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La “pattumiera” di Orwell

luglio 4, 2014

Letteratura

G. Orwell (free image from Google)Premessa
Presento in questa sede la versione italiana di un breve saggio che scrissi alcuni anni or sono per un sito americano (Helium). Il saggio s’inquadrava in una sorta di “concorso” che aveva come tema “L’importanza di George Orwell nella letteratura inglese”. Il messaggio di Orwell possiede a tutt’oggi una fortissima pregnanza politica e sociale, anche perché i suoi discorsi vertono spesso sulle “bugie” della politica, una materia d’estrema attualità in questi ultimi tempi in Italia.

L’importanza di G. Orwell nella letteratura inglese

L’importanza di G. Orwell nella letteratura inglese è sotto gli occhi di tutti. Oggi, quando si etichetta un autore come uno “scrittore orwelliano”, s’intende più che altro sottolineare la straordinaria rilevanza politica e sociale dei temi che Orwell affrontò nella sua breve esistenza. Egli seppe evocare l’idea della necessità di “schiacciare” sotto il tallone tutte le tirannie, che comportano l’inevitabile dissoluzione dell’identità individuale di fronte al potere inumano delle dittature. In ciò sta l’ importanza di Orwell, ed anche la sua estrema modernità, perché egli condannò “tutte” le dittature, fossero esse di matrice comunista o imperial-capitalista.

La sua critica riuscì particolarmente efficace e corrosiva perché Orwell fu uno scrittore assolutamente “indipendente” da qualsivoglia sudditanza. Pur appartenendo ad un ceto privilegiato e ad una classe sociale “imperialista” quasi per definizione, egli seppe confrontarsi a viso aperto con quel mondo. Quando si trovò a vivere in una colonia inglese, si schierò apertamente con i “weakers”, “con i più deboli”, ovvero con i birmani e contro gli inglesi: “Sentivo, egli scrisse, che dovevo non soltanto rifuggire dall’imperialismo, ma anche da ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo” (1). A. Rahman sottolineò a suo tempo che “il romanzo Giorni birmani [ Burmese Days], non solo condanna gli abusi dell’imperialismo, ma si mostra anche sensibile alla possibile istaurazione di un’ armonia multi-culturale, aprendo così nuovi orizzonti all’Inghilterra di vecchio stampo e ormai sorpassata” (2).

Una profonda coscienza morale impedì sempre ad Orwell di accettare qualsiasi compromesso, anche se fu costretto ad ammettere che il mondo gira intorno all’ipocrisia e alla menzogna. In Giorni birmani, egli scrisse senza possibilità di equivoci che “anche quei pazzi sanguinari del Club potrebbero essere una compagnia di gran lunga migliore se noi tutti non fossimo costretti a trascorrere tutto il nostro tempo in mezzo alla menzogna” (3).

Orwell fu tra quei pochi uomini eletti che rifiutò sempre sdegnosamente il compromesso e la falsità. Come dicevano gli antichi, la maggior parte della gente “vult decipi”, “vuole essere ingannata” [ “mundus vult decipi” (= il mondo vuole essere ingannato)].

Ma l’inganno si trasforma in un evento devastante quando diventa la “componente normale” di un sistema politico, e, in nome di una presunta hegeliana “verità assoluta” che non soltanto è una “fascinosa” bugia, ma anche una bufala gigantesca, la gente diventa del tutto permeabile all’illusione e all’ auto-inganno, smarrendo il senso e il significato della propria personalità e del proprio essere, ragion per cui facilmente e rapidamente si perde.

Nel nostro tempo è “impossibile” non interessarsi di politica

Secondo Orwell, nel nostro tempo è “impossibile” non interessarsi di politica , perché “tutto” è una questione politica. Tuttavia, egli osservava, “il linguaggio politico, con tutte le sue infinite varianti, (e questo è vero per tutti i partiti politici, dai conservatori agli anarchici), è pensato per sciorinare bugie in serie che però possano assumere le sembianze della verità, rendere l’omicidio un fatto rispettabile e dare una parvenza di solidità a ciò che è soltanto puro vento”. Un cambiamento rispetto a questa situazione, secondo Orwell, “deve” avvenire, anche se non sarà questione di un attimo. “ E tutto questo grumo di rifiuti verbali bisognerà pure buttarlo nella pattumiera, a cui esso spetta di diritto”: “ Non si può cambiare tutto questo in un attimo , ma si può almeno tentare di cambiare le proprie abitudini , e di tanto in tanto si può anche, se si fischia abbastanza forte, riuscire a spedire alcune frasi logore e inutili come “tirannia”, “tallone d’Achille” , “focolaio” , “crogiolo di razze” , “prova del nove” , “vero e proprio inferno” o qualche altro grumo di rifiuti verbali nella pattumiera a cui esso appartiene di diritto” (4)

Fu pertanto su queste premesse filosofiche che Orwell scrisse i suoi romanzi, che oggi fanno di lui uno dei migliori saggisti e scrittori non soltanto della letteratura inglese, ma della letteratura contemporanea mondiale “tout court”.


Endnotes

1) “I felt that I had got to escape not merely from imperialism but from every form of man’s dominion over man”. Cfr. G. Orwell, The Road to Wigan Pier, 1958, p. 148.
2) “The novel Burmese Days, not only condemns the abuse of imperialism but he also argues in favour of multi-cultural harmony and it opens new horizons for ‘old fashioned’ England”. Cfr. A. Rahman, George Orwell. A Humanistic Perspective, 2002, p. 118.
3) “Even those bloody fools at the Club might be better company if we weren’t all of us living a lie the whole time.” Cfr. G. Orwell, Burmese Days, 2004, p. 49.
4) “ Political language, and with variations this is true of all political parties, from Conservatives to Anarchists, is designed to make lies sound truthful and murder respectable, and to give an appearance of solidity to pure wind. One connot change this all in a moment, but one can at least change one’s own habits, and from time to time one can even, if one jeers loudly enough, send some worn-out and useless phrases, some ‘jackboot, Achille’s heel, hotbed, melting pot, acid test, veritable inferno’ or other lump of verbal refuse, into the dustbin where it belongs”. Cfr. G. Orwell, Politics and the English Language, in George Orwell. A Collection of Essays, 1981, p. 171.

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