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Lingua maccheronica

maggio 6, 2015

Schegge di italianistica

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La poesia maccheronica si caratterizza per una lingua dialettale latinizzata. Il maccheronico fu usata con successo nel XIV secolo da Tifi Odasi, autore di un’opera intitolata “Nobile Vigonze Opus”. La lingua maccheronica è estremamente “energica”, per via di un espressionismo linguistico spesso molto “forte”, ottenuto in modo particolare attraverso un’irridente e graffiante caricatura dei personaggi. Al di là però degli esperimenti di Tifi Odasi e di altri, il massimo esponente del maccheronico fu Teofilo Folengo, che, nel “Baldus”, con toni caricaturali e polemici, irrise ai poemi cavallereschi e agli abusi del latino classico nelle scritture anche le più comuni.

Folengo era un latinista raffinato (come Odasi), e seppe creare un impasto linguistico dove, accanto al dialetto piegato al latino, compaiono parole ed immagini “dotte”, tipiche del latino classico. Vediamo un breve esempio, dove compare Baldovina, la madre di Baldo, la quale era andata a comprare “comprarat” la carta (cartam) per dare a Baldo gli strumenti per imparare l’alfabeto, dove “diceret A.B.”).

Baldo, dal canto suo, tutto sommato andava a scuola “spontaneus”, di buon volere. D’altra parte, con il carattere che si ritrovava, se non avesse voluto andarci, nessuno sarebbe riuscito a convincerlo, né la sferza della madre né quella del maestro (pedantus), che, tuttavia, non ebbero ragioni per “sforzare putinum” [“forzare il bambino”. “Putìn” per bambino e ragazzino è termine largamente diffuso nei dialetti settentrionali].

“Baldovina tamen cartam comprarat, et illam/litterarum tolam, supra quam diceret A.B./ Unde scholam Baldus nisi spontaneus ibat;/ nam quis erat tanti seu mater sive pedantus/ qui tam terribilem posset sforzare putinum?” [Esametri latini. “Baldus”,III, vv. 85-86 sgg.].

“ Tuttavia Baldovina aveva comprato la carta e la tabella delle lettera (“tolam”), sulla quale Baldo doveva imparare l’alfabeto. Baldo non andava a scuola se non spontaneamente. Infatti, chi avrebbe mai potuto, fosse pur sua madre o il maestro, sforzare un ragazzino tanto “terribile” come Baldo?”.

Baldo infatti è una vera e propria “peste” di ragazzino, che ne combina di tutti i colori, insieme con la “compagnia” del villaggio, incorrendo in mille avventure, tra tempeste e combattimenti. In un’isola sostenuta da una balena Baldo trova anche il padre, che gli rivela le sue nobili origini. Egli addirittura, a mo’ di Enea, riesce a scendere all’inferno, dove trova poeti e filosofi. Come si è potuto notare dall’esempio citato, il linguaggio maccheronico fa largo uso del dialetto, il che corrisponde in pieno all’ambiente contadinesco dove si svolgono gli eventi del “Baldus” di Folengo.

Ettore Bonora osservò giustamente che “le tradizioni linguistiche che si incontrano nel maccheronico di Folengo, pur essendo tra loro differenziate, non sono tra loro così ripugnanti da portare alla creazione di un ircocervo […] L’invenzione linguistica di Folengo ha perciò coerenza stilistica, in quanto ha una fondamentale coerenza storica” (1).

In effetti, riguardo la “coerenza storica” suggerita da E. Bonora, è da sottolineare che l’espressione è assolutamente felice e “coerente” con l’ “istinto linguistico” di Folengo, il quale, come osservò un pioniere degli studi folenghiani, E.G. Parodi, “ poiché l’italiano era uno strumento ribelle e l’anima sua non lo sentiva, il Folengo ricorse al dialetto, nel quale quella realtà era come immedesimata, col quale soltanto essa viveva in una perfetta comunione di vita […] Il vero fondo di quella lingua maccheronica è il dialetto” (2). Il che è perfettamente e, storicamente, una verità sacrosanta.

Nota

1) E. Bonora, “ Ancora sulla lingua del Folengo. L’incontro di tradizioni linguistiche nel maccheronico folenghiano”, in “Giornale storico della letteratura italiana”, 1958, CXXXV, pp. 45-49.

2) E.G. Parodi, “La lingua e la poesia del ‘Baldus’”, in “Poeti antichi e moderni”, Firenze, Sansoni, 1923, pp. 194-201.

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