Le lenti a contatto di Carlo Emilio Gadda

Com’è universalmente noto, Gadda fu ufficiale degli Alpini, soldato sempre accorto e vigile negli eventi della Grande Guerra. L’occhio di Gadda è quello del soldato, anche se va in campagna, e anche se “quella campagna” ha in teoria poco a che spartire con le campagne di guerra. Eppure, anche la campagna (normo-abituale) assomiglia molto a un campo di battaglia, con le sue trincee, e i suoi “soldati”. In uno dei passi più famosi dei suoi “quaderni” d’ingegnere che viaggiava attraverso l’Italia degli anni ’30, Gadda ci narra d’essersi  imbattuto nella “campagna” delle mondine. Sin dall’inizio, l’occhio di Gadda è quello del soldato:

“Le rividi la mattina dopo, in risaia. Una linea, da lontano, come di un reparto che avanzi, a schiene curve”.

Le mondine  sembrano assomigliare a un reparto di soldati, che sul campo di battaglia avanzano, “a schiene curve”.

In effetti, la campagna di Gadda pare assomigliare poco a quella del felix agricola di Virgilio, qui potuit rerum cognoscere causas; che conosceva le ragioni ultime  del mondo. In realtà, come si sa, né i soldati prima, né le mondine poi “seppero” per davvero qualcosa di serio su quella “guerra” che combattevano.

Tutto, in quella campagna delle mondine, è simile alla guerra di trincea: ci sono i soldati, i sottufficiali che ne osservano attentamente i comportamenti, e gli ufficiali, un po’ più indietro:

“Talora i grandi cappelli di paglia, tant’è il riverbero, ti paiono galleggiare sull’acqua. Dietro, ci sono le caposquadra, ritte, e dietro ancora il padrone, cioè il conduttore del fondo: con gli stivalacci di gomma, col lungo bastone di comando onde si sostiene lungo gli argini, cotto e sudato come neppure le mondine”.

Anche gli “argini” assomigliano alle trincee:

“Sono argini di terra, larghi tre palmi, alti tre, viscidi sotto la scarpa”: come le trincee.

Il “campo di battaglia”, ove si sarebbero cimentate le mondine,  era stato già ordinatamente preparato, e le “munizioni” (le piantine di riso) approntate:

“Il giorno avanti le piantine di riso, a mazzetti, verdissimi cespi, sono state distribuite per tutto il campo, […] che ricolmi carri hanno qui trasportato dal vivaio”.

Le mondine-soldato sono state ben equipaggiate, con “corazze” adeguate, per proteggersi “dal tagliente filo del riso”, e anche dai proiettili vaganti: le zanzare. In testa un elmo protettivo: un cappello di paglia-ombrellone:

“Ritratta la gonnella più su che i ginocchi, scoprono, talune, le gambe; altre sono calzate di una calza, grigia e bagnata, senza piede, che protegge i polpacci dal tagliente filo del riso, o forse dalle zanzare. Il cappello di paglia, come un ombrellone generoso, le ripara dal sole”.

Inizia la “campagna”: come i soldati, imbracciando i fucili,  s’avventano all’attacco a schiena curva, senza mai fermarsi, buttandosi talora in qualche buca melmosa del terreno, e infine “affondando” contro il nemico,  così le mondine

“afferrano le piantine una dopo l’altra: procedono lente senza mai levare la schiena: fatta una cava nella melma, col pollice e l’indice vi affondano le radici della pianta”.

Tutto, in quella “campagna”, si svolge sotto l’occhio vigile dell’ ufficiale, che sprona i soldati a compiere per bene il loro dovere:

“Pianté ben, tosann!, grida il padrone”.

I soldati allora avanzano senza sosta, lentamente, a schiena curva. Le loro linee si snodano in modi differenti, con le baionette appuntite innestate; alcune si portano più avanti, altre restano indietro:

“Avanzano lente, perennemente chine. La linea dapprima diritta, si snoda poi, procedendo, con seni e   punte verso l’avanti, in ragione delle diverse velocità di lavoro”.

Se questa mirabile descrizione delle mondine e del loro lavoro non è una scena di guerra, io non so davvero cosa essa possa sembrare. Carlo Emilio Gadda, l’ingegnere, anche da  “civile”, restava sempre un soldato. E il suo occhio era quello dell’ufficiale che osservava con preoccupata partecipazione lo svolgersi di una battaglia. Si vede proprio che la Grande Guerra aveva impresso in Gadda il suo segno indelebile, rispettando sì l’abito mentale  dell’ingegnere, devoto religiosamente alla “razionalità” dell’osservazione, ma anche filtrandone la realtà attraverso quelle “lenti a contatto” di cui gli sarà impossibile disfarsi in sempiterno.

 

Nota

Carlo Emilio Gadda, “Dalle Mondine, in risaia”, in Verso la Certosa, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi, 1961, pp. 86-87. Il bozzetto “campestre” apparve per la prima volta sulla Gazzetta del popolo, del 19 luglio 1937,  p. 3.

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