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Petronio Arbitro tra cene e filologia

aprile 9, 2015

Filologia Latina

Cena di pesce

La plurisecolare questione petroniana non ha ancora esaurito il proprio interesse presso gli studiosi e gli estimatori di Petronius Arbiter, e anzi si assiste negli ultimi anni a un crescente numero di contributi interpretativi nuovi rispetto al passato, anche perché, quelli ‘vecchi’ sono stati in gran parte abbandonati per l’oggettiva difficoltà di dire una parola definitiva sull’argomento, che sembra davvero in qualche punto insuperabile.

Per un tema cosi vario e complesso partirei dall’introduzione in latino del Bϋcheler, premessa all’edizione critica del Satyricon da lui curata (1). Naturalmente Bϋcheler ha iniziato dal documento principe che avrebbe poi scatenato la diatriba tra ‘unionisti’ (il Satyricon risale al I secolo d. C.) e ‘separatisti’ (Il Satyricon è del III secolo), ovvero dall’iscrizione accettata da Niebuhr, che in pratica spostava letteralmente il Satyricon dall’età di Nerone al III secolo d. C.

Nella sua magnifica introduzione, Bϋcheler passa in rassegna un po’ tutte le ragioni delle parti avverse, schierandosi però tra quanti credevano fermamente che l’opera petroniana fosse da ascriversi all’età di Nerone. E in effetti, oggi tutta la critica, o quasi, sembrerebbe propendere per questa tesi, anche perché, e inutile ricordarlo, gli argomenti a favore sono davvero formidabili, così come formidabile e stata l’esposizione dell’argomentto da parte di Bϋcheler.

« De aetate Petronii diu multumque erraverunt, hodie nullum posset spero haesitare. Niebuhrio, qui tertio eum saeculo adsignavit, imposuerat titulus sepolcralis… in via Aurelia prope Romam inventus, quem imperante Alexandro Severo, ego potius Tiberio Caesare vel Claudio factum existimo. In illa inscriptione commemorantur M. Antonius Encolpus plebeius Subieci titulum illum plene descriptum correctis erroribus lapicidae:

D.M. Cerelliae Fortunata, coniugi carissimae cum qua vixit ann. XI sine ulla querella. M. Antonius Encolpus fecit sibi et Antonio Ateneo liberto suo karissimo et libertis libertabusque eorum et posteria excepto M. Antonio Athenione, quem veto in eo monimento aditum habere neque iter ambitum introitum illum in eo habere neque sepolturae causa reliquias eius posterumque eius inferri: quod si quis adversus hoc quid fecereit, tunc is qui fecerit poene nomine pontificibus aut antescolaris Virginum … nummum inferre debebit: ideo quia me pos multas inniurias parente sibi amnegaverit.» (2).

Quindi, rifiutando seccamente la proposta di Niebuhr, Bϋcheler continua: «… neque homines, res, mores, studia, cultus denique humanus civilisque qualis describitur, neque genus sermonis arsque metrorum in aliud atque neronianum tempum conveniunt» (3).

Pertanto, secondo Bucheler, un po’ tutto rimanda ai tempi di Nerone: uomini, usi, costumi e lingua.

Queste dunque alcune delle tante e dotte osservazioni di Bϋcheler a favore della tesi unionista.
Il campo avverso, quello dei separatisti, conta studiosi molto autorevoli, e fra i tanti citerei sopra tutti il nome di Marmorale, che alla questione petroniana ha dato contributi di notevole caratura, e sulle cui argomentazioni ci soffermeremo tra breve.

Oggi pero, come si diceva, un po’ tutti gli studiosi sono per la tesi unionista e ‘forse’, osserva in nota G. D’Anna, «…forse si comincia a delineare una certa uniformità di orientamento soltanto per la collocazione dell’autore del Satyricon in età neroniana». In effetti, prima di giungere a quell’ ‘uniformità’ cui accennava D’Anna la strada è stata lunga. Ripercorrendo a ritroso le tracce degli interpreti classici del Satyricon, noteremo che Mommsen lo voleva inserito nell’età di Augusto, mentre Friedlander lo collocava sotto Nerone. Mommsen situava l’azione del Satyricon intorno al 14 d. C., basandosi su alcuni dati interni al romanzo, come quello riferito per esempio al passo in cui Trimalcione afferma di essere arrivato in quella colonia essendo ancora puer capillatus, e quando ancora basilica non erat facta.

Ora, poiché la basilica di Cuma ( città in cui Mommsen ritiene si svolgano i fatti del romanzo) aveva subito gravi danni intorno agli anni che corrono tra il 42 e il 26 d. C., ne deduce le date tra l’8 e il 24 d. C. Friedlander pensa invece agli anni che corrono dal 50 al 57 d. C., facendo notare che Trimalcione cita i nomi di Apelle e di Menecrate, personaggi che rimandano a Caligola e a Nerone, cosa notata anche da Bϋchener:

«… Trimalcio cantica fertur lacerasse Menecratis, si his est Menecrates quem citharoedum Nero triumphalium virorum patrimonium aedibus donavit (Svetonius Neronis cap. 30)…» (5).

A conclusione di questa rapida rassegna e a ulteriore supporto della posizione unionista, si osserva un dato sul quale la critica petroniana si è esercitata con acribia, come dimostrano per esempio anche gli studi di Marmorale del lontano ’37. Mi riferisco al cenno di Trimalcione al fatto che, ogni tanto, frequentava la sua casa uno Scauro, il quale addirittura la preferiva alla casa sul mare del padre. Il cenno a Scauro rimanda a una delle famiglie più illustri dell’aristocrazia: in effetti Aulo Umbricio Scauro (padre) aveva una magnifica villa a Pompei, e suo figlio Aulo Umbricio, insieme con il padre, era tra i maggiori produttori di garum della zona. Il riferimento a un non ben determinato Scaurus, è stato interpretato più che altro come una semplice vanteria da parte di Trimalcione, che intendeva cosi gloriarsi di illustri frequentazioni aristocratiche. In realtà potrebbe essere tutt’altro che una vanteria, e gli studiosi di Petronio, dal Friedlander al Marmorale, al Walsh hanno preso in debita considerazione la cosa (6)

Ora, l’unico Scauro che avrebbe potuto frequentare la casa di Trimalcione senza particolari problemi poteva essere appunto Umbricio Scauro, il quale, come si diceva, portava avanti con notevole successo, insieme con il padre Aulo, una fiorente attività commerciale di garum (salsa di pesce) a Pompei. Per di più Umbricio Scauro amava i giochi gladiatori, tanto che furono i gladiatori a erigergli il monumento funebre. Che Scauro potesse avere notevoli interessi personali a Pozzuoli legati alla sua attività di imprenditore del garum, e che quindi vi si recasse in più di un’occasione è non solo possibile, ma del tutto realistico e credibile, perché, secondo studi recenti, Puteoli non solo aveva un fiorente mercato del pesce, ma era proprio vicino al porto di Puteoli che si lavorava il garum; e si e fatto rilevare inoltre che in Spagna un mercante di pesce era chiamato Puteolanus (7).

Se cosi stessero le cose, si avrebbe un’ulteriore conferma che la tanto discussa graeca urbs sarebbe appunto Pozzuoli, dando così ragione al Bϋcheler che riteneva, sulla scorta di vari autori, che si dovesse individuare appunto la graeca urbs in Puteoli (Pozzuoli), e non in Napoli, poiché solo a Pozzuoli vi era comando di polizia: «…Ludovicus Friedlaenderus in praefatione indicis scholarum Regiomontanarum hiemis anni 1860 designari Puteolos conclusit ex vigilibus (p.92, 18) quod genus militiae Neapolis non videretur habuisse…» (8). La tesi e stata accolta, e con le stesse motivazioni, da Santo Mazzarino ( «… Nella graeca urbs della Campania vedrei Pozzuoli: infatti l’espressione (cap.82) ‘commilito ex qua legione est aut cuius centuria’ presuppone regolare stanziamento legionario di polizia, che in questo periodo e tipico a Pozzuoli, non già a Cuma o Napoli…» (9). Con ciò Santo Mazzarino si contrapponeva all’autorevole parere di Mommsen.(10) Si aggiunga, infine, un ulteriore elemento di riflessione che inevitabilmente rimanda all’età neroniana, ossia la passione di Trimalcione per l’astrologia: e si sa che Nerone e in genere tutti gli imperatori della dinastia Giulio-Claudia avessero dato ampia prova di come tenessero in debito conto questa pratica (11).

Tutti i dati menzionati poc’anzi erano ampiamente noti al Marmorale, che per sua stessa ammissione si mostrò in un primo tempo propenso a calare il Satyricon nell’età di Nerone. Poi le cose cambiarono, ed egli divenne un po’ il simbolo di quanti ritenevano la questione petroniana pressoché insolubile. Per il critico, (12) Petronio è resterà per noi ‘un mistero’. «… L’uomo Petronio è per noi un mistero, e tale rimarrà, anche dopo questo nostro studio…», afferma categorico.(13) A Monte di questa convinzione stava la considerazione che, nonostante gli sforzi della critica di individuare personaggi reali, come Umbricius Scaurus, l’«…amico di Trimalcione un personaggio abbastanza noto – osserva Marmorale – (almeno nell’ambiente dei colliberti e degli ospiti del padrone di casa) per essere chiamato Scaurus senz’altra precisazione… » (14); neppure Scaurus può essere identificato con precisione, « …né – sottolinea ancora – allo stato delle cose e possibile qualche identificazione dell’amico di Trimalchione, specialmente per la tendenza che ha Petronio di evitare riferimenti a personaggi storici…» (15). E’ evidente che da simili premesse possono scaturire, secondo Marmorale, solo deduzioni inconsistenti.

Marmorale nega che si possa inoltre realisticamente risalire a « personaggi o vissuti al tempo di Nerone o nei decenni immediatamente precedenti; né è possibile supporre, come certa parte della critica, che sotto la figura Trimalcione (o di Eumolpo ) si nasconda la “burla” di Nerone», perché, argomenta, se cosi fosse stato, la cosa sarebbe stata talmente ‘grossa e ghiotta’, che non sarebbe sfuggita all’ «attenzione di Svetonio, che su altre cose assai più minute non ha taciuto» (16). Ritiene inoltre impossibile « mantenere Petronio nell’epoca di Nerone e di identificarlo col personaggio di cui parla Tacito in Ann. XVI 18-20» (17) Né è d’accordo con Niebuhr di spostare il Satyricon al terzo secolo, poiché l’iscrizione con i nomi di Fortunata ed Encolpio si riferisce ad altri: si tratta, secondo Marmorale, di «somiglianze casuali»: «… I dati storici non corrispondono, è impossibile ammettere che Petronio si sia ispirato a personaggi ricordati in un’epigrafe della meta del III secolo d. C.». Quelle del Niebuhr sono quindi «inaccettabili conclusioni ricavate da somiglianze, certo casuali, fra i personaggi del Satyricon e un’iscrizione del terzo secolo d. C. [che] poneva Petronio sotto Severo Alessandro» (18).

Al contrario, Marmorale sposta la data dell’azione del romanzo verso la fine del II secolo: «… Il Satiricon fu scritto dopo il 180 d. C.» e , ma con formula molto dubitativa, è forse «possibile individuare l’autore del Satyricon in uno dei Petronii vissuti fra la seconda metà del secondo e la prima metà del terzo secolo d. C.» (19).

Pur essendo trascorsi molti anni da quando Marmorale scrisse queste righe, le cose, nella sostanza, e nonostante l’ottimismo espresso da G. D’Anna, non sono mutate di molto. Ancora oggi, in effetti, la questione dell’autore del Satyricon e della datazione è sub iudice, almeno fino a quando si individueranno ulteriori fonti . La critica in questi anni si e appuntata su altri versanti d’indagine, da quelli culturali a quelli, fondamentali, di carattere filologico e testuale, poiché il testo di Petronio ci è stato trasmesso guasto in vari punti, e le cruces non mancano davvero.

Ora, una crux molto interessante del Satyricon [su questa crux cfr. però quanto detto nel saggio “Il ‘dolce miele’ di Petronio Arbitro”, nella sez. Filologia Latina] è quella di 39, 22-23 (Ediz. Bϋcherer): Nam mihi nihil novi potest afferri, sicut ille fericulus…: il resto e congettura. La lezione di H è “fericulusta mel habuit”: il problema è quindi quello di congetturare il senso compiuto dei frammenti di parola che seguono “fericulus”, ovvero “†ta” e  “†mel”, cui segue “praxim”, accettato dalla critica. La frase sarebbe quindi la seguente:

Nam mihi nihil novi potest afferri, sicut ille fericulus…†ta †mel habuit praxim.

Il Maiuri, nella sua edizione della Cena Trimalchionis, (20) ha riportato un po’ tutte le lezioni proposte dai vari studiosi, da quella di M. S. Smith, che rinuncia a qualsiasi congettura, proponendo il testo con le cruces: Fer[i]culus †ta †mel habuit praxim; a C. Pellegrino:†fericulusta mel†, che opta per la medesima soluzione. L’edizione Giardina a altri tenta, osserva Maiuri, le «soluzioni più disparate»: ferculus tamen; Gronovius; ferculus talem; Bϋcheler e Friedlander: ferculus iam: Ernout: fericulus ia‹m se›mel (lezione accettata dallo stesso Maiuri).

Il passo petroniano, come si vede, e stato letteralmente disseminato di cruces e delle più variegate integrazioni congetturali. Sic rebus stantibus, propongo un’ulteriore congettura.
Partendo dal dato, assolutamente ovvio, che ferculus o fericulus è un ‘piatto’, secondo il Diz. Calonghi-Georges (Torino,1964), ‘una portata di cibo’, e sapendo che tutto sommato il miele era cosparso a larghe mani sulle pietanze dei romani, sceglierei una soluzione semplice e intuitivamente immediata, per cui il famoso †ta †mel potrebbe essere risolto in ta mel. La frase petroniana potrebbe quindi leggersi:

Nam mihi novi potest afferri, sicut ille fericulus ta mel habuit praxim.

Ovvero: «Infatti per me non c’è nulla di nuovo sotto il sole, come per esempio quel piatto dà sicura prova di [poter contenere] solo una certa quantità di miele.» E’ come se Trimalcione dicesse:
«Niente di nuovo per me sotto il sole, così come, per esempio, so per certo che quel piatto può contenere tanto miele (magari Attico) [Cena, XXXVIII, 1 s.] quanto ne può sopportare, e non oltre, non di più.»

Una seconda crux davvero interessante e controversa, oggetto anch’essa di svariate congetture, (21) è quella relativa al cap. XXX.1:

Non licebat †  multaciam † considerare…

In effetti la crux presenta difficoltà interpretative notevoli, come del resto dimostrano le numerose congetture proposte. Partendo però dal contesto generale, forse qualche risultato si può ottenere.
Encolpio nel cap. precedente si era soffermato ad osservare una serie di dipinti che vedevano protagonista Trimalcione. Quindi chiede al portiere il significato di quei dipinti, e questi risponde che essi rappresentano nientemeno che l’ Iliade e l’ Odissea. Encolpio è stupefatto e vorrebbe replicare; però si sta avvicinando l’ora di cena (“Nos iam ad triclinium Perveneramus…”) e non ritiene davvero che quello fosse proprio il momento opportuno per mettersi a fare polemiche sterili con il guardiano. Se questo è il senso generale del passo in questione, la lezione originaria potrebbe essere stata la seguente:

 

 

Non licebat [si]multa[s] [nun] (c)  iam considerare. Ovvero:

 

Non licebat simultas nunc iam considerare…

 

Dove “simultas” ha valore di “disaccordo”, “polemica” “discussione”; e il sintagma “nunc iam” o “iam nunc” è ampiamente previsto dall’uso della lingua. In conclusione, Encolpio dice:

« Non ritengo conveniente considerare di entrare in polemica (mostrare il mio disaccordo) (simultas) proprio in questo momento (nunc iam= “ora appunto”), perché fra poco è ora di cena». In poche parole: “Non ho proprio voglia di fare polemiche proprio all’ora di cena”.

Note

1) Petronii Arbitri satirarum reliquiae ex recensione Francisci Buecheleri, Berolini, Apud Weidmannos, MDCCCXLII.

2) Ivi, p.IIII.

3) Ivi, p. V.

4) G. D’Anna, 1986, 98, 61, Cultura e scuola, Problematica petroniana.

5) Petronii Arbitri satirarum reliquiae, cit., p.VIII. Per una visione organica della questione petroniana si rimanda a V. Paladini-E. Castorina 1972, Vol. II, Problemi critici, 292-316, Il Satyricon, in Storia della letteratura latina, Bologna: Patron.

6) «…Petronius has incorporate elsewhere real-life figures, it is possible that this is Umbricius
Scaurus, a sauce manufacturer from Pompei». P.C. Walsh 1999, 182, nota 77. Petronius the Satyricon, Oxford: University Press.

7) Su scauro, F.M. De Robertis 1979, 29 nota 24, Lavoro e lavoratori nel mondo romano, N.Y.: Arno Press.: « Uno Stlatorius e un Popidio come fabbricanti rispettivamente di garum e di mola salsa. Garum è prodotto anche da Umbricio Scauro». Cf. inoltre M.A. Levi 1988, 433 L’Italia nell’evo antico: Piccin :« A. Umbricio Scauro aveva diversi laboratori per la produzione del garum di tipo iberico e altre salse di pesce che venivano vendute a Roma». Cf. anche Rileggere Pompei, a cura Di F. Coarelli e F. Pensando 2005, 221: l’Erma: uno degli angoli della casa «raffigurava un’anforetta di garum…con iscrizioni relative alla produzione di salse di pesce del duumviro Umbricio Scauro e di suo padre». Cf. infine la densa nota bibliografica in Arnold Higginbotham, Piscinae 1997, 249 nota 8, C. Hill and London: The University of Carolina Press. «Considerable epigraphic evidence from Pompei indicates that A. Umbricius Scaurus was active in the fish sauce trade during the first century A.D. … see R. I. Curtis, A. Umbricius Scaurus of Pompei in Studia pompeiana et classica…, New Rochelle, N.Y. 1988, 19-59…: The ethnic Puteolanus was used by Mc Cann, The roman port and fishery of Cosa, Princeton, 1987. To support the contention that garum was produced at or near the port of Puteoli. A recent study of Spanish inscriptions suggest that this ethnic (Puteolanus) refert to a Spanish merchant active in the garum trade; see E.W. Haley, The fish Sauce Trader L. Iunius Puteolanus, ZPE So (1990) pp. 72-78.»

8) Petronii Arbitri satirarum reliquiae, cit., p.VIII.

9) V. Santo Mazzarino 1973, vol. I, 266, L’impero romano, Bari: Laterza.

10) Hermes 1878, XIII, 106-121, che proponeva invece Cuma.

11) Su questo tema, in particolare su Nerone e i suoi rapporti con gli astrologi, cf. Luigi Zusi, Cultura e scuola, 1991, 117, 24-31. L’astrologia in Roma nei primi secoli dell’impero.

12) E. V. Marmorale 1948, La questione petroniana, Bari: Laterza.

13) Ivi, p.137.

14) Ivi,p. 18.

15) Ivi, p. 66 ss.

16) Ivi, p.64.

17) Ivi, p.18.

18) Ivi, p. 106.

19) Ivi, p 24.

20) A. Maiuri 1945, 45 note 431-432. Cena Trimalcionis, Napoli: 1945.

21) Cf. Ediz. Maiuri, p. 14, nota 110: «Anche la prima frase del cap. 30 e riportata unicamente da H; il testo presenta la corruzione multaciam, che gli editori moderni, qualora non accettino proposte di correzione, stampano tra due cruces, a indicare locus nondum sanatus. In realtà le proposte di risanamento congetturale non mancano, ma nessuna sembra pienamente convincente: multa etiam (J. Scheffer, che sospetta la presenza di multaeciam in scriptio continua nell’antigrafo di H; cosi anche E.V. Marmorale, V. Ciaffi e Mariangela Scarsi); per otium multa (N. Heinsius); multa iam (C. Anton, 1781); multa clam (Marbach); tam multa clam (M. C. Diaz y Diaz in apparato; nel testo stampa †multaciam†); multiciam (Orelli Carcopino, “miscuglio di colori); (Ernout, in apparato; nel testo stampa †multaciam†); multa acia (Alessio e Pellegrino: acia considerata forma metaplastica di acies e intesa come “acutezza dello sguardo”); multa alia (proposta di Lars Elfving nel corso del seminario di Stoccolma e accolta nell’ed. di Jan Oberg)».

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