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L’Avventura delle commedie di Plauto attraverso i millenni

ottobre 20, 2016

Filologia Latina

Menecmi

Se c’erano autori di teatro “gettonati” nel ‘500 questi furono Plauto e Terenzio. Le loro commedie furono tra le più imitate dalla nostra “commedia erudita”, non soltanto per i caratteri, ma anche per i prologhi; tanto è vero che i prologhi “plautini” e i prologhi “terenziani” facevano a gara nel dividersi le “simpatie” degli scrittori di Teatro.

 

Proprio questo particolare “amore” per la commedia antica latina ci porta a considerare qualche dato tecnico interessante, ossia “come” le opere di Plauto e Terenzio fossero riuscite a salvarsi, e a sopravvivere, nel gran naufragio che coinvolse pressoché tutta la letteratura antica. I manoscritti antichi hanno una storia che sembra quasi un romanzo poliziesco, in cui ogni filologo diventa quasi un detective sulle tracce non solo dei manoscritti stessi, ma anche nella difficilissima scelta su quale fosse il manoscritto più attendibile fra quelli scoperti.

 

Plauto fu uno autore famoso a Roma, ma, come dicevamo, il tempo e gli eventi distruttivi ebbero un peso notevolissimo nell’eclisse delle opere di autori anche molto conosciuti e rinomati ai tempi loro. Aulo Gellio diceva che Plauto, nato verso la metà del III secolo a. C., avesse prodotto più di 100 commedie, poi ridotte “prudentemente” a una ventina da Varrone. Eppure, nonostante la notevolissima quantità delle commedie scritte da Plauto, il manoscritto più antico delle sue opere di risale al massimo al IV secolo d. C., vale a dire all’epoca tardo-antica,  e, in più, è quasi interamente illeggibile.

 

Si tratta del famoso Palinsesto Ambrosiano, sostanzialmente “eraso” (in tempi in cui il materiale su cui scrivere era decisamente scarso) per far posto ad opere di carattere religioso; nel caso nostro all’ Antico Testamento. Il “detective” che scoperse il manoscritto nel Monastero di Bobbio fu il Cardinale Angelo Mai (1805) , famoso  se non altro per essere stato citato da Leopardi nella Canzone All’Italia. Angelo Mai riuscì in qualche modo ad intendere “qualcosa” di Plauto perché non tutto il Palinsesto Ambrosiano era stato eraso: “ [it] has not been entirely effaced”, scrisse G. E. Duckworth.

 

Per fortuna, i manoscritti medievali, copie probabili dell’antico Palinsesto,  aiutarono nel “recupero” di Plauto; in particolare, soccorrono il Palatinus Vetus del X secolo, nonché il Palatinus Decurtatus, dello stesso secolo, o al massimo dell’XI secolo. Tutti questi manoscritti non erano “completi”; ma, sempre per caso e per assoluta fortuna, Martin Wallace Lindsay scoperse nella Biblioteca di Oxford l’esemplare di un  manoscritto antichissimo  delle opere di Plauto, l’ormai famoso Codex Turnebi, che fu scoperto a suo tempo dal francese Adrien Turnèbe (1512-1565) nel Monastero di Santa  Colomba di Sens, e che Lindsay illustrò con grande perizia. La scoperta di Turnèbe fu assolutamente provvidenziale, perché l’originale da cui egli aveva tratto copia andò in seguito distrutto in un incendio nel 1597 (J. Lewis).

 

Come si vede, l’avventura dei codici di Plauto attraverso i millenni si è conclusa tutto sommato felicemente, ma se ciò è accaduto, lo si deve all’acribia e alle infaticabili ricerche condotte attraverso i secoli da tanti e benemeriti “detective” della filologia classica.

 

Fonti:

 

E. Duckworth, Nature of Roman Comedy: A Study in Popular Entertainment, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1971 [Primas ediz. 1951], p. 409.

 

Lewis, Adrien Turnebe, 1512-1565: A Humanist Observed, Genève, Librairie Droz, 1998, p. 176.

 

M.W. Lindsay, The Codex Turnebi of Plautus, Oxford, 1898. Una successiva edizione è del 1971.

 

In italiano, sempre ottimo l’articolo “Il Palinsesto Ambrosiano e i codici ‘Palatini’ di Plauto”, in V. Paladini- E. Castorina, Storia della letteratura latina, Vol. II, Problemi critici, Bologna, Pàtron, 1972 [e successive edizioni], pp. 7-9.

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