertamente ‘il giusto e legittimo possesso di queste provincie da parte dell’Austria’, e condannava ‘l’ odierno regime come quello che prepotentemente’ aveva tolto al Sommo Pontefice territori della Santa Sede” [Leggi: Italia Centrale, et caetera] (Gli Archivi dei Regi Commissari, p. 164) (Corsivi e sottolineature miei).

 

Nel caso del plebiscito non ci fu alcun imbroglio, ma soltanto una propaganda ben organizzata, come diceva Zanardelli, dal clero  in prima linea per ardore di sentimenti patriottici per veicolare il voto popolare su un certo binario piuttosto che su un altro,  nulla più e nulla di meno. Niente di scandaloso: roba normale,  ampiamente praticata  dai tempi antichi fino ad  oggi.

 

Ma non voglio ancora abbandonate del tutto la tesi dell’ imbroglio. Se di imbroglio si potesse sospettare, sarebbe soltanto per via del fatto che le schede del voto, come la conta effettiva dei voti,  scomparvero in moltissimi casi: in qualche  archivio è rimasto, al massimo, il numero dei votanti e nulla di più, e soltanto il numero di quelli che avevano votato per il .  Infatti, sempre gli Archivi di Stato ci informano della seguente situazione riscontrata nel dopo-plebiscito:

 

“Per quanto riguarda il plebiscito non se ne trova alcuna traccia nelle poche carte del commissario del re. Il comune di Padova vi concorse con 15.280 voti tutti pel sì. Esaurite le operazioni per il plebiscito, il Pepoli rimase in carica ancora qualche mese, fino al 10 dicembre. Dopo tale data, un consigliere di prefettura dirigente cominciò a firmare gli atti del nuovo ufficio. Ma già con regio decreto 9 dicembre 1866 Luigi Zini, deputato al parlamento, era stato nominato, a partire dal 1 gennaio 1867, prefetto di Padova.

Nell’inventario che segue sono state tenute distinte:

  1. a) Le carte conservate nell’archivio dell’ imperial regia delegazione (buste 841, 842, 845, 846, 847). Ai singoli fascicoli, distinti secondo i titoli originari, è stata data una numerazione di comodo;
  2. b) le carte conservate nell’archivio del gabinetto della regia prefettura (un solo registro);
  3. c) le carte conservate nell’archivio amministrativo della regia prefettura (un solo fascicolo della busta 848)” (Gli Archivi dei Regi Commissari, p. 281).

 

Insomma, non sappiamo che fine abbiano fatto sia la maggior parte delle schede sia i resoconti finali dei voti. A questo punto qualcuno potrebbe subodorare l’ imbroglio. Ma siccome la storia non si fa né con i se, né con i ma, né con i forse, l’unica cosa che sappiamo per certo è che le schede e i resoconti dei voti non ci sono più. Si possono fare delle ipotesi: ma le ipotesi, senza il sostegno delle prove e dei documenti, sono destinate a rimanere nel regno delle ipotesi, e nulla più. Meno ipotetica risulterebbe invece la congettura, al di là della teoria dell’imbroglio, che molti documenti siano andati perduti per via di eventi distruttivi. A tal proposito gli Archivi di Stato ricordano, per esempio, ciò che successe agli archivi post-risorgimentali di Udine:

 

“Per il periodo posteriore all’unificazione mancano notizie altrettanto precise; tuttavia gli storici locali che si interessarono particolarmente della prima guerra mondiale, sono concordi nel riferire che, durante l’anno di occupazione austriaca subita dalla città di Udine dal 28 ottobre 1917 al 4 novembre 1918, anche gli archivi dei pubblici uffici furono oggetto di gravi manomissioni e vandalismi, cui si aggiunsero poi l’incuria e l’abbandono che provocarono la perdita anche delle poche carte superstiti. Le ricerche compiute, al fine di integrare la mancanza di carte della prefettura, presso l’archivio del comune di Udine hanno dato esito negativo, essendo l’archivio stesso estremamente lacunoso per il periodo che ci interessa” (Gli Archivi dei Regi Commissari, p. 338).

 

Ergo, per come la vedo io, e a meno che non salti fuori qualcosa di molto significativo (cosa di cui dubito fortissimamente), la sempiterna questione di imbrogli dimostrabili carte alla mano (carta canta e villan dorme, si diceva una volta: i documenti, non le parole, assicurano i diritti e i fatti accaduti), è molto incerta. Non dico lo sarà per sempre, ché le vie della ricerca sono sempre aperte;  ma, almeno per il momento, essa rimane ancora, storicamente, sub iudice.

 

A meno che qualcuno non voglia suggerire coram populo che la propaganda,  in sé,  è un imbroglio; ma qui entriamo in un campo su cui, diciamocela pure tra di noi, è molto meglio sorvolare, e rimandare l’argomento ad altra occasione.

 

 

Fonti:

 

Ministero dell’Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Gli Archivi dei Regi Commissari nelle Province del Veneto e di Mantova. 1866. Presentazione di Claudio Pavone, a cura di Lilliana Fortunato Vitale,  Roma, 1968, Vol. I, Inventari.

A. Ciampani, “Risorgimento, storiografia e dibattito pubblico”, in L’Unité italienne racontée, in Transalpina, 2012, n. 15 vol. I, p. 18.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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