Perché L’Euripo “guarda” Giacomo (da Pistoia) e Guido (Cavalcanti)?

Il presente lavoro (che si può leggere anche su academia.edu) costituisce la parte iniziale di un (molto) più lungo articolo inerente la “Quaestio de Felicitate” di Giacomo da Pistoia (Jacobus de Pistorio), un Magister Artium  della Facoltà delle Arti di Bologna, il quale dedicò la sua operetta nientepopodimeno che al Dominus Guidonis de Cavalcantibus (Guido Cavalcanti), del quale si professava intimo amico.

 

Ille quem respicit Euripus

 

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/ E terra magnum alterius spectare laborem;/ Non, quia verari quemquam est jucunda voluptas,/ Sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

Nei versi di Lucrezio vediamo qualcuno che se ne sta al sicuro, con jucunda voluptas,  sulle rive del mare tempestoso  a rimirare i dannati che lottano tra i flutti, godendo in se stesso dei mali di cui egli è fortunatamente privo. Nel caso in esame c’è invece un physicus, nella fattispecie un medico  (1), un Magister Artium di Bologna,  Iacobus de Pistorio, il quale,  scorgendo ancor di lontano l’Euripo, mare per definizione “ondivago”, non parrebbe lì a godersi lo spettacolo di natura, ma, al contrario, ne è da esso Euripus “riguardato”.  Perché mai L’Euripus, vien da chiedersi, dovrebbe “guardare”,  e si dovrebbe addirittura “prender cura” (respicit) di quel medico bolognese, Magister delle Arti di Bologna, che si trova sulle sue ripe? Cos’ aveva Iacobus de Pistorio da suscitare l’interesse di cotanto mare? Nel chiedercelo, dobbiamo giocoforza rifarci a quella famosa dedica che il Magister Iacobus  aveva premesso alla sua “Quaestio de Felicitate” pel Dominus et amico Guido Cavalcanti.

“Viro bene nato et a natura dilecto et prae aliis amico carissimo Guidoni domini Cavalcantis de Cavalcantibus de Florentia magister Iacobus de Pistorio ille quem respicit Euripus salutem et agere sicut debet”.

Ora, è però necessario provare a sciogliere un nodo  filologico  di forte sapore gordiano: ossia stabilire, con un buon margine di certezza,  “se” è L’Euripo “che guarda” Giacomo, o “se”, per converso, è Giacomo “che guarda” l’Euripo. La cosa non è di poco momento, perché, intorno alla frase fatidica  di Jacobus de Pistorio (Ille quem respicit Euripus) le congetture sono state molte, e, soprattutto,  molto divergenti.

La professoressa Irene Zavattero, nel dare la propria edizione critica della “Quaestio”, rileva che il codice di Cortona dà la lezione Euripus, al nominativo;  al massimo, nell’apparato, scorgiamo la presenza d’una variante, “Eurup.” (2),  che è quella registrata, con un punto interrogativo [Eurup(?)] da Oskar Kristeller nel codice Theol. Quarto 204 di Stoccarda, mentre il Vat.  Lat. 2172 (preferito dallo stesso Kristeller), non riporta la dedica a Cavalcanti (3) .

Nell’introduzione al testo, la Zavattero registra :

“Grazie al codice di Cortona possiamo finalmente completare una parola, di singolare interesse, contenuta nella dedica e rimasta illeggibile nel manoscritto di Stoccarda: Euripus.  La dedica recita: ‘ A Guido Cavalcanti di Firenze, uomo di nobili origini, favorito dalla natura e sopra ad ogni altro amico carissimo, il maestro Giacomo da Pistoia, che è guardato da Euripo, [dedica] e, come si conviene, porge i saluti .. (rr. 1-3)’”  (4).

Nonostante la forma passiva usata dalla Zavattero,  è ovvio che è L’Euripo “che guarda” verso Giacomo da Pistoia.

Spiega ancora la Zavattero:

Euripus fu usato da Aristotele come termine di confronto per la volubilità di una persona quando, nell’EN (IX 6, 1167b5-10), trattando della concordia, sosteneva che ‘le volontà degli uomini dirigenti sono stabili e non rifluiscono continuamente come l’Euripo’. A nostro avviso, è in questo senso che Giacomo usa il termine, in riferimento al proprio carattere, in quanto egli è l’oggetto (quem) dello sguardo o delle ‘attenzioni’ di Euripo e quindi, potremmo dire, della sua instabilità e mutevolezza. Un animo volubile, mutevole come l’Euripo, potrebbe facilmente soggiacere al potere obnubilante e seducente delle passioni ad quas maxime inclinamur trattate nella quaestio” (5).

La spiegazione data dalla Zavattero sembra  fondata. Ogni qualvolta si cita L’Euripo, la mente corre immediatamente a quanto aveva detto Aristotele a proposito dell’incostanza umana:

“Hinc Igitur similitudinem ducit Arist. aliique Græcorum et ex iis Latini auctores, ut  Euripos dicant homines illos qui, in consilio ac proposito inconstantes sunt, et identidem fluctuant, neque quidquam stabile aut permanens habent” [Di qui dunque la similitudine istituita da Aristotele e poi seguita dagli autori greci e latini, secondo la quale sono definiti ‘Euripo’ quegli uomini i quali sono sempre incostanti nei giudizi e nei propositi, e proprio perciò fluttuano, perché nulla di sicuro e stabile v’è nel loro carattere]  (6) . Di qui, dunque, la logica inferenza tirata dalla Zavattero, poiché parrebbe proprio che il sempre fluttuante Euripo sembrasse “guardare” verso Giacomo, vedendo in lui un suo quasi altrettanto “fluttuante” omologo, sempre incerto sul da farsi. L’Euripus, con cui lo stesso Giacomo parrebbe identificarsi  (“in riferimento al proprio carattere”, dice la Zavattero), avrebbe dunque “riguardato” in Jacobus de Pistorio un essere ondivago e fluttuante, simile in tutto a se stesso, “braccio di mare” sempre moventesi tra onda e riflusso.

Andrea A. Robiglio, intervenendo sulla traduzione, sul commento, e sul testo proposto dalla Zavattero,  osserva che se, da un lato, il “discorso […] nella sua genericità, può venire accolto senza problemi, la spiegazione non calza il testo che intende commentare. Lo calzerebbe nel caso in cui la dedica avesse recitato: ‘Ille qui respicit Euripum’. Qui sarebbe stato il filosofo  a ‘prendersi cura’ della mutevolezza dell’amore sensuale: ad affacciarsi cioè sul gorgo delle ‘passioni ad quas maxime inclinatur’ col pericolo, per lui tutt’altro che remoto, di cascarvi dentro. Il testo dice però il contrario, e non vedo come possa mantenersi qualcosa che, tradotto, suonerebbe così: ‘Giacomo da Pistoia, di cui la mutevolezza passionale si prende cura’.  Una tale rappresentazione della ‘incontinentia ut mater’ (che pur avrà, nella storia del pensiero, i suoi fastigi) suonerebbe in netto disaccordo con il discorso svolto da Giacomo nel trattato, quanto con la dottrina dell’Etica di Nicomaco ed, altrettanto, con gli intendimenti dell’amico Guido  (7).

Se però il rilievo di Robiglio resta a livello di mera ipotesi di lavoro, altri studiosi hanno intravisto “concretamente”, in luogo di “ille quem”, un potente competitor: vale a dire un “ille qui”; in forza di ciò, all’ Ille quem [complemento oggetto] sembrerebbe contrapporsi un  “Ille qui” (soggetto) suggestivamente evocato in via ipotetica  da Robiglio, per cui sarebbe Giacomo a “guardare” L’Euripo: la cosa è confermata in via tutt’altro che ipotetica, per quel che mi pare d’intuire, da  Sonia Gentili, la quale annota che

“Kristeller (1956-96), vol. III, p. 536 trascrive ‘Magister Jacobus de Pistorio ille quem respicit Euripus’, ma il ms. riprodotto poche pagine prima in una tavola fuori testo presenta qui […] Nella dedica anteposta alla Quaestio de Felicitate, Giacomo da Pistoia presenta se stesso come colui che respicit Euripus” (8). La nota della Gentili mette quindi letteralmente in crisi sia l’ ille quem di Kristeller  (9), sia la lezione approntata dalla Zavattero. A creare un’ambiguità ancor maggiore intervenne anche  Maristella de Panizza Lorch  nel 1991, la quale raccontava che Kristeller le aveva fatto  notare di aver pubblicato una Quaestio di tal Giacomo da Pistoia.  Maristella de Panizza Lorch  riportò il discusso passo della Quaestio in siffatta maniera:

“ille quem respicit Euripum (sottolineatura mia, dice la studiosa)” (10),  dove L’Euripus, da nominativo, diventa un magnifico accusativo, sul quale torneremo qui di sotto.

La cosa contraddice “anche” quanto aveva visto un altro illustre studioso, Francesco Mazzoni, il quale anch’egli “vide” il codice di Stoccarda già “visto” da Kristeller. La frase del codice di  Stoccarda suona, dice Francesco Mazzoni:

“magister Jacobus ille quem respicit eurup̅̅ ” (con il trattino sopra) (11). Francesco Mazzoni  è stato l’unico ( per quel che mi consta) a mettere il trattino sopra la p̅̅ di Eurup. Il trattino è tuttavia soprasegno di abbreviazione con valore generico, per cui parrebbe piuttosto difficile stabilire se (non essendo stato ancora scoperto il manoscritto di Cortona), dopo, ne possa seguire un  “us” (al nominativo) o un “um” (accusativo). Parrebbe tuttavia altrettanto difficile che si tratti di un Eurupum, all’accusativo, come si legge nella citazione  della Panizza Lorch, in quanto, se così fosse, bisognerebbe presupporre un “ille qui” (come congetturato da Robiglio), che però nella citazione della studiosa non compare, essendo presente la lezione tradizionale “ille quem”,  data da Kristeller, da Mazzoni, e dalla Zavattero.

Riassumendo: a parte l’Euripum della de Panizza Lorch,  la lezione  ille quem è proposta da ben tre editori (e anche dalla de Panizza Lorch); e mentre Andrea Robiglio “suppone” un ipotetico “ille qui”,  la Gentili lo legge nel manoscritto  presentato da Kristeller in copia. Pertanto,  nel caso in esame, vince la “legge della maggioranza” (che stavolta riguarda gli editori, non i testimoni), per cui Eurup̅̅ va letto come “Eurupus” al nominativo, e perciò come  soggetto. Propenderei quindi per la lezione di Kristeller, confermata dalla Zavattero e da F. Mazzoni; e ciò non in forza di un’ulteriore rilettura dei manoscritti originali, ma in base a ragioni di carattere prettamente grammaticale, che comportano  l’integrazione del testo di Jacobus de Pistorio con una punteggiatura più “mirata”, tale cioè, da restituire un senso più compiuto alla frase di Jacobus.

Il non mai abbastanza lodato e dottissimo James Ross (ancora un Giacomo), nella sua Grammar, pubblicata nel 1829 a Filadelfia, e rivolta a quanti si fossero messi a studiare i classici, fece una notazione degna di molta considerazione,  riportando un esempio ad hoc che fa proprio al caso nostro:

“An adjective also may be an antecedent to the relative, as ‘ille [virgola], quem amas, ægrotat’;  ‘he, whom (acc.) you love, is sick’,  but then the substantive ‘homo’,  ‘puer’ etc. is understood”.

Un aggettivo, dice Ross,  può anche trovarsi “prima” del pronome relativo, come nell’esempio di ‘ille [virgola], quem amas aegrotat’;  “Lui (l’uomo), che tu ami è malato’, ma poi il sostantivo homo, puer è sottinteso) ( ).

Nel caso nostro, e sistemando la punteggiatura come suggerito da Ross, otteniamo: “ Ille [homo] (l’uomo)/, che (quem) Euripus (soggetto) respicit/ (guarda), …”.

Insomma, la lezione, se data con una punteggiatura più stringente, è la seguente:

Ille, /quem respicit Euripus/, salutem et agere sicut debet.

Ossia :

“Quell’uomo (Ille [homo]), /che (quem-il quale-accusativo) l’Euripo guarda/, porge i suoi saluti all’esimio Guidonis de Cavalcantibus come si conviene ”. Oggi diremmo: “L’uomo [Jacobus],/ al quale l’Euripo guarda con un certo interesse,/  porge i suoi saluti  all’illustre amico Guido Cavalcanti”.

Note

1)      “Giacomo fu probabilmente un medico-filosofo formatosi presso la Facoltà di Arti e medicina dell’università di Bologna, che nutriva interesse, come altri magistri bolognesi (si pensi ad Angelo d’Arezzo, logico con interessi medici, o a Dino del Garbo, medico con interessi poetici e filosofici), per entrambe le discipline, e la quaestio sembra esserne la dimostazione” (Cfr. Irene Zavattero, “Iacobi de Pistorio Quaestio de Felicitate”, in La ‘Quaestio de Felicitate’ di Giacomo da Pistoia, in La felicità nel Medioevo, Atti del Convegno della Società Italiana per lo studio del pensiero medievale, Milano, 12-13 settembre 1993, a cura di Maria Bettetini e Francesco D. Paparella, Louvain-La-Neuve, 2005,  p. 373).

2)      Ivi, p. 395.

3)      Paul Oskar Kristeller, A Philosophical Treatise from Bologna Dedicated to Guido Cavalcanti …”, in Studies in Renaissance Thought and Letters, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1993, ristampa 2006,  p. 521. Nel Vol. IV, (2006) p. 479, Kristeller scrive: “The text, a Questio de Felicitate by Jacobus de Pistorio, is preserved in Vat. Lat. 2172 and in Stuttgard MS. Theol. Quarto. 204, of which only the latter manuscript has the dedication to Cavalcanti. In the meantime I found a third manuscript, that is older and more accurate than the Stuttgart manuscript (though fragmentary), is of Bolognese origin, and also contains the dedication: ms. Cortona 110”.

4)      Zavattero, p. 374.

5)      Ivi, pp. 374-375.

6)      Josephus  de  Aguirre, De Concordia, Cap. VI, p. 231.

7)      Andrea A. Robiglio “Dante ‘bene nato’. Guido Cavalcanti e Margherita Porete in Par. V, 115”, in L’alighieri, 2005, n. 26, p. 48.

8)      Sonia Gentili, L’uomo aristotelico alle origini della letteratura italiana, Carocci, 2005, p. 196 nota 18.

9)      Kristeller, A Philosophical Treatise …, cit., p. 511 e p. 521.

10)    Maristella de Panizza Lorch, “Il suicidio di Aristotele o la demistificazione  umanistica dell’intellettuale”, in Lettere Italiane, luglio-settembre 1991, n. 3, Vol. 43, p 392 nota 1.

11)    Francesco Mazzoni, “Per l’Epistola a Cangrande”, in Studi in onore di Angelo Monteverdi, Modena, Società tipografica editrice modenese, 1959, Vol. II, p. 520.

12)    James Ross, Latin Grammar, Comprising All the Rules and Observations Necessary to an Accurate Knowledge of the Latin Classics, Philadelphia, Thomas Desilver, 1829, p. 100 nota 3.  Rule 6.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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