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I “Pensieri diversi” di Iginio Ugo Tarchetti

giugno 9, 2017

Schegge di italianistica

 

Iginio Ugo Turchetti è entrato a giusto titolo tra i nostri classici della letteratura di fine Ottocento. Scapigliato di altissima caratura, Tarchetti fu uomo di pensieri profondi e di rimarchevole saggezza. Il suo valore fu ampiamente riconosciuto dai contemporanei. Gian Piero Lucini, tanto per portare una testimonianza “forte”, rilevava come “ Tarchetti, sopra tutto, ci aveva affascinato” (G. Viazzi, “Le inedite ‘Armonie Sinfoniche’ di Gian Piero Lucini”).

 

Nel 1869 Tarchetti  pubblicò i Racconti fantastici, in cui compaiono  alcuni  suoi molto interessanti Pensieri:

 

“Non tutte le ingratitudini che si commettono dagli uomini debbono imputarsi esclusivamente alla loro volontà. Occorrono molte circostanze nella vita, in cui la natura o la società ci costringono ad essere ingrati, e sono assai rari quei casi in cui noi possiamo emettere un giudizio sincero e coscienzioso sopra un atto d’ingratitudine; poiché è questa fra tutte le azioni dell’uomo quella che è mossa da cause più molteplici e più imperscrutabili.

 

Mi avviene talora di trovare una data, un nome o un pensiero, o inciso su corteccia di albero, o scritto su parete o su margine di libro, come troverei una croce o una lapide che mi additasse una solitaria sepoltura, ma con una commozione più dolce e più confortante.

 

La grandezza è solitaria. Si direbbe anzi che la solitudine è condizione della grandezza. Tutte le intelligenze superiori, tutte le nature superiori sono isolate – l’aquila vive sola, il leone solo.

 

La prudenza è la maschera dell’astuzia. — O nessuna delle due è virtù, o entrambe. Comprendere la vanità e il ridicolo delle cose del mondo è somma sapienza; riderne è somma forza.

 

Strana cosa! Gli uomini piangono spesso del ridicolo.

 

La giustizia di sé è nell’istante, quella degli uomini nel tempo, quella di Dio nell’eternità.

 

I pensatori e i filosofi di tutte le epoche e di tutti i paesi parlano dei loro tempi, come di tempi eccezionalmente scellerati. È logico arguire che gli uomini siano stati scellerati in ogni tempo.

 

Diffidate degli uomini che non hanno passioni.

 

Confessare altrui i proprii difetti è assai meno doloroso che confessarli a sé stessi.

 

La malignità è cattiveria impotente.

 

Come gli uomini usano nell’età che precede o tocca la giovinezza, ed anche nell’ età adulta, se rozzi, adoprare in ogni cosa la violenza, e farsi ragione da sé colla forza del braccio, ed ogni loro ambizione e coscienza di giustizia riporre nella maggiore o minore virtù di quello, così le nazioni giovani, o tralignate se adulte, costumano di fare; né sanno altra cosa ambire che un esercito poderoso, né d’altro curarsi che delle arti di guerra, né in altro modo tutelare le leggi e la libertà che colla violenza e col sangue. L’una cosa l’infanzia degli uomini rivela, l’altra l’infanzia delle nazioni. Ma come quelli l’età e gli ammonimenti correggono, queste le tradizioni correggeranno ed il tempo; benché l’esistenza dei primi sia breve e ci sia dato avvertirlo coll’esperienza, delle altre indefinita, né possiamo dedurlo che dal senno nostro e dalle leggi immutabili dell’universale progresso.

 

 

L’abitudine è una seconda potenza di creazione inerente all’ uomo. Negli animali, e nelle cose che pure la posseggono, è passiva; ma l’uomo solo la subisce e la dirige ad un tempo. Non vi ha natura sì salda che non possa venire da essa piegata; molte ve ne sono che ella abbatte, ricostruisce, trasforma. Onde vien detto che l’abitudine è una seconda natura ; e io penso che in essa sia riposto uno dei mezzi più potenti della perfettibilità umana ; e nella coscienza che abbiamo di lei, e della sua forza, e della facoltà di governarla, la maggiore responsabilità delle nostre opere e dei nostri divisamenti.

 

 

L’egoismo che sembra essere una forza speciale dissolvente, è invece una forza eminentemente socievole e conciliatrice. Tutti gli uomini sono egoisti, e non lo sono mai tanto che in ciò in cui sembrano esserlo di meno, nei loro affetti. Lo stesso amore, che è quella tra le passioni che li avvicina e li accomuna di più, e quella che apparisce più scevra di questo interessamento esclusivo di sé medesimi, non è che un egoismo più esigente e più raffinato. Egli è che le leggi della vita e della società sono costituite saviamente per modo che nessuno può giovare all’ interesse proprio senza giovare a quello degli altri, e quanto è più attivo in ciò per sé stesso, altrettanto lo è per altrui simile a quelle ruote d’un ordigno, ciascuna delle quali non può muoversi per sé sola, ma, una volta mossa, è d’uopo che trascini col suo ingranaggio tutte le altre e ne sia trascinata ad un tempo.

 

L’amore fino alla media età della vita è ascendente, da essa in poi discende. Si abbandona la famiglia nella quale si era nati, e se ne forma e se ne ama una nuova; si amavano i genitori, ora si amano i figli ; si prediligono ai vecchi i fanciulli ; e si cerca fuori della sfera delle nostre prime affezioni un elemento d’amore più vergine e più durevole. E perciò che la vecchiezza si accosta alla gioventù, e questa alla vecchiezza ; e i giovani preferiscono in amore le donne adulte, e gli adulti amano di preferenza le giovani; e tutte queste forze dell’amore si completano a vicenda, dando o ricevendo , secondo che vi è di esuberanza o difetto. Ma ciò che v’ è di crudele in questa legge è quell’abbandono e quell’ apatia a cui la natura ha condannato la vecchiaja. Difficilmente l’amore dei figli perdura fino alla vecchiezza dei genitori, e avviene quasi sempre che questo affievolirsi dell’affetto, o le esigenze d’ interessi materiali, o le cure dì una nuova famiglia li separino in quegli anni sì bisognosi di conforti e di amore. Triste destino di quell’età infelice della vita che l’egoismo crescente dell’epoca mostra di peggiorare ogni giorno, e cui la civiltà (o ciò che noi vogliamo indicare con questa parola) non ha ancora trovato mezzo di rimediare”.

 

Iginio Ugo Tarchetti, che scriveva siffatte cose (in Italia, sia pure del Nord) ancora nell’Ottocento profondo (specie l’ultima considerazione sulla  “vecchiaja”),  possedeva un non comune senso dei “tempi moderni” e della loro presunta “civiltà”.  Un tipo del genere, aveva ragione Lucini, non poteva non “affascinare” tutti, nessuno escluso; e in modo particolare l’autore delle Revolverate, il quale aveva cantato una Nuova ballata in onore delli imbecilli di tutti i paesi, nella quale così verseggiava:

 

“L’imbecilli regnano!”.

 

Per gli amanti del genere, ecco l’incipit di un racconto “fantastico” di Tarchetti, Un osso di morto:

 

“Lascio a chi mi legge l’apprezzamento del fatto inesplicabile che sto per raccontare.Nel 1855, domiciliatomi a Pavia, m’era dato allo studio del disegno in una scuola privata di quella città; e dopo alcuni mesi di soggiorno aveva stretto relazione con certo Federico M. che era professore di patologia e di clinica per l’insegnamento universitario, e che morì di apoplessia fulminante pochi mesi dopo che lo aveva conosciuto. Era uomo amantissimo delle scienze, e della sua in particolare – aveva virtù edoti di mente non comuni– senonché come tutti gli anatomisti ed i clinici in genere, era scettico profondamente e inguaribilmente — lo era per convinzione, né io potei mai indurlo alle mie credenze, per quanto mi vi adoprassi nelle discussioni appassionate e calorose che avevamo ogni giorno a questo riguardo. Nondimeno —  e piacemi rendere questa giustizia alla sua memoria — egli si era mostrato sempre tollerante di quelle convinzioni che non erano le sue; ed io e quanti il conobbero abbiamo serbato la più cara rimembranza di lui. Pochi giorni prima della sua morte egli mi aveva consigliato ad assistere alle sue lezioni di anatomia, adducendo che ne avrei tratte non poche cognizioni giovevoli alla mia arte del disegno: acconsentii benché repugnante; e spinto dalla vanità  di parergli meno pauroso che nol fossi, lo richiesi di alcune ossa umane che egli mi diede e che io collocai sul caminetto della mia stanza. Colla morte di lui io aveva cessato di frequentare il corso anatomico, e più tardi aveva anche desistito dallo studio del disegno.

 

Nondimeno aveva conservato ancora per molti anni quelle ossa, che l’abitudine di vederle me le aveva rese quasi indifferenti, e non sono più di pochi mesi che, colto da subite paure, mi risolsi a seppellirle, non trattenendo presso di me che una semplice rotella di ginocchio. Questo ossicino sferico e liscio che per la sua forma e per la sua piccolezza io aveva destinato, fino dal primo istante che l’ebbi, a compiere l’ufficio d’un premi-carte, come quello che non mi richiamava alcuna idea spaventosa, si trovava già collocato da undicianni sul mio tavolino, allorché ne fui privato nel modo inesplicabile che sto per raccontare”.

 

 

Fonti

 

Iginio Ugo Turchetti, “Pensieri diversi”, in Racconti fantastici, Milano, E. Treves & C. Editori, 1869,  pp. 152-157. Un osso di morto, pp. 103-114.

 

Glauco  Viazzi, “Le inedite ‘Armonie Sinfoniche’ di Gian Piero Lucini”, in Lettere Italiane, 1970, p. 507.

 

Gian Piero Lucini, “Nuova ballata in onore delli imbecilli di tutti i paesi”, in  Revolverate, con una Prefazione Futurista di F. T. Marinetti, Milano, Edizioni di “Poesia”, 1909, p. 119.

 

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