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Notai, poeti, e clienti

gennaio 8, 2017

Schegge di italianistica

un-notaio-nel-medioevo

 

L’importanza dell’istituto notarile è fuori discussione, e ancora oggi i notai occupano un posto di tutto rilievo nella nostra società. Sotto il profilo strettamente storico, i notai sono risultati alla fine assolutamente fondamentali. Senza di essi non sapremmo praticamente nulla della nostra storia “materiale”, quella di tutti i giorni, dell’età medievale e moderna; e senza di essi sarebbe andata probabilmente perduta anche la prima produzione poetica della nostra letteratura.

 

Che c’entrano i notai con la letteratura?

 

C’entrano, eccome se c’entrano! Al contrario dei moderni, i notai medievali erano molto liberi nelle clausole di chiusura degli atti. Alla fine dei documenti notarili, alcuni vergavano delle linee ondulate, altri scrivevano Ave Marie e Paternoster, e, altri ancora, dotati di maggiore sensibilità poetica, concludevano i documenti con poesie di rinomati poeti contemporanei o con poesiole popolari di tutto rispetto. Il tutto era compiuto  “ita quod ibi, aliquid scribi non possit”,  ossia perché nessuno  potesse aggiungere qualcosa di scritto alla pagina, falsando il documento.

 

Allora, noi dobbiamo pur un qualcosa a notai quali Ser Bonacosa di Giovanni, Ser Antonio di Guido da Argile,  Ser Nicolò di Filippo, Ser Nicolò di Giovannino Manelli, Ser Bonaccorso dei Rombolini, et alii. Nel 1305 il notaio Ser Antolino de’ Rodaldi  ci ha tramandato la famosa e super-antologizzata

 

For de la bella gaiba fugge lo lusignolo.

 

Voglio del ver la mia donna laudare, di Guinizzelli,  fu trascritta alla fine del Memoriale dal notaio Ser Nicolò di Giovannino Manelli nel 1287.

 

il notaio Ser Venetico Aimeri concludeva il suo documento con versi sospirosi ed amorosi:

 

Mille saluti colui c’ha in se (sic) amore

A voi li manda, donna di bellezze:

di tutte cose deo (sic) ve di’ onore

a complemento di ogni allegrezze.

 

Il poeta, stracolmo d’amore, invia i suoi saluti alla “donna di bellezze”, raccomandando a Dio (deo) il di lei onore, a completamento di sì tali e tante belle grazie.

 

In un primo tempo le clausole poetiche dei notai furono considerate un “passatempo” dei notai stessi, ma, come chiosò molti anni fa A. Caboni, “in effetti [le poesie] sono sempre scritte […] nella parte inferiore del foglio e servono a riempire lo spazio, talvolta ampio, rimasto libero dopo la trascrizione degli atti, in modo che tutta la pagina venga scritta  per intero. Questa della trascrizione a piena pagina risulta essere una norma costantemente seguita dai notai”. Essi, pertanto,  “dovevano osservare attentamente che le carte dei loro registri fossero tutte scritte per intero, ‘ita quod ibi, aliquid scribi non possit’”.

 

Se tanto mi dà tanto, dobbiamo concludere con il fatto, evidentissimo,  che l’ immortalità letteraria non è passata soltanto attraverso il codice e il libro, ma anche attraverso i notai (almeno ciò accadeva una volta). Ma forse i notai d’oggi potrebbero fare qualcosina  per “lanciare” verso l’eternità i nostri poeti contemporanei: se tornassero, però, a seguitare l’esempio degli avi. La cosa mi sembra un po’ difficile, però non sembrerebbe neppure un’idea così tanto peregrina concludere gli atti notarili con qualche bella poesia di Montale, Ungaretti o altri; così, tanto per distendere i nervi dopo qualche atto notarile piuttosto pesantuccio a digerirsi.

 

I notai sono pertanto gentilmente invitati a tenere la proposta nella debita considerazione, anche perché i clienti potrebbero essere sicuramente più rilassati al momento di pagare la parcella. E’ altresì ovvio nonché addirittura lapalissiano che, se la faccenda dovesse andare in porto, il brevetto lo deterrà soltanto il sottoscritto, che, a breve, ne depositerà i diritti presso un qualche notaio. Forse il pro-pro-pronipote del notaio Ser Bonaccorso dei Rombolini, acciocché egli ne preservi i privilegi in perpetuum.

 

Fonti:

A. Caboni, “Sulle rime dei Memoriali bolognesi”, in Cultura Neolatina, 1941, pp. 59-61.

Gli esempi proposti sopra sono in T. Casini, Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881, p. XXIII e p. 174 , CV (del notaio Ser Antolino de’ Rodaldi); p. XXII, e p. 35, XV (del notaio Ser Nicolò di Giovannino Manelli); p. XXIII e p. 149, XCII (del notaio Ser Venetico Aimeri).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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