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Manzoni e il grado zero della scrittura

aprile 15, 2015

Letteratura

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Nel quadro del Romanticismo italiano la posizione di Manzoni è senz’altro di primo piano, se non la più importante in senso assoluto. Le proposte romantiche di una letteratura più popolare, di una lingua maggiormente adeguata ai tempi, di un impegno educativo nei confronti del popolo, obbligarono il Manzoni a un lavoro lungo, sfibrante, ma le cui soluzioni restano a tutt’oggi un documento delle eccezionali risorse che furono messe in atto per il conseguimento dello scopo. Nell’immensa bibliografia manzoniana, spiccano per complessità e completezza di informazioni i saggi di alcuni critici assai noti, da Sapegno a Caretti, ed è rifacendoci ai loro studi che noi tenteremo di dare un quadro organico delle soluzioni proposte da Manzoni alle istanze romantiche. Un impegno di eccezionale portata, dicevamo, quello di Manzoni. Tale aspetto è stato messo in particolare evidenza da L. Caretti (A. Manzoni, milanese), il quale ha insistito sul fatto che occorre rendersi conto che soltanto dopo Manzoni à stato possibile in I’ Italia sia il romanzo sia l’avvio di una prosa narrativa veramente moderna. Nel periodo in cui egli operava, continua Caretti, egli si trovò a battere una via del tutto nuova e inesplorata, in quanto nulla esisteva in Italia cui avrebbe potuto rifarsi: per questo si deve vedere in Manzoni il fondatore di una nuova forma di narrativa, il romanzo, per appunto.

Quanto alla lingua, Manzoni partì dal “grado zero della scrittura”, nell’individuazione di una lingua veramente di carattere nazionale, viva, creando così anche la lingua del romanzo italiano. Il problema della lingua è stato indagato da Caretti in un suo saggio successivo, “Romanzo di un romanzo”, dove il critico indaga il lungo lavorio che portò Manzoni a rielaborare più volte la sua opera maggiore. Sin dal 1806 Manzoni si pose il problema di una lingua popolare e nazionale, scartando con diverse argomentazioni le soluzioni puristiche: lamentava lo scrittore milanese l’eccessiva distanza che separava la lingua parlata e la lingua scritta, che sembrava ai suoi occhi una lingua morta e, proprio per questo, incapace di avvicinare la gran massa delle persone e di educarle, com’era nell’ intento suo e del Romanticismo. Nel momento in cui egli decise di porre insieme, nel suo romanzo, personaggi aristocratici e popolari, il problema della lingua divenne fondamentale. Manzoni, nella continua ricerca di una lingua che rispondesse ai suoi bisogni,  si trovò a scartare molte soluzioni, a cominciare dalla lingua letteraria della tradizione, estremamente povera, nel senso che era parlata da una minoranza, condannata quasi all’uso scritto e per nulla adatta al colloquio quotidiano.

Fuori del tempo è, secondo Manzoni, anche la soluzione puristica. Per chi, come lui, non intendeva rinunciare al proprio ruolo di scrittore, occorreva tentare nuove sperimentazioni, crearsi un laboratorio linguistico, dove gli facevano buona scorta i classici e ciò che in loro vi era di moderno, le strutture sintattiche del francese, del lombardo, ecc..: una mescidanza che fu poi condannata dal suo stesso autore al primo apparire del romanzo. Successivamente Manzoni si accorse che vi era in fondo una lingua capace di esprimere le idee generali, lungamente provata dal tirocinio dei grandi scrittori: quella toscana. Il passaggio dal “Fermo e Lucia” ai “Promessi Sposi” segnò il lavoro più lungo e ingrato: un lavoro un po’ libresco, dato che non gli riuscì mai di compiere quel viaggio in Toscana più volte desiderato. Però fu un lavoro molto intelligente: furono indagati non tanto gli scrittori aulici, quanto quelli popolareggianti, dai comici ai berneschi ai volgarizzatori, sempre con l’obiettivo di conseguire quella lingua media cui egli tendeva. Ma, un uomo come lui, non poteva certamente accontentarsi di uno spoglio di repertorio: dopo il 1827 iniziava perciò quel famoso viaggio in Toscana, da cui sarebbe nata l’edizione definitiva del romanzo.

Nel passaggio dalla “Ventisettana” alla “Quarantana” non vi furono radicali rifacimenti; però è avvertibile lo sforzo di un sempre maggiore adeguamento della lingua del romanzo alla lingua media soprattutto fiorentina: uno sforzo questo che durò per tutta la vita a testimonianza di un impegno che non conobbe soste e che trovò la sua appendice dopo l’unità d’Italia, quando egli preparò, per invito dell’allora Ministro Broglio, una relazione che riguardava i problemi della diffusione della lingua unitaria. Le posizioni di Manzoni sono ben riassunte in un bel saggio di Gerardo Grassi, Scritti sulla questione della lingua (Einaudi). Le idee “fiorentiniste” di Manzoni, osserva Grassi erano un poco normative, nel senso che prevedevano esclusioni sia nei confronti dei dialetti sia della ulteriore evoluzione dello stesso fiorentino, in qualche modo bloccato al periodo in cui la proposta manzoniana si enucleava.

In ciò Manzoni trovò un degno e fiero avversario in Graziadio Isaia Ascoli, il quale, con grande lungimiranza, non intendeva espungere i contributi lessicali provenienti dagli altri dialetti e, anziché proporre una lingua normativa, pensò che una lingua veramente nazionale si poteva avere soltanto con un salto culturale e qualitativo dell’intera società italiana: promuovere tale balzo in avanti specie sul versante economico era anche promuovere la diffusione della lingua italiana. Un ampio riconoscimento è venuto a Manzoni da critici quali per esempio G. Lukàcs (Manzoni e il romanzo storico). Dopo aver detto che Manzoni, per quanto riguarda il romanzo storico, ha superato addirittura il maestro, Walter Scott, Lukàcs ha reso omaggio a Manzoni, riconoscendo che i “Promessi Sposi” hanno caratterizzato molto bene la storia politica italiana. Attraverso il tema del dramma dei due poveri contadini, Manzoni ha saputo caratterizzare la secolare situazione politica italiana, fatta di divisioni, di forze feudali e reazionarie, di guerre e di soggezione a popoli stranieri; ha saputo far rivivere i problemi del popolo con grande sensibilità e per questo il suo nome può essere posto accanto a quello di uomini come Puskin e Tolstoj.

 

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