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Mr. W.H. è William Shakespeare

dicembre 1, 2016

Studi inglesi ed americani

i-sonetti-del-1609

 

Come avevo promesso nella presentazione della mia versione inglese del saggio sui Sonetti di Shakespeare (che si può leggere in questo sito), presento ora la versione in italiano dello stesso saggio, con la speranza di fare opera gradita a tutti gli appassionati del poeta inglese.

 

Recentemente e con grande enfasi mediatica, è stato solennemente comunicato “urbi et orbi” che il famoso e sempre sfuggente Mr. W.H., al quale Thomas Thorpe aveva indirizzato i suoi  rispettosi ossequi  per avergli procurato i  Sonetti di Shakespeare, era  stato finalmente identificato dal Professor Geoffrey Caveney (1). L’illustre  figura in questione sarebbe nientepopodimeno che William Holme.  Ma il nome di William Holme non è una novità assoluta, perché questa ipotesi era già stata ventilata da Samuel Schoenbaum, che aveva criticato  Sir Sidney Lee, il quale aveva ipotizzato senza esitazione alcuna William Hall come Mr. W.H. Ma Sidney Lee aveva in realtà aggiunto qualcosina d’altro, spiegando  le ragioni per le quali aveva scelto William Hall invece di William Holmes (o Holme).

 

“Un libraio (non uno stampatore), William Holmes, spiegò Lee,  che lavorava in proprio tra il 1590 e il 1615, fu l’unico membro della Stationer’s Company  che aveva le debite iniziali di W.H. Ma ordinariamente egli era conosciuto con il suo nome completo,  e non esiste nessuna indicazione che avesse rapporti privati o professionali con Thorpe” (2).

 

Tuttavia, Schoenbaum si mostrò in profondo disaccordo con Lee:

 

“William Hall, egli scrisse,  degli Halls di Hallow, vicino a Worcester; ma più probabilmente quel William Hall  che era assistente presso la Stationer’s Company , e che, in maniera piratesca,  diede il manoscritto dei Sonetti a Thorpe per una pubblicazione clandestina. Questa dubbia teoria, continuava  Schoenbaum,  […] ha avuto molti seguaci […],  e, a parere di  Lee, soltanto Hall, di quelli noti per essere familiari con Thorpe,  aveva le giuste iniziali. Ma come può Lee essere così sicuro della  cerchia dei collaboratori di Thorpe? Il nome Hall è molto comune,  così come  le iniziali: anche William Holme, un libraio anch’esso noto a Lee, apparteneva alla Stationer’s  Company, e lavorava a Londra nel primo decennio del XVII secolo” (3).

 

La  complessa questione di William Holme o William Holmes era comunque già stata affrontata  sin dal 1985 da Robert F. Fleissner:

 

“Riguardo a William Holmes, un libraio […], Stephen Booth, nella sua recente e ampiamente annunciata edizione dei Sonetti di Shakespeare (New Haven: Yale University Press, 1977), ha asserito che si  legge  il nome di W. Hall nelle parole della dedica, chiedendo scusa per il refuso (p. 548), ma  ignorando la possibilità di un’ambiguità ancora maggiore  di cui s’è ampiamente discusso a lungo in tutto questo pasticcio. Il refuso reale di Booth consiste nel fatto che egli si riferisce, nello stesso contesto, ad uno dei candidati a diventare  W.H., vale a dire a William Holme,  piuttosto che a William Holmes (p. 548) “(4).

 

Ma, al di là della baraonda che s’è fatta sui vari Hall, Holme e Holmes,  c’è un dato fondamentale da tenere in considerazione; ossia che il Mr. William Holme del prof. G. Caveney possiede le stesse credenziali di William Hall, il famoso libraio che, come abbiamo visto, godette di notevole credito presso  la critica per essere stato ritenuto l’unico che avrebbe potuto fornire il famoso manoscritto del 1609 a T. Thorpe. In realtà, come dicevamo,  tutte le ipotesi sinora enunciate non rispondono ad un requisito fondamentale: ossia come il manoscritto dei sonetti di Shakespeare sarebbe potuto arrivare nelle loro mani. E lo stesso Professor Geoffrey Caveney ha riconosciuto che, “non si può determinare con precisione come Holme  fosse riuscito ad ottenere una copia dei sonetti”.

 

Ma, forse, non meno importante dei nomi citati,  potrebbe essere quello di William Honing, un  potente funzionario dei  Revels, che tra l’altro fu proposto come possibile Mr. W.H.  da E. Fisher con ottimi argomenti:

 

“Per quanto riguarda il famoso W.H., scrisse E. Fisher,   c’era tuttavia almeno un uomo davvero potente che egli  [cioè Shakespeare] avrebbe potuto essere tentato di compiacere. Questi era William Honing, potente funzionario dell’ufficio dei Revels di Sua Maestà” (5). E per di più, possiamo trovare entrambi i nomi di William Honing e di William Shakespeare accostati

 

“tra le carte del Lord Ciambellano, in un libro dei conti relativo ad una processione, che allega un lungo elenco di pezze di stoffa per livree, tra cui il damasco per il Maestro dei Revels. Panno scarlatto per Edmund Tiney,  e per altri tre ufficiali dei Revels  (William Honing, Edward Kirkham ed Edward Pakenham),  e panno rosso per nove membri degli uomini del re (Robert Amin, Richard Burbage, Henry Condell, Richard Cowley, Laurence Fletcher, John Heminges, Augustine Philips, William Shakespeare, William Sky)” (6).

 

Tra le altre cose, il nome di William Honing non avrebbe nemmeno i problemi degli altri candidati, perché il manoscritto dei sonetti di Shakespeare sarebbe dovuto finire direttamente nelle sue mani  perché   Thorpe ottenesse l’autorizzazione a pubblicare. Se, pertanto,  dovessi scegliere tra tutti i possibili candidati  al Mr. W.H., sceglierei proprio William Honing,  per i motivi sopra menzionati. Ma vorrei andare oltre questa ipotesi. Tuttavia, prima di arrivare ad una conclusione definitiva, è necessario riconsiderare da un punto di vista formale la dedica di Thorpe, perché, a mio parere, in questo caso, la forma è davvero “la forma del contenuto“.

 

Nessuno è mai riuscito a  spiegare a sufficienza perché Thorpe utilizzò le lettere capitali latine nella sua dedica a Mr. W.H.   In passato alcuni critici hanno adombrato quest’ipotesi, ma senza dimostrarla. Obiettivo di questo saggio è invece quello di dimostrare proprio l’assunto secondo cui  il signor W.H. è lo stesso William Shakespeare. Tra i più famosi sostenitori della paternità di Shakespeare, menzionerei  in particolare W. Carew Hazlitt, secondo il quale Shakespeare fu il mandante di Thorpe:

 

“Thorpe, osservò acutamente Hazlitt,  non sembra aver mai avuto  relazioni d’affari con il poeta, ma esiste tuttavia la sia pur remota possibilità  che Shakespeare fosse stato il suo mandante, tanto che egli acconsentì alla transazione, e probabilmente pose mano anche all’intitolazione della dedica, che, proprio per la sua laconicità, è particolarmente sospetta” (7).

 

L’idea di Hazlitt era sicuramente buona, ma nessuno l’ha mai presa seriamente in considerazione.

Veniamo al punto.

 

Molti critici hanno sostenuto che Thorpe era uno stampatore pirata, e che s’era impadronito del manoscritto di Shakespeare attraverso vie illegali; ma le recenti acquisizioni critiche  dimostrano oltre ogni dubbio che nel momento in cui Thorpe presentò il manoscritto dei sonetti, egli era diventato un editore più che rispettabile, che difficilmente avrebbe minato la sua reputazione con l’edizione pirata di un importante scrittore come Shakespeare, che, nel frattempo, aveva acquisito una notevole fama a Corte:

 

“Thorpe, scrive Alfred Leslie Rowsenon era affatto  un pirata, ma un editore di tutto rispetto” (8).

 

 

Ciò stabilito, perché Thorpe avrebbe dovuto utilizzare la solenne capitale latina se il soggetto non faceva riferimento ad una figura d’alto rango? È molto improbabile che tale forma fosse applicabile ad un semplice libraio, e, cosa più importante, per un’ edizione non autorizzata.  Inoltre, Thorpe menziona  il suo “benefattore” con il titolo altisonante di  Master. La cosa curiosa è che si tratta di un titolo onorifico di cui realmente Shakespeare si poté fregiare. Nello stemma gentilizio che egli procurò a suo padre, John Shakespeare, scopriremo fra breve il significato e la rilevanza di tale onorificenza:

 

“[William Shaskespeare], volle garantire  a suo padre un titolo nobiliare come consolazione per  la sua  vecchiaia, e volle altresì che quel titolo si riflettesse su se stesso per provargli che anche William Shakespeare era un gentleman” (9).

 

 

Nel primo volume delle  Opere di Shakespear. [sic], a cura di Alexander Pope e Nicholas Rowe,  possiamo leggere:

 

“Il seguente documento ci è stato trasmesso dall’egregio sig.  John Antis, Esq., dell’ordine della Giarrettiera: è contrassegnato G. 13. 349. C’è anche un manoscritto nell’ufficio araldico , contrassegnato W. 2.  P. 276,   dove si dà conto di questo stemma gentilizio, nonché  della persona a cui fu concesso, che nacque a Stratford-upon-Avon]:

 

 

“Noi, recita il documento, dell’Ordine della Giarrettiera e di Clarencieulx, abbiamo assegnato, concesso e confermato e con questo documento esemplificato al detto John Shakespere e alla sua discendenza, il seguente scudo e stemma gentilizio:  ‘In un campo d’oro su sfondo nero, una lancia con la punta in argento rivolta verso l’alto …  Un falcosostenente una lancia  temprata in argento … Può e deve essere lecito al detto John Shakespere, Gent.(leman) vantare e utilizzare lo stesso stemma gentilizio nel corso della sua vita  […] Dato nell’ufficio araldico , in Londra, il giorno della … [senza data],  nel 42 esimo  anno di Regno della  Nostra Graziosa Sovrana  Elisabetta, per grazia di Dio Regina d’Inghilterra, Francia e Irlanda, difensore della fede, ecc.” (10).

Ora, lo stemma gentilizio di Shakespeare è molto simile a quella di Papa “Adriano IV, un inglese; il suo nome era Nicholas Brekespere, o Breakspere o Breakspear, in latino Hastifrangus” (11).

 

 

Il cognome di Nicholas Brekespere, come possiamo vedere, è molto simile a quello di Shakespeare, e il nome latino che assunse papa Adriano IV era Hastifrango.  Da ciò possiamo dedurre che il nome latino di Shakespeare, spear[e], doveva essere assai simile. È pertanto molto probabile che, se non Hastifrangus, il nome latino  di Shakespeare potrebbe essere stato Hastifer, che significa  portatore di lancia ( soldato), in  latino hastifer [colui che tiene la lancia, in inglese spearbearer]; e  lo stemma gentilizio di Shakespeasre mostra proprio “un falcoche sostiene una lancia”. Inoltre, nel 1901 Charlotte Stopes sottolineò che, “l’origine del nome di Shakespeare si perde tra le nebbie dell’antichità. Ma alcuni autori  in Notes and Queries  affermano che esso può essersi formato  da Sigisbert, o da Jacques Pierre o, ancora,  da Haste-vibrans” (12).

 

Il verbo latino “vibrans” [participio presente di “vibro”] in inglese suona come shake, scuotere, mentre haste  in latino corrisponde ad  hasta (lancia).  Così Haste-vibrans significa esattamente scuotitore di  lancia, in inglese Shake-spear[e]. Ma andiamo  al fondo del problema. Già dal  1845, George Lillie Craik aveva scritto:

 

“William Shakespeare nacque a Stratford on Avon; […] marziale nel suono bellicoso del suo cognome (di qui alcune congetture circa  un’origine militare) hastivibrans, o Shakespeare” (13).

 

 

Di conseguenza, il famoso e inafferrabile Mr. W.H. è Shakespeare, Wilhelmus Hastifer o Hastivibrans.

 

 

Nel momento in cui Shakespeare ottenne il suo prestigioso stemma gentilizio, egli ebbe “anche”  il privilegio di poter utilizzare il titolo di Master (Maestro);  e ciò è stato sottolineato da tutti i biografi di Shakespeare. Se consideriamo l’ importanza enorme che Shakespeare diede sempre a quel titolo nobiliare, e che Thorpe può aver avuto i Sonetti dalle mani dello stesso Shakespeare, è più che comprensibile l’ enfasi che Thorpe usò nella sua dedica,  dove il termine Master  è in una posizione di assoluto  rilievo, proprio nell’incipit della dedica. Per quanto riguarda il “poeta immortale” che, a sua volta,  avrebbe donato l’ “eternità” alle poesie di Shakespeare, questi,  evidentemente,  non era lo stesso Shakespeare, ma un grande poeta latino.

 

Ora,  il più grande poeta latino che costruì un monumento sempiterno alla poesia (Exegi monumentum aere perennius) è, a mio avviso,  Orazio.  Thorpe non era digiuno di latino, e la  dedica a  Mr. W.H. mostra,  in primo luogo,  il titolo onorifico, Master, e quindi il possibile nome latino del grande poeta inglese, che potrebbe essere stato Wilhelmus Hastifer o Hastivibrans. Così, la prima edizione dell’opera (The Sonnets), che avrebbe dato l’ immortalità a Shakespeare, avrebbe  consacrato per sempre,  grazie ad  un espediente e ad  un’invenzione decisamente geniali, il suo inserimento tra la nobiltà. Shakespeare non volle correre il rischio di apparire immodesto o ambizioso, e così scelse (attraverso Thorpe) queste parole enigmatiche,

“To the Onlie Begetter of these ensuing sonnets Mr. W. H. all happiness and that eternity promised by our ever-living poet wisheth the well-wishing adventurer in setting forth. T. T.”

 

“All’unico ispiratore di questi seguenti sonetti Mr. W. H. ogni felicità e quella eternità promessa dal nostro immortale poeta augura colui che con beneauguranti auspici si accinge a pubblicare. T. T.”

 

 

 

Fonti:

 

1)      Geoffrey Caveney, “ ‘Mr.  W.H.’: Stationer William Holme (d. 1607)”, Notes and Queries, Oxford University Press,  (2015) Vol. 62 (issue 1), pp. 120-124.

 

2)  Sir Sidney Lee, A Life of William Shakespeare, Macmillan, 1916, p. 679 n. 2.

 

3)  Samuel Schoenbaum, Shakespeare’s Lives, Oxford New York, Oxford University Press, 1993, p. 319 and  p. 377.

 

4)  Robert F. Fleissner,  “A Sherlockian Treatment of the Mystery of the Dedication to Shakespeare’s Sonnets,” Clues 6.1 (1985 Sp/S), pp. 57–66;  p. 65, footnote 2 ).

 

5)   E. Fisher, Shakespeare & Son, London, Abelard Schuman, 1962, p. 10.

 

6)  Martin Wiggins and Catherine Richardson, British Drama (1533-1642): A Catalogue. 1603-1608, Oxford University Press, 2015,  p. 88.

 

7)  W. Carew  Hazlitt, Shakespeare Himself and His Work, London, Bernard Quaritch, 1908. P. 223.

 

8)  Alfred Leslie Rowse, Shakespeare the man, Macmillan, 1973, p. 239.

 

9)   Robert Howarth, “Shakespeare’s Gentleness”, in  Shakespeare Survey, edited by A. Nicoll, Cambridge University Press, 1961, [First Edition 1948 and First Paper Edition 2002],  p. 90.

 

10)  The Works of Shakespear. [sic] In six Volumes. Carefully Revised and Corrected by the former Editions. London, MDCCXLV [1745], with Mr. Pope’s Preface and Some Account of the Life of Mr. William Shakespear. Written by Mr. Rowe, pp.  XLIII-XLIV.

 

11)    Bibliotheca Biographica: A Synopsis of Universal Biography, Ancient and Modern,  edited by T. Flloyd, Esq., London, MDCCLX [1760], Vol. I, reference Adrian IV.”

 

12)  Mrs. C. C. Stopes, Shakespeare’s Family, London, 1901, p. 1.

 

13)  George Lillie Craik, Sketches of the History of Literature and Learning in England, London, 1845, Vol. III, p. 79.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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