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Marco Antonio e il “pastone” di Cicerone

aprile 15, 2015

Filologia Latina

 

Cicerone. Filippica Tredicesima

Uno dei punti nevralgici, ovviamente sotto l’aspetto puramente filologico, della tredicesima Filippica di Cicerone è costituito da una “crux” che parrebbe insanabile, e che è stata oggetto di un “trattamento” plurisecolare, che però ha comportato risultati estremamente dubbi. Molti editori, di fronte a una situazione assolutamente “disperante”, preferirono, e continuano anche oggi a preferire, il mantenimento della “crux”, che è a volte, e in ciò concordo, la soluzione più ovvia e ragionevole allorché un passo risulta irrimediabilmente corrotto, e per di più sottoposto ad una serie impressionante di “divinatio”, che risultano alla fine poco o per niente convincenti. Tuttavia, la volontà di una “restauratio” di un testo fondamentale di Cicerone, che in quegli anni si stava giocando la sua stessa sopravvivenza, è indubbiamente grande e comprensibile. Ben lungi da me l’idea di prendere in considerazioni “tutte” le innumerevoli varanti proposte. Mi limito a discuterne soltanto un paio, che mi paiono interessanti.

Vediamo il testo:

“Clausulam XXI. Legatos venire non credo — bene me novit — + …+ : proposito praesertim exemplo Dolabellae. Sanctiore erunt , credo , iure legati, quam duo consules, contra quos arma fert ; quam Caesar , cuius patris flamen est ; quam consul designatus, quem oppugnat, quam Mutina quam obsidet quam patria cui ignem ferrumque minitatur. ‘Cum venerint quae postulent cognoscam”. Quin tu abis in malam pestem malumque cruciatum . Ad te quisquam veniat nisi Ventidii similis [“Non credo proprio che verranno mandati ambasciatori” (dice Marco Antonio). – Antonio mi conosce davvero bene- , chiosa Cicerone, che poi legge di nuovo la lettera, “+ …+ ”, specialmente dopo la faccenda di Dolabella, continua. Credo, continua ancora Cicerone, che gli ambasciatori saranno più sicuri dei due consoli, contro cui si prepara ad impugnare le armi; più sicuri di Cesare, il cui padre è sacerdote; più sicuri del console designato, che egli combatte; più sicuri di Modena, che egli ha preso d’assedio; più sicuri della patria, che egli minaccia di mettere a ferro e fuoco. ‘ Quando verranno, ascolterò le loro ragioni’, dice lui. Che peste ti colga e tutte le malattie. Ma chi diavolo vuoi che venga da te se non gente come Ventidio?”].

La “crux” fu integrata con varie soluzioni, tra cui le più “gettonate” furono le seguenti: “Bellum quo veniat” “Velim quod venias” (b); quod venias (t), “bellum quod veniat (v), “Velim [quod] veniant” (1)

Vediamo intanto di contestualizzare il discorso. Cicerone sta leggendo in Senato una lettera di Marco Antonio. Ogni tanto egli interrompe la lettura con commenti personali sarcastici e violenti contro Marco Antonio.  Prendiamo in considerazione la lezione “bellum quo veniat”, che fu largamente accettata dagli editori dal XVII al XIX secolo (2).

“Legatos venire non credo […]Bene me novit. “ Bellum quo veniat”.

“Non credo proprio che verranno mandati ambasciatori” (dice Marco Antonio). – Antonio mi conosce davvero bene- , intercala Cicerone, che poi legge di nuovo la lettera, che direbbe , “Bellum quo veniat”, ovvero: “Dove si prepara la guerra”.

In sostanza, a parte il solito intercalare di Cicerone, che fa un po’ il gradasso, Marco Antonio affermerebbe: “Non credo che manderete ambasciatori proprio in una zona dove si sta preparando la guerra”. Siccome tutta la veemenza di Cicerone è incentrata su Marco Antonio, l’assoluto protagonista della Filippica, che cerca affannosamente, lo si sottolinea di nuovo, se non la pace, almeno una tregua, potremmo tentare di “escludere” tutto ciò che rimanda alla guerra (“bellum”) nella lettera di Marco Antonio al Senato. In questa prospettiva, ponendo come ipotesi fondamentale che Marco Antonio non voleva assolutamente la guerra (“bellum”), ritengo estremamente improbabile che proprio lui ne facesse diretta menzione nella sua lettera al Senato, evocandone espressamente il termine “Bellum quo veniat”. Il “bellum”, per Marco Antonio, non ci doveva proprio essere, neppure per iscritto. Per queste ragioni, tenderei a scartare la lezione, sia pure molto apprezzata, “Bellum quo veniat”.

Un’altra lezione è “Velim quod Veniant”, riferito agli ambasciatori.

“Non credo proprio che verranno mandati ambasciatori”, anche se, avrebbe continuato Marco Antonio, “mi sarebbe piaciuto che venissero”.

L’espressione sottintenderebbe “ intenzioni ireniche” da parte di Marco Antonio. Ma era proprio questo che Cicerone non voleva. Al contrario, Marco Antonio si mostra desideroso di arrivare ad un accordo: vorrebbe poter vedere gli ambasciatori del Senato e discutere con loro il da farsi. In tutti i casi, Marcantonio sottintende la volontà di trovare una soluzione pacifica. Ma l’intercalare sprezzante di Cicerone non dà spazio a simili intenzioni. “ Marco Antonio mi conosce bene!”. Cicerone ha un atteggiamento di sfida, che poi si rovescia in una sequenza d’insulti contro Marco Antonio, che vorrebbe, poverino!, la pace, dopo averne combinate di cotte e di crude. Cicerone dunque non solo non accetta la mano tesagli da Marco Antonio, ma gli rovescia addosso una sequenza incredibile di maledizioni alla brava, da teatro comico [ Cfr. Plauto, “Aulularia” (III). “Abi in malum cruciatum”].

Cicerone in realtà era andato in Senato per vedere di chiudere i conti una volta per tutte con l’aborrito Antonio: “La peste bubbonica ti colga e tutte le peggiori malattie del mondo, brutto bastardo!”. Cicerone dunque “sfida” il suo avversario. In conclusione, l’avvocato Cicerone non voleva più tergiversare, voleva la soluzione definitiva, il “redde rationem” con Antonio, e la sua “fine”, il “The End”, e lo fa chiaramente intendere con una “comica execratio”. “Che ti venga un colpo secco, la “malam pestem” e il “malum cruciatum”.

 

Ciò stabilito, la lezione “velim quod veniant” ( “Non credo che verranno ambasciatori, ma vorrei tanto che venissero”) è una buona, anzi ottima interpretazione, difficile da scartare a cuor leggero, perché rende molto bene il progetto “irenico” di Marco Antonio. Tra l’altro il “velim quod VENIANT” è anche sintatticamente ben legato a quanto Marco Antonio aveva detto in precedenza, ovvero di essere dispiaciuto di non poter vedere gli ambasciatori del Senato, perché egli avrebbe parlato volentieri con essi.

Supponiamo pertanto di prendere per buona la lezione “Velim quod veniant” .

Un’espressione del genere quasi sicuramente, mandò Cicerone su tutte le furie. “Ma Come! Ci chiedi di mandare da te i nostri ambasciatori dopo quello che hai combinato? Che ti venga un colpo secco, la “malam pestem” e tutte le malattie possibili e immaginabili!”. Cicerone sapeva benissimo di essere nel mirino di Marco Antonio, e che questi non aspettava altro che l’occasione giusta per spacciarlo. Ma l’abilità dell’avvocato Cicerone fu quella di far coincidere la “propria sicura fine” con quella della Repubblica. In quel passaggio fondamentale della “lettura” della lettera di Antonio, ci “doveva essere” dunque qualcosa di “forte”, un qualcosa che scatenò le ire furibonde di Cicerone. “Ah, bene, inviti dunque i nostri ambasciatori a venire da te! Spudorato”. E poi, “Ma chi diavolo vuoi che venga da te, se non gente della razza di Ventidio?” [ “Ad quisquam veniat nisi Ventidii similis?”]. Ventidio, ovviamente, era stretto alleato di Marco Antonio.

Se tralasciamo tutti gli intercalari e i commenti di Cicerone alla lettera di Marco Antonio, possiamo vedere che i protagonisti del suo discorso erano soltanto gli ambasciatori del Senato, che egli aspettava con ansia. Riunendo le parti staccate, abbiamo questa soluzione. Dice Pertanto Marco Antonio:

“Legatos venire non credo. Velim quod VENIANT … Cum venerint quae postulent cognoscam ». Ovvero : « Non credo che verranno da me ambasciatori. Anche se vorrei tanto che venissero. Quando saranno qui saprò infine quello che mi chiedono”.

L’esercizio di “riordino” del testo, senza gli intercalari di Cicerone, è stato proposto da P. Cugusi, il quale dà la seguente ipotesi di lavoro :

“Legatos venire non credo, velim veniant. Cum venerint, quod postulant cognoscam ( = frag. III, p. 27 Weiske= pp. 21-23 Schelle)” (3).

Come si vede, il discorso di Marco Antonio è conciliante. Vuole vedere gli ambasciatori e sentire ciò che propongono. Ma Cicerone non ci sente proprio da quest’orecchio. Lui, la pace, non la vuole proprio. E infatti prosegue il “commento” con una sequenza ininterrotta di insulti: “Quin tu abis in malam pestem”.

Concludo. L’espressione “Velim [quod] VENIANT” ( anche con l’eclisse del “quod”), insieme con la reintegrazione della lettera di Marco Antonio, senza i costanti commenti di Cicerone, fa capire che tutto il discorso di Marco Antonio era incentrato sull’atteso arrivo degli Ambasciatori del Senato, con cui egli intendeva trovare un compromesso. Ma Cicerone non voleva sentir parlare di compromessi, voleva il “Bellum Sacrum”, la “Guerra Santa” della Repubblica contro un nemico che egli volle trasformare da nemico personale in nemico della Patria.

Cicerone sapeva benissimo che, in quel consesso di Senatori, l’unico che “sicuramente” ci avrebbe rimesso la pelle nel caso in cui Antonio se la fosse cavata, sarebbe stato proprio lui. Figuriamoci se uno, in queste condizioni di spirito, poteva sopportare ancora di tergiversare, magari facendosi anche prendere in giro, rimanendo in attesa che, prima o poi, un qualche sicario di Antonio andasse a fargli la festa. Le cose per Cicerone presero poi una brutta piega, e la pelle ce la lasciò lo stesso, e in modo “spettacolare” (4), ma almeno avrebbe potuto dire in tutta coscienza di essersele giocate proprio tutte le carte, prima di offrire la gola al boia.

Cicerone creò ad arte l’incredibile “pastone” della Filippica [XIII] , intercalando la lettura della lettera con una serie veemente di maledizioni e mettendo in evidenza tutti i peggiori difetti di Marco Antonio, perché il suo obiettivo principale era quello di far passare sottotraccia le intenzioni pacifiche di Marco Antonio.

“Legatos venire non credo, velim veniant. Cum venerint, quod postulant cognoscam”.

Marco Antonio scrisse in tutto undici parole, con le quali chiedeva una tregua. La richiesta fu letteralmente “affogata” nel commento di Cicerone, che adottò il seguente procedimento:
“Legatos venire non credo”. COMMENTO. “Velim veniant”.

Prima di arrivare a “ CUM VENERINT…”, ci sono TRENTASEI parole di COMMENTO: “Proposito praesertim exemplo Dolabellae. Sanctiore erunt , credo , iure legati, quam duo consules, contra quos arma fert ; quam Caesar , cuius patris flamen est ; quam consul designatus, quem oppugnat, quam Mutina quam obsidet quam patria cui ignem ferrumque minitatur”. Infine, si arriva a quello che diceva effettivamente la lettera di Marco Antonio: “ CUM VENERINT, quod postulant cognoscam”. Altri COMMENTI, con varie maledizioni e insulti. ” Quin tu abis in malam pestem malumque cruciatum . Ad te quisquam veniat nisi Ventidii similis”.

In pratica Cicerone “parlò addosso” a Marco Antonio, con una tecnica assolutamente “moderna”, da “show” televisivo, impedendo praticamente che il Senato capisse in pieno le sue intenzioni. La tecnica funziona sempre alla perfezione , e l’avvocato Cicerone l’usò con perfidia non comune, perché la posta in gioco era altissima, e contemplava la sua stessa sopravvivenza.

In buona sostanza, l’avvocato Cicerone, da consumato legista, “frastornò” letteralmente l’uditorio, che, c’è da scommettere, a un certo punto non seppe più distinguere tra “comunicazione” e “commento” . E in questa “trappola” caddero inevitabilmente anche molti autorevoli esegeti, che, letteralmente spiazzati dal “pastone” di Cicerone, alla fine non seppero a loro volta distinguere dove cominciasse la lettera di Antonio e dove finisse il commento di Cicerone.

Di questo fenomeno, per vari versi comico-tragico (per Cicerone), fu consapevole già agli inizi del XIX secolo il Professor G.G. Wernsdorf , il quale, nel suo commento alla Filippica XIII, sconcertato dal fatto che i colleghi attribuissero con insistenza “Bellum quo veniat” allo stesso Cicerone, sbottava seccato : “ Sed mehercule tribui possunt Antonio” [ Molti attribuiscono ‘bellum quo veniat’ a Cicerone. Ma, per la miseria, queste parole possono essere attribuite ad Antonio”] (5).

In effetti, l’obiettivo di Cicerone non fu tanto quello di “informare” il Senato, ma di portarlo a prendere in considerazione “soltanto” l’ipotesi della guerra contro Marco Antonio, anche perché, e l’avvocato Cicerone lo sapeva bene, la sua personale incolumità era strettamente legata alla “fine” del suo avversario. A loro volta, i Padri Coscritti mal digerivano l’idea di imbarcarsi in una guerra civile dagli esiti incerti, perfettamente consapevoli delle conseguenze di una sconfitta: uccisioni, confische e tutto un corollario di nefandezze di cui molti erano stati testimoni ( e che, effettivamente, accaddero).

Ma Cicerone aveva poco da scegliere: quando c’è di mezzo la pelle, si fa questo, ed altro.

 

 

 

Note

1) “Nei manoscritti: +Velim quod venias+ (velim quod venias), (b); quod venias (t), “bellum quod veniat (v)”. Cfr. C. Novielli, “La retorica del consenso: commento alla tredicesima Filippica di M. Tullio Cicerone”, Edipuglia, 2001, p. 217.
2) “Bellum quo veniat” ebbe larghissima fortuna fra i critici del XIX secolo. La Lezione fu accettata da Wernsdorf (1822) , Lanza (1870), Johann Kaspar von Orelli (1826), che fu uno dei più convinti della correttezza della lezione, e che soprattutto “convinse” molti colleghi.
3) P. Cugusi, “Epistolographi Latini minores: Aetatem ciceronianam et augusteam amplectens. 1. Testimonia et fragmenta. 2. Commentarium criticum”, Aug. Taurinorum, 1979, Vol. I, p. 253.
4) “Antonio, Ottaviano e Lepido redassero una lista con un certo numero di senatori e cavalieri, considerati i maggiori responsabili del cesaricidio […] Il posto d’onore della lista spettava a Cicerone, e i sicari lo raggiunsero prima ancora che i triumviri facessero il loro ingresso a Roma. L’oratore fu decapitato, ma, a differenza degli altri proscritti, il suo cadavere fu ulteriormente oltraggiato, come riporta un famoso brano di Tito Livio: ‘Non fu abbastanza per la stolida crudeltà dei soldati: recisero anche le mani, per punire il fatto che avesse scritto contro Antonio. Così il capo fu portato ad Antonio e, per suo ordine, posto sui rostri tra le due mani: proprio nel luogo incui egli aveva fatto sentire la sua voce da consol e e spesso come ex console! Proprio in quel luogo aveva parlato in quello stesso anno contro Antonio, e la sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana! La gente, per le lacrime, a fatica alzava gli occhi e così poteva vedere le sue membra mozzate’ “ (Livio, fr. dal libro 120 [= Seneca il Vecchio, Suasoriae, 6,17]). Cfr. G. Traina, “Marco Antonio”, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 35.
5) M. T. Ciceronis Orationes Philippicae in Antonium”, a cura di G.G. Wernsdorf, Lipsia, 1822,Vol. II, p. 551.

 

 

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