Poeti dell’antica Grecia, con note e chiose di Benedetto Croce

Il grande Benedetto Croce s’ arrabbiò come un ossesso quando  proposi alla sua attenzione  i lirici greci.

 

“E perché mai?”, potrebbe obiettare qualcuno.

 

Ma perché per Benedetto Croce la poesia, quella con la P maiuscola deve essere una sorta di distillato,  di quintessenza del reale: essa non deve  saper né di politica, né di filosofia, né tantomeno frammischiarsi con altro che abbia  il sapore della terra. La poesia deve pertanto  librarsi “oltre” il mondo sublunare, “oltre” tutto,  e tutti.

 

Ciò premesso, Benedetto Croce mai e poi mai avallò la produzione dei lirici greci, almeno quella dell’ età più antica, troppo legata alla terra e ancora ben lungi da voli pindarici. In effetti,  la lirica greca antichissima ha molto del pastorale, nel senso che sembra più  un prodotto caseario  che ispirata nell’alto del Parnaso. Le prove di quanto vado dicendo sono molteplici e inoppugnabili.

 

Vogliamo partire da Esiodo? Come poeta-pastore-produttore di cacio e affini Esiodo va benissimo. Ascoltiamo alcuni versi trascelti dalle  sue Opere e i Giorni:

 

“Non ci si deve vergognare di nessun lavoro;  vergognoso, semmai, è starsene con le mani in tasca dalla mattina alla sera senza far un bel niente di niente. Ben presto gli oziosi t’invidieranno se fai qualcosa, se non altro perché hai guadagnato dei soldi. E, in genere,  i soldi fanno anche il buon nome”.

 

“Pensa con la tua testa,  e farai buoni affari. Se però la testa non ce l’hai,   ascolta almeno chi ne ha, e stattene zitto. Se, dopo aver ascoltato,  non riesci a combinare lo stesso un tubo, vuol dire che non vali proprio una cicca, e che sei un povero fallito”.

 

“Verso i trent’anni,  o giù di lì,  prendi moglie. Il fidanzamento fallo durare almeno sui tre-quattro anni. Almeno quattro. Poi al quinto, sposati. Fa’ in modo che tua moglie s’abitui a una modesta condizione, e  non abbia  troppi grilli per la testa. E stai attento ai vicini, furbo! Tieni la dispensa ben chiusa,  e nascondi la chiave: se quella ci mette piede,  ti sbafa tutto. E ricordati,  furbastro, che fidarsi delle donne è come fidarsi dei ladri!”.

 

Non poesia, mi pare di sentir urlare dal davanzale, da dove Don Benedetto sta tentando di buttarsi per fuggire in strada. Lo blocco appena in tempo, e  “Se questa è non poesia, gli sussurro,  forse gradirà sicuramente molto di più Teognide,  Maestro”:

 

“Ohé Cirno,  cerca di comprare montoni, asini e cavalli di razza! Voglio solo roba fine,  quando li porto alla monta”.

Vedo sbiancare Don Benedetto, ma insisto:

“ Io, mia moglie, la voglio ricca. Anche le ragazze di buona famiglia sposano dei tangheri,  purché siano ricchi sfondati. Le donne vogliono i soldi;  mica stanno lì a guardare se sei nobile. E il soldo che fa da collante: il nobile ti sposa la plebea e la   nobile un contadino arricchito. Le donne, caro mio,  van dietro alla pecunia!”.

Vedo  Don Benedetto e:

“Ma che siamo in Parnaso,  o in un ranch del Texas?  Altro che Parnaso, questa è una presa  per il (…) naso! Basta:  Non poesia, via!”.

“Ma che strano”, pensavo. “Si vede che Don Benedetto non se ne intende proprio di poesia antica”.

 

Note

 

I versi di Esiodo, da me liberamente proposti in prosa moderna, si possono leggere in prosa “aulica”  in Hesiodi Ascraei opera et dies, Firenze, Nella Stamperia Carli & C. in Borgo SS. Apostoli, 1808,  p. 93, 91, 135-137.

 

I versi di Teognide si possono leggere in lingua “purgata” in   Sentenze elegiache di Teognide megarese, tradotte da A. M. Salvini, Venezia, Giuseppe Antonelli Editore, 1840, p. 22.

 

 

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