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Le “torture” di Virginia Woolf

novembre 21, 2016

Studi inglesi ed americani

woolf

 

Entrare nell’ “officina” del grande artiere, come avrebbe detto Carducci, è stato sempre un po’ lo sfizio della critica degli “scartafacci”, di quella critica, cioè, che s’impegna a indagare il lungo e talvolta sfibrante lavorio di lima degli scrittori. Virginia Woolf è ormai oggi un pilastro della letteratura mondiale, ma sapere come la grande scrittrice inglese trattava la sua pagina è più di una curiosità aneddotica, ma è scoprire il “metodo” di lavoro di una scrittrice così famosa i cui libri sembrano costruiti di getto, dove l’spirazione tiene dietro all’abilità di comporre in modo rapido e veloce.

 

Virginia Woolf non era di quella tempra di scrittori che sono talmente sicuri nella stesura della pagina per cui qualche rapida correzione risulta alla fine sufficiente. Se è vero quello che ci racconta Emilio Cecchi,  è invece da pensare che i romanzi della Woolf siano stati il frutto di un lunghissimo lavorio correttivo di molti anni. Racconta dunque Cecchi  che l’ episodio a seguire “fornisce alcuni dati […] in merito all’incredibile scrupolo con il quale la Woolf fu solita accudire anche ai suoi minori compiti”:

 

“Poco avanti la morte, ella recensì un libro, l’autore del quale fu così contento che scrisse all’editore del periodico dove l’articolo era apparso, chiedendo in dono il dattiloscritto”. L’editore non possedeva il dattiloscritto, e allora girò la richiesta al marito della Woolf.

 

Egli trovò “tra le carte di [sua] moglie una prima stesura autografa dell’articolo, e non meno di otto o nove completi rifacimenti, da lei stessa ricopiati a macchina”.

 

Otto o nove completi rifacimenti”, commentò stupito Cecchi, poi concludendo:

 

“E si tratta d’uno dei massimi artisti della prosa moderna”.

 

Nel marzo del 1935, la Woolf scriveva nel suo Diario:

 

Come mi piacerebbe […] scrivere di nuovo una frase! Che gioia sentirla formarsi e curvarsi sotto le mie dita! Dal 16 ottobre non ho scritto una frase nuova, ma soltanto copiato e battuto a macchina […] Ma dovrò andare avanti a copiare fino ad agosto, prevedo […] Poi, in agosto, mi metterò di nuovo a scrivere”.

 

E martedì 23 giugno 1936 La Woolf scriveva, in poche righe, il suo ritratto di scrittrice:

 

“Credo che pochi siano torturati come me dallo scrivere. Solo Flaubert, forse”.

 

 

Fonti:

E. Cecchi, “La morte della tignuola”, in Scrittori inglesi e americani, Milano, Mondadori, 1954 (Prima Serie. II), p. 98.

V. Woolf, “Diario di una scrittrice” (Tit. orig. A Wtriter’s Diary), in Virginia Woolf, Romanzi e altro, a cura di S. Perosa, Milano, Mondadori, 1978 (I Meridiani), p. 1002, e p. 1009.

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