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Orazio tra codici e Svetonio

aprile 29, 2015

Filologia Latina

Venosa

Le opere di Orazio, secondo la tradizione, sono ripartite in quattro libri di “Odi” [“Carmina”], un libro di “Epodi” [o “Giambi”], due libri di “Satire” e due libri di “Epistole”. La tradizione manoscritta delle opere di Orazio è piuttosto complessa (circa 400 codici) [Cfr. Paladini-Castorina, “Storia della letteratura latina”, Vol. II, problemi critici, Patron]. Fra tutti i quattrocento codici della tradizione oraziana, il più importante sarebbe, guarda caso, proprio quello che è andato perduto, ovvero il cosiddetto “Blandinius Vetustissimus”, che fu però utilizzato dal fortunato umanista Jacques de Crucque, il quale ne trasse un’edizione della seconda metà del XVI secolo. Lo stesso Jacques de Crucque collazionò altri quattro codici, detti “Blandiniani”, perché conservati nel Monastero belga di Blandigny, che poi, a quanto è dato sapere, fecero una brutta fine, perché andarono distrutti da un incendio. Tanto per dare ragione una volta di più a quanti sostengono con giusta ragione che ciò che ci rimane della letteratura antica è soltanto un “cumulo di rovine”.

Consoliamoci con Vollmer [“Q. Horati Flacci Carmina”, Recensuit Fridericus Vollmer. Editio Major Iterata et Correcta, Lipsiae, in Aedibus B. G. Teubneri. MCMXII]. A parere di F. Vollmer, che curò appunto l’edizione teubneriana di Orazio agli inizi del XX secolo, le classi della tradizione oraziana si potrebbero sostanzialmente ridurre a due, che tra l’altro risalirebbero ad un unico archetipo, la cosiddetta “Recensio Mavortiana”, così detta perché si rifarebbe ad un esemplare curato dal Console Vettio Mavorzio [VI secolo D.C.] . Tra i codici più interessanti della “Recensio”, menzioniamo un “Parisinus” e il “Gothamus”. Un “Taurinensis”, guarda ancora il caso, andò distrutto da un incendio della Biblioteca Universitaria agli inizi del’900.

Su Orazio sappiamo pressoché tutto, perché la sua biografia fu ricostruita attraverso le sue stesse opere. Però qualche informazione interessante ci è stata tramandata dalle biografie antiche, e in particolare da Svetonio [“De Poetis”]. Il “De Poetis” in effetti sarebbe anonimo, ma la critica tende ad attribuire l’opera a Svetonio, il quale, dopo aver detto che Orazio era nato a Venosa, si soffermò un po’ sulla figura del padre di Orazio, che doveva essere un liberto ed esattore, o forse un salumiere.

A questo proposito Svetonio, che amava parecchio soffermarsi sui dettagli, ci informa che un tale aveva visto spesso il padre di Orazio che si puliva il naso con un braccio, come i salumieri. In seguito Svetonio ci ragguaglia su altri fatti della vita di Orazio, che fu tribuno alla battaglia di Filippi, e grande amico sia del potentissimo Mecenate [che si ricordò di lui nel testamento], sia dell’imperatore Augusto che, a quanto ci sussurra Svetonio, gli permetteva di prendersi di fronte a lui anche qualche “licenza”. Poi Augusto si vendicava definendolo “omiciattolo” e “omuncolo”. Sempre secondo i soliti dettagli svetoniani, in effetti Orazio era piuttosto piccolo e obeso, e amava vivere nella solitudine della sua villa nella Sabina. Svetonio poi racconta che Orazio morì a 56 anni, 58 giorni dopo la morte di Mecenate, e che fu sepolto accanto al potente amico.

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