Letteratura europea e flessibilità di regime negli anni ’30

Tra la metà degli anni ’20 e lungo il tragitto degli anni Trenta, l’Italia assistette a un rigoglio di riviste, alcune delle quali, come Solaria e 900, mostravano chiare aperture alla letteratura europea. In questo contesto, il fascismo, con l’occhio sempre rivolto a casa nostra, si dice cercasse in vari modi di contrastarne l’esterofilia, ma tutto sommato il tackle scivolato su di esse si rivelò poco produttivo, nel senso che i redattori, in nome dell’autonomia del fare letterario, teoria largamente condivisa anche dagli intellettuali fascisti più in vista (leggi Bottai), riuscirono in qualche modo a sopravvivere, anche perché l’anima stessa delle riviste  era tutt’altro che monolitica, e parecchi redattori si muovevano entro l’alveo del fascismo. In buona sostanza, asserisce Adriano Seroni,

“il fascismo non riesce a imporre la propria egemonia culturale” (1).

Tale asserzione merita un commento.

Per il momento vediamo come le riviste italiane degli anni ’30 si ponevano rispetto alla letteratura europea. Come si evince dall’ottima sintesi approntata da Adriano Seroni,  il tema  della letteratura europea,  e del superamento del provincialismo italiano,  fu uno degli aspetti più evidenti delle riviste degli anni Trenta. In tal senso, mentre da un lato Solaria “rivaluta Svevo, diffonde Valery, porta Joyce” ; dall’altro i Cahiers d’Italie et d’Europe, ovvero il 900 di Bontempelli, si circondavano di collaboratori stranieri, a partire da Joyce (collaboratore dall’Inghilterra), Georg Kaiser (Germania) e Ramon Gomez de la Serna (Spagna), per finire addirittura a un Russo, Jlva Ehrenburg (almeno per i primi tre-quattro numeri)  (2). Frontespizio poi può essere considerata la più fibrillante delle riviste sul finire degli anni ’20: nata da un’idea di Pietro Bargellini et alii, accoglieva le più disparate posizioni politiche e letterarie; si passava dal “fascismo, tipico del gruppo Bargellini, Papini, Soffici”, al cattolicesimo di Papini e Giuliotti, per finire  a “un’ala di sinistra, capeggiata da Carlo Bo e comprendente tutto il gruppo dei futuri ‘ermetici’”  (3).

Mentre, dunque, alcune del variegato mondo delle riviste sorte tra il ’20 e il ’30 si muovevano in modo “scomposto” rispetto a quanto il fascismo si sarebbe atteso  dai giovani e meno giovani intellettuali italiani dell’epoca, altre chiudevano nettamente all’Europa: in questo senso, Seroni ricorda giustamente i casi classici  di Strapaese, nata nel 1924; del Selvaggio, “giornaletto politico fascista, gestito da un vinaio di Poggibonsi, tale Angiolo Bencini”, poi “rilevato” da Mino Maccari, per finire all’ Italiano, diretto da Leo Longanesi  (4).

Il quadro delle riviste italiane degli anni ’30  offerto da Seroni è dunque quello classico e ben noto sia dagli studi critici sull’argomento sia nella manualistica corrente. C’era però un’altra rivista, L’Antieuropa,  che aprì i battenti nel 1929,  che  si muoveva a mezza strada tra letteratura e politica, ma di cui varrebbe la pena rivisitarne i contenuti, perché, nella gran discussione che allora si fece tra “letteratura europea ” e “letteratura europea no”, l’Antieuropa ebbe una posizione visceralmente e totalmente  anti-europeista “anche” in fatto di letteratura. Ma, mentre le più note riviste davano per scontato che si potesse parlare di “letteratura europea” sic et simpliciter, l’Antieuropa  si sforzò di dimostrare che certe nozioni non sono affatto scontate. Infatti i redattori della rivista,  nel primo numero,  si diedero parecchio da fare per ragionare  di letteratura europea partendo ab imis, e cioè ponendo un tema che ancora oggi è ritenuto preliminare ad ogni studio sulla letteratura europea: essi cioè si chiesero se effettivamente potesse mai esistere una letteratura europea. Infatti, a penna di un illustre letterato et poeta di non poco momento (il cui nome sarà disvelato nel “prosieguo”, come si dice), uscì un articolo dal seguente titolo:

“Esiste una letteratura Europea?”

La domanda era, e resta a tutt’oggi fondamentale. Prima di vedere cosa ne pensassero i redattori dell’Antieuropa, varrebbe la pena ricordare che  la questione è tuttora sotto la lente d’ingrandimento della critica, e con esiti  molto dubbi. Basta scorrere il libro a più mani curato da Béatrice Didier per rendersi conto di quanto il problema della letteratura europea sia, a dir poco, complicato. C’è oggi un’evidente “tensione positiva” a voler discorrere di letteratura europea, ma i distinguo sono talmente  robusti che, alla fine, non si può non prendere atto che il concetto di letteratura europea  sia duretto a definirsi persino a livello epistemologico; mentre, su un piano più “pratico” le cose sembrerebbero più semplici. C’è costantemente la pregiudiziale nazionale a fare da sfondo a ogni discussione sull’argomento; pregiudiziale che chiede con forza il  “rispetto” delle  “diversità e specificità” delle letterature europee (5). La Didier rileva, fra l’altro, al di là del dato puramente letterario,  che L’Europa è avvertita dai più come un fatto puramente “commerciale”; e  che ci si sente europei quando si è “fuori” d’Europa  (“Giappone, Stati Uniti,  Alto Volga”).

Quanto alla domanda: “Esiste una letteratura europea?”, la risposta è che la diversità linguistica “rafforza il senso di diversità” (6). Jean-Paul Barbe, dal canto suo, si muove anch’egli molto cautamente,  sottolineando che la letteratura europea “è anche la ricerca di un chez-soi utopico”, il risultato di “un lavoro creativo” (7). Che è come dire che non si sa bene né a qual santo votarsi, se non puntare su un “lavoro creativo”, né dove andare a parare per trovare un “utopico”  tetto comune dove andare a ri-pararsi, un chez-soi, dice in elegante francese Jean-Paul Barbe.

Ma veniamo ora alle posizioni della sopra citata Antieuropa. Le Cronache Letterarie. Ieri e oggi della rivista pensarono bene di rivolgersi a un Nume Tutelare della letteratura italiana a supporto della tesi secondo cui non esiste una letteratura europea strictu sensu, mentre invece sono esistite, nello scorrere dei secoli varie nazioni d’Europa, che seppero dar vita a una letteratura propria, nazionale,  che, via via, operò influssi durevoli sulle altre letterature nazionali.  Il Nume cui si faceva  riferimento sopra era nientepopodimeno che il grande Giosue Carducci, il quale titolava il suo articolo (apparso sulle Mosche Cocchiere del  16 marzo 1897) con una domanda a dir poco dirimente:

Letteratura europea?

“Letteratura europea:  si fa presto a dire, ma che cosa vuol dire? E il Goethe che primo avventò e il Mazzini che secondo raccolse cotesta fantasia concepirono ed espressero eglino [=essi] un che di determinato, di nuovo, di storicamente concreto? Ne dubito …”.

Dopo aver seminato dubbi amletici  contro l’inconcretezza manifesta di Goethe e Mazzini, Carducci va all’attacco di quanti pretenderebbero esistente una letteratura europea, che, invece, non c’è, dichiarava Carducci, passando in rassegna, talora  con toni scherzosi riguardo l’Inghilterra (che non ama “far comunella”), i supposti contributi letterari delle più importanti nazioni d’Europa:

“C’è, di tempo in tempo, proseguiva, l’egemonia d’una nazione che spande e fa largamente accettare il pensiero improntato al conio suo e il sentimento foggiato nelle forme sue: la qual nazione una volta o due fu la Francia, altra volta l’Italia, ed è da un secolo, più anche per la filosofia che per l’arte, la Germania: l’Inghilterra, contenta di aver dato lo spirito alla letteratura politica della Francia e il moto alla poesia della Germania, se ne sta del resto da sé e per sé, superba dell’originalità sua e abbastanza incurante di far comunella”.

Dopo aver bacchettato bonariamente la Perfida Albione (espressione poi cara, si dice, a Mussolini), Carducci se la prende invece di petto con la Francia, che pretenderebbe di dare il la alla letteratura europea, rendendoci tutti quasi sua colonia. L’italianità di Carducci, che tanto piaceva all’Antieuropa, si avventava dunque senza mezze misure sulla Francia, non dimenticando però i meriti della Spagna, degna di assidere “nel Concilio Olimpico” per Cervantes; nonché, ovviamente, l’Italia, che vedeva ormai “accolti” in detto “Concilio” anche Manzoni e Leopardi:

“ Che dunque si vuole? Ma! Due o tre anni fa mi ricordo avere scritto che nelle lettere l’Italia pareva ridotta a un dipartimento della Repubblica francese. Oggi ho una gran paura si voglia proclamare la letteratura europea per ottenere il porto franco e la esenzione dal bollo delle merci importate dall’estero”.

Poi Carducci si scatena letteralmente contro gli  spudorati “imitatori francesi”, che rubacchiano qua e là con la pretesa di far passare per propria la farina dei sacchi altrui. “La gioventù francese”, dice Carducci, ormai sazia di saccheggiare gli autori gallici misconosciuti, “svaligia alla sorniona gl’inesplorati, i poeti americani, gli olandesi, ecc.; e, nella mancanza di una critica dotta che abbia letto e che legga […] Ora, a codesta brava gente di Francia, che tiene tanto come sempre ha tenuto alla sua nazionalità anche nelle lettere, si va a cantare dall’Italia che in Italia la letteratura sarà prima europea che nazionale […] La nostra letteratura esiste da secoli, che fu da Dante al Mazzini nazionale, e a punto per ciò poté essere da Dante al Tasso anche europea.

Se non che a’ profeti è lecito essere ignoranti”  (8).

Ancor prima di far sentire la voce tonante di Giosue Carducci, più modestamente,  il direttore  dell’Antieuropa, Asvero Gravelli nell’articolo di apertura della rivista, dal titolo assolutamente contemporaneo, Esiste una letteratura europea?, si scaglia contro il “concetto dell’europeismo” :

“Si chiede che l’Europa, nella sua angoscia, abbia l’idea chiara della sua necessaria unità.

Chi dovrebbe essere arbitra e signora di questa unione? Quale nome unirebbe queste speranze e guiderebbe il risorgimento d’Europa? Si parla di Parigi come fosse l’universo”, asserisce Gravelli; ma poi dobbiamo confrontarci con un Poincaré che afferma: “Ma patrie c’est la France, la France indépendent et intégrale. Mais, j’ajonte  volontiers: Europe, ma seconde patrie”. E’ evidente l’equivoco”, conclude Gravelli.

Riguardo poi all’esistenza di una presunta letteratura europea, “la realtà, continua Gravelli,  è questa: che occorre mettere un poco di ordine in questo confluire di idee che sono agli antipodi. Ed è una sola. Abolire questa etichetta di europeo, applicata agli scrittori che varcano i confini della loro patria per l’universalità delle loro idee, e tornare a chiamarli col nome del paese in cui son nati e vivono […] Negatemi le qualità di russo per Dostoiewski, se lo potete, e quelle di tedesco per Nietzche”  (9). Si parla, dice Gravelli, di “spirito europeo”; ma il problema di fondo che preoccupa il direttore dell’Antieuropa è sostanziamente quello di individuare “chi” dovrebbe guidare la rinascita dello “spirito europeo”: la sua è pertanto una questione di “primato”, e l’Italia non rinuncerà alla sua identità letteraria in nome di una evanescente letteratura europea. Se per letteratura europea s’intende invece il rispetto delle specificità nazionali che pur s’intersecano le une con le altre “ispirandosi” a vicenda, è ovvio che, in tal senso, è lecito discutere di letteratura europea:

“Posto il problema in questi termini, è evidente, asserisce Gravelli, che la letteratura europea non è contro le letterature nazionali; anzi, di esse si nutre, e da esse, infine, ha preso vita: specialmente dalle letterature italiana, francese e inglese. Lo scrittore italiano non ha che da rimaner tale, secondo la tradizione migliore della sua patria, per essere anche uno scrittore europeo […] ma non deve cadere nel pericolo di rimpiccinirsi, non deve vietarsi di guardar fuori dalla finestra, ridurre, insomma, la letteratura nazionale a folklore”  (10).

Sfrondato delle punte più polemiche, l’intervento di Gravelli  potrebbe introdurci all’interpretazione più generale dell’atteggiamento del fascismo verso la letteratura europea, che non fu fatto soltanto di chiusure ma anche di aperture.

Torniamo alla conclusione di Seroni, secondo cui “il fascismo non riesce a imporre la propria egemonia culturale”.  Il tema in questione è a tutt’oggi molto discusso, con la critica divisa tra quanti ritengono che tale “egemonia” non ci fosse stata, e altri che invece intravvedono la presenza incombente di essa. La questione sembra destinata a rimanere sub iudice ancora per molto tempo , senza lasciare intravvedere scioglimenti condivisibili. Ma in realtà il punto nodale del problema sta nel dato che, de facto, il regime possedeva un proprio chiaro orientamento culturale, e lo perseguì con fermezza nel settore nevralgico della cultura di massa; mentre, al contrario, si mostrò aperto a compromessi specialmente con le riviste con un altissimo tasso di letterarietà, che non facevano intravvedere neppure da lontano una qualche “ricaduta” sulle masse.

Dunque,  il “sistema” era al tempo stesso flessibile e inflessibile. Quando Gravelli  rilevava che la letteratura italiana “non deve vietarsi di guardar fuori dalla finestra”, il tutto dipendeva da quello che si presentava “fuori” dalla finestra. Se, per esempio, dalla finestra s’intravvedevano soltanto i classici della letteratura europea, e anche americana, la cosa non creò, almeno agli inizi, particolari patemi d’animo, come dimostrano le antologie per le scuole medie dell’epoca almeno fino al 1926, dove potevi leggere in traduzione Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Balzac, Flaubert, Stendhal, Sterne, e persino Poe, il cui nome fu opportunamente italianizzato in Edgardo  (11). Poi, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta (1936), si registra una chiusura  totale anche a livello di antologie scolastiche, con l’espulsione di pressoché tutta la letteratura europea. La chiusura fu netta, e le cose subirono una sia pur lieve inversione di tendenza soltanto nel 1939 per intervento diretto di Bottai, allorché egli “ripristinò l’insegnamento delle lingue e letterature straniere almeno per il Liceo Classico”, e ciò soltanto in virtù dell’ “alta tradizione umanistica dei nostri studi” (12).

Non si può tuttavia non marcare il dato che la cultura letteraria scolastica, ai più diversi gradi d’istruzione,  non può essere posta a un livello  alto, tale cioè da non destare preoccupazioni negli organismi preposti al controllo culturale. Tanto è vero che lo stesso Bottai, presentando nel 1941 la riforma della scuola media inferiore, “bandiva”, per questo livello d’istruzione, lo studio delle lingue straniere: “ Sarà esclusa, invece, la lingua straniera. E questo perché non è consigliabile, didatticamente, sovraccaricare la mente del ragazzo, che sta iniziando faticosamente la composizione dei primi elementi della cultura nativa”  (13). Eventualmente, si sarebbe ovviato con gli studi superiori: “Ci sarà tempo nei corsi superiori”, concludeva Bottai.

Nei “corsi superiori” si formavano, bene o male, i futuri quadri dirigenti che “dovevano” (non “avrebbero potuto”) essere perfettamente in linea con il pensiero dominante fascista, per cui le “aperture” alla letteratura europea furono comunque caute e mirate. Era soprattutto la letteratura novecentesca che creava i maggiori grattacapi per il regime. Gran parte di ciò che negli anni Trenta negli ambienti fascisti (intellettuali e non)  era qualificato sotto l’etichetta di “modernismo”, non era gradito a casa nostra. Sotto tale etichetta si celavano “ismi” ritenuti scomodi e da evitare accuratamente, quali freudismo,  marxismo,  letteratura surrealista et similia: il “decadentismo”, in una parola; i quali, concentrandosi un po’ troppo sull’ “io”, e “scomponendolo” fin troppo creavano sin troppi problemi alla filosofia “pratica” e “materiale” propugnata  dall’attivismo fascista. Nino Bertocchi, scrivendo su Italia Oggi, vasta panoramica sulla cultura italiana tra gli anni ’30 e ’40, in cui troviamo interventi di Francesco Ercole, Giovanni Gentile, Giuseppe Bottai e Mario Apollonio, e che voleva “essere una rassegna il più possibile completa della nostra cultura contemporanea” e in cui si tracciava “una storia ideale di questo ultimo ventennio che l’Italia di Mussolini ha costruito con uomini nuovi e nuove opere”,  inizia il suo articolo citando il “volume del Ministro Bottai intitolato: Politica fascista  delle arti”:

“Noi chiediamo all’artista dei fatti […] Per lo Stato Fascista, l’artista è soprattutto un lavoratore. Lo Stato vuole, che l’artista goda di tutti i diritti e adempia a tutti i  doveri del cittadino; vuole, che la sua opera sia seria, utile, compresa, compensata, e […] respinge come inutili gli individualismi esasperati, le aride secessioni, le torbide indifferenze” (14).

“Uno dei fatti più significativi della vita artistica italiana d’oggi, scriveva ancora Nino Bertocchi, è la liquidazione d’ogni ismo, d’ogni azione collettiva. Futurismo, Cubismo, arte metafisica, neo-realismo, astrattismo, surrealismo, che nel primo trentennio del secolo hanno avuto da noi come per tutto, in Europa, una fortuna polemica […] hanno cessato di interessare gli artisti migliori e sopravvivono in episodi provinciali di nessun rilievo” (15).

Di qui le chiusure, che ci furono e furono molto efficaci, andando dal diplomatico “silenzio”, o, per meglio dire, “autocensura” delle riviste fasciste (nonché delle case editrici) su “certi” movimenti europei del tempo,  alla stroncatura netta e senza possibilità di replica. Giancarlo Quiriconi per esempio ricorda come i surrealisti fossero bollati da Soffici su Frontespizio come “distruttori barbarici” (16). Cossiccome per Nino Bertocchi i “fedeli dei Breton, degli Aragon”  sono “perduti nelle nebbie del surreale, in un ‘clima di volontario disfattismo morale’” (17).

Però, nel citato volume “istituzionale” Italia Oggi, troviamo un saggio di Goffredo Bellonci, che riusciva a “salvare” pressoché tutta la nuova letteratura italiana, anche attraverso piroette intellettuali che, appunto, gli permisero di salvare il tutto: così come il fascismo, egli scrisse,  aveva creato una “nuova sintassi sociale”, anche la letteratura italiana, proprio sulla scia  di tale esempio, aveva saputo creare una nuova sintassi letteraria:

“La congiunzione tra politica ed arte non è superficiale, ma profonda: non va cercata nell’asservimento dell’una all’altra, ma nella potenza riordinatrice e creatrice che nell’una e nell’altra si manifesta” (18).

Così Goffredo Bellonci enuncia tutti i nomi che corrono ancor oggi per la maggiore, nella prosa come nella poesia. Tra i prosatori ricorrono i nomi dell’ “impressionista” Carlo Linati, e poi Ardengo Soffici, Lorenzo Viani, Giovanni Boine; fanno capolino nomi stranieri (Baudelaire, Stevenson, Chagall, Seurat); e poi ancora Baldini, Cardarelli; e, udite, udite, Carlo Emilio Gadda; fra i poeti, “persino” Eugenio Montale, e poi Saba”: ciò per dire che alla cultura “alta” era lecito dire cose, anche in una sede istituzionale, che in altre sedi non era dato di dire.

Potrebbe infatti sembrare un paradosso, ma anche la massima Istituzione culturale del fascismo che fu rappresentata dall’ Istituto Nazionale Fascista di Cultura,  diretto  da Giovanni Gentile, non ebbe preclusioni estreme verso ciò che stava “fuori dalla finestra”. Cosicché sappiamo per certo che corsi di lingue e letterature straniere furono attivati in svariate città come per esempio Brescia, con corsi di lingua e letteratura francese, tedesca, e spagnola;  e Firenze, con corsi di lingua e letteratura tedesca e inglese. L’azione di “controllo culturale” dell’Istituto fu “capillare” asserisce perentoria Albertina Vittoria; ma tale “capillarità” tendeva ad escludere essenzialmente le masse: per esempio, nel corso di lingua e letteratura francese si contano 26 iscritti, in quello di lingua e letteratura tedesca 51 iscritti; a Firenze, nel corso di lingua inglese, 18 iscritti  (19).

“La capillarità dell’Istituto fascista di cultura, spiega Albertina Vittoria, era innanzitutto nel programma, nella diffusione cioè degli ideali e della cultura del fascismo: diffusione che tuttavia era intesa da Gentile sì a livello nazionale ma non a livello popolare […] Una cultura quindi da diffondere nelle diverse situazioni provinciali ma ad un livello destinato al medio o alto ceto intellettuale” (20).

Ciò costituisce un’ulteriore riprova  che la “chiusura” non fu totale, ma essenzialmente strategica; e fu attivata laddove  si ravvisavano pericoli per lo sviluppo dell’educazione fascista delle masse. V’era dunque tolleranza nei confronti di certe riviste “europeizzanti”, anche e, soprattutto, perché si sapeva bene che esse, alle masse,  non ci sarebbero arrivate proprio. Inferire, come fa Seroni,  da codesta flessibilità di regime che esso “non riesce a imporre la propria egemonia culturale” è correre un po’ troppo. Quando il “pericolo” sembrava oggettivamente incombente, si chiuse, e senza tanti complimenti; altrimenti, alla Bottai, si lasciò fare, soprattutto perché, e ciò credo sia difficilmente confutabile,  le riviste letterarie, come si diceva sopra,  si ponevano su un livello di cultura alta di cui le masse non avevano alcun sentore, né pertanto potevano risentire di “ricadute” in modo alcuno.

Il tutto mentre la posizione “teorico-pratica” del fascismo rispetto alla letteratura europea, da cui siamo partiti, non subì, negli anni, “mutamenti di stato” sostanziali rispetto alle posizioni dell’Antieuropa del 1929. Infatti, proprio  nello stesso anno di pubblicazione della citata Italia Oggi, nel 1941, Icilio Petrone, intervenendo sulla questione della letteratura europea su Gerarchia, ribadiva il  concetto di Asvero Gravelli, e anche in modo più chiaro:

“Per chiarire non esiste una letteratura nazionale  avulsa nettamente dal fascino e dal fluido delle letterature estere”. Ma un po’ prima Petrone  tenne a chiarire che “non solo la cultura anglosassone, ma tutta la letteratura europea, persino quella russa sono ampiamente tributarie della letteratura italiana […] L’italiana è figlia della letteratura latina, e questa primogenita della greca, e così via, e che alla fine non c’è letteratura al mondo, che non sia tributaria di tutte le altre letterature più vive e più espansive” (21).

Il tutto era dunque filtrato dalla flessibilità di regime, che “apriva” (con molte cautele a certa letteratura europea, ma che chiudeva inesorabile quando tale letteratura era rivolta alle masse); mentre, sullo sfondo, c’era sempre a dominare incontrastata, come s’è potuto arguire anche nella recensione di Icilio Petrone,  la volontà di primato della lingua e della letteratura italiana in Europa:

“La letteratura, la pittura, la scultura, la musica, l’architettura italiane, si diceva ancora nella prefazione a Italia Oggi,  hanno compiuto opere di altissimo significato e di insegnamento per tutto il mondo civile. Oggi, come non mai, al nostro fronte di guerra corrisponde il fronte della nostra cultura ove tornano quei singolari privilegi, che tanto convalidarono la fortuna del genio italiano presso i popoli della terra” (22).  Cosicché Bontempelli, in virtù di tali “privilegi”, poteva sperare che, un giorno, la sua rivista 900 sarebbe potuta essere letta in tutta Europa “in italiano”:

“Spero, scrisse Bontempelli, che tra dieci anni 900 potrà essere scritto in italiano e così letto in tutta Europa” (23).

Peccato che la Perfida Albione, pur rifiutando, come diceva Carducci, “di far comunella”, ci abbia messo il suo zampino, e, soprattutto, il suo inglese.

“Le beffe del destino”, avrebbe potuto dire, serafico e inappellabile, Luigi Pirandello.

 

 

Note

1)      Adriano Seroni, “Fascismo e riviste letterarie italiane negli anni Trenta”, in Studi Storici, luglio-settembre 1982, p. 554.

2)      Ivi, p. 550.

3)      Ivi, p. 552.

4)      Ivi, p. 548.

5)      Adrian Marino, “Storia dell’idea di ‘Letteratura Europea’ e degli studi europei”, in Lineamenti di letteratura europea, a cura di Béatrice Didier, Roma, Armando Editore, 2005, Vol. I, p. 27.

6)      Béatrice Didier, “Studiare la letteratura europea?”, in Lineamenti di letteratura europea …, cit.,  p. 7.

7)      Jean-Paul Barbe, “Il posto delle letterature regionali in Europa”, in Lineamenti di letteratura europea, cit., Vol. II, p. 146.

8)      Giosue Carducci, “Letteratura europea?”, In Antieuropa, Anno I, n. 1, aprile 1929, p. 53.

9)      Asvero Gravelli, “L’idea storica fascista. Difesa dall’Europa e funzione antieuropea. Noi siamo l’eresia della moderna Europa”, in Antieuropa, cit., p. 54.

10)    Ivi, p. 56.

11)    Fernando Palazzi, Le opere e i secoli, Milano, Mondadori, 1926, Indici.

12)    La citazione in Giuseppe Ghini, “Praz, Lo Gatto e il fascismo”, in Linguæ &, 2008, n. 2 pp. 13-14.

13)    Giuseppe Bottai, “La nuova scuola italiana”, in AA.VV., Italia Oggi, Roma, Edizioni de “Il libro italiano nel mondo”, Anno XIX [1941], p. 35.

14)    Nino Bertocchi, “Le tendenze dell’arte italiana contemporanea”, in AA.VV., Italia Oggi, cit., pp. 60-61.

15)    Ivi, p. 62.

16)    Giancarlo Quiriconi, “Il Surrealismo rimosso”, in I miraggi, le tracce. Per una storia della poesia italiana contemporanea, Milano, Editoriale Jaca Book, spa, 1989, p. 130.

17)    Nino Bertocchi, Le tendenze dell’arte italiana contemporanea, cit., p. 59.

18)    Goffredo Bellonci, “La letteratura italiana contemporanea”, in AA.VV., Italia Oggi, cit., p. 69.

19)    Albertina Vittoria, “Totalitarismo e intellettuali: L’Istituto Nazionale Fascista di Cultura dal 1925 al 1937”, in Studi Storici, ottobre-dicembre 1982, n. 4, pp. 906-907.

20)    Ivi,  p. 900.

21)    Icilio Petrone, Recensione al volume di Maria Luisa Astaldi, Clienti e parassiti anglosassoni, Garzanti editore, in  Gerarchia, 1941, p. 174.

22)    Prefazione a Italia Oggi, p. X.

23)    Citato in A. Seroni, Fascismo e riviste letterarie italiane negli anni Trenta, cit., p. 551.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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