Crea sito

Il Policy-maker, gli storici, e la crescita “infinita”

febbraio 18, 2017

Società

policy-maker-al-quadrivio

 

Chi è il policy-maker? E’ il “facente politica”. Qualche più fine dicitore potrebbe eccepire trattarsi effettivamente di “responsabile delle politiche”, “vulgiter” connotato dal popolo tutto come  politico.

 

“L’interesse del politico, scriveva Togliatti in una conferenza tenuta a Torino nel 1962, è […]  alquanto diverso da quello dello storico di professione; diverso il suo metodo di accostarsi ai fatti, di valutarne la natura e il senso, e quindi anche di collegarli gli uni con gli altri, secondo una logica che non sia ad essa estranea, ma interiore […] Ma quale è la fonte di questa diversità di posizioni? Credo debba cercarsi […] nel fatto che il politico, per la sua stessa natura, cerca sempre e non può non cercare nella storia del passato la storia, cioè la realtà del presente” (Corsivo mio).

 

In buona sostanza, e fuori di metafora, Togliatti diceva che, per il politico, ciò che è importante è  l’ “hic et nunc”, il qui è ora, senza  “ulteriori” problematiche. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo per il quale sia andato a pescare proprio Palmiro Togliatti, il potente Segretario del PCI in anni ormai lontani. La ragione è semplice: primo perché egli aveva affrontato il problema del rapporto tra storia e politica in modo esplicito; e secondo perché l’attuale orizzonte politico mi sembra velato di sottili nebbie attraverso le quali intravvedo soltanto indistinte figure.

 

I politici, pertanto, secondo Togliatti,  ragionano ed agiscono in modo molto diverso dagli storici. Egli ci spiega le ragioni per cui le cose stanno in siffatta maniera, profondendosi in argomentazioni che, se a qualcuno possono sembrare non condivisibili, hanno tuttavia  il pregio di presentarci un uomo politico italiano che i conti sul rapporto tra storia e politica li sapeva tirare.

 

Veniamo adesso ad un problema che è ad un tempo economico, storico, e politico: il problema della crescita e dello sviluppo. Tutti intuiamo cos’è la crescita, almeno ad un livello epidermico: un qualcosa che ci farà appunto “crescere”, nonché star tutti meglio di quanto stiamo oggi. Questo ce lo dicono i politici; ma gli storici, cosa ne pensano costoro del problema della crescita e dello sviluppo, specialmente quello “senza confini”? Stabilito che lo storico ragiona in modo diverso dal politico, proviamo a vedere cosa ci vengono a raccontare D. H. e D.L. Meadows, che, insieme con J. Randers,  si pongono intanto una montagna d’interrogativi:

 

“In un’epoca come quella presente, caratterizzata da rapida crescita in un pianeta finito, non ha senso parlare di crescita solo approvando o biasimando, senza chiedersi: crescita di che cosa? Per chi? Per quanto tempo? A quale costo? Pagata da chi? Quali sono i bisogni veri, al presente, e qual è la via più efficace e diretta per coloro che hanno la necessità di soddisfarli?” (Corsivi miei).

 

Proseguendo secondo le linee di sviluppo attuali, secondo gli stessi studiosi,  Il collasso del sistema è previsto, sia pure in forme diverse, per il 2030. Ben sapendo  che il politico la pensa in modo diverso dallo storico, i Meadows e Randers, da veri “profeti disarmati” (l’espressione è di Machiavelli, riferita a Savonarola) si sono permessi inoltre d’asserire:

 

“La maggior parte delle persone vede nel predominio della crescita qualcosa da celebrare: ricche o povere, le società umane perseguono una qualche forma di espansione come rimedio per i problemi più gravi e immediati che le affliggono […] L’idea che potrebbero anche esserci limiti a quella crescita risulta, a molti, inconcepibili. I limiti sono politicamente innominabili, ed in termini economici impensabili” (Corsivi miei).

 

Dal canto suo, l’opinione pubblica internazionale, “riposa”, anzi, “ronfa”,  altresì sullo stesso assioma:

 

“La società è portata ad escluderne la possibile esistenza, riponendo una fede profonda nel potere della tecnologia, e nei meccanismi del libero mercato” (Corsivi miei).

 

Pertanto, se il policy-maker non presume neanche lontanamente la presenza di “limiti”, che sono addirittura “innominabili”,  la “società” gli  dà  man forte, presupponendo la presenza della fata turchina (la tecnologia) che, con un colpo di bacchetta magica dissiperà per incanto i tanto aborriti “limiti”.  Però, chissà perché, forse per l’ “incriccarsi” della “bacchetta magica”,  i “limiti” restano lì di fronte a noi, immobili come un macigno. Qualcuno, a questo punto, potrebbe anche chiedersi, pragmaticamente, se fosse mai possibile trovare una sintesi tra i due modi di pensare la crescita e  lo sviluppo. A meno che non ci si accontenti d’una “sentenza”  a suo tempo enunciata da Paul Kennedy:

 

“Solo il tempo saprà dirci quale delle due opinioni sia corretta”.

 

La consolazione è molto magra, nel senso che, a quanto pare,  abbiamo più che altro ancora un  po’ di tempo a disposizione prima del crack.  Più produttiva la posizione di Pietro Barucci, il quale chiedeva all’economia politica di fornire, oltre che analisi e storia, anche soluzioni, se vuol possedere una qualche “utilità”:

 

“Non può essere dimenticato, scriveva Barucci, che il pensiero economico riscopre il senso della sua validità […] (svolgendo) anche un’opera di provocazione interessante nei confronti dell’ economia politica, chiedendo a questa scienza la possibilità che si esprima nelle forme e nei modi in cui, traducendosi in cultura economica, diventa terreno fertile su cui chi sceglie ha possibilità di attingere” (Corsivo mio). L’auspicio di Barucci era quindi quello per cui il policy-maker  avesse la possibilità di “attingere” alle soluzioni pratiche che potrebbe offrire l’ economia politica, che è “anche”, se non soprattutto, una scienza fortemente connessa alla storia. E questa mi sembra un buona idea, tutto sommato.

 

Infatti,  più recentemente E.P. Marelli & M. Signorelli hanno sottolineato che, se è pur vero che  lo scopo dell’ economia politica è quello di far vedere come sono andate le cose in passato, essa deve anche “suggerire al policy-maker delle soluzioni ragionevoli e percorribili per migliorare significativamente lo stato del sistema” (Corsivi miei).

 

Di conseguenza, avremmo  un bisogno disperato di eseguire una rapidissima quanto acrobatica “piroetta all’indietro”  rispetto ai concetti espressi da Togliatti. Per farla breve, il policy-maker dovrebbe porsi in sintonia con lo storico, e, in particolare, con lo storico della scienza, il quale, da anni, va tuttavia “clamando nel deserto”, eremita tra eremiti.

 

Yehuda Elkana, storico della scienza, un po’ d’anni or sono, con un’immagine molto fascinosa,  diceva che esistono due modi per approcciarsi alla storia: uno è quello di tipo greco, che è “lo sviluppo dell’inevitabile. Il fato è immutabile e l’uomo può influenzare il quando e il dove del suo destino soltanto nei dettagli”. L’altro è il teatro epico brechtiano che, invece, si situa su una posizione assolutamente opposta rispetto a quello greco, per cui il fatto storico “può accadere in questo modo, ma può accadere anche in un modo completamente diverso”.  Il teatro epico ci aprirebbe quindi la strada per una possibilità meno catastrofica di quella paventata dal teatro greco. Ad un patto però: che ci sia un rapido quanto fulmineo “retromarcia” rispetto a quanto il policy-maker, che, per statuto, lavora sui tempi brevi ( voti, potere, et caetera), sta facendo oggi. “Il mondo, conclude Elkana, è un teatro epico. Il futuro è sempre imprevedibile e ogni evento che è accaduto sarebbe potuto accadere in modo diverso”.

 

William Leiss, storico delle idee,  quasi di rincalzo a Elkana, suggerì l’ipotesi affascinante secondo la quale non ci si deve attestare né sull’assioma del nostro “dominio sulla natura”, né su quello contrario che afferma la necessità di una nostra “sottomissione” alla natura. Oggi la scienza, diceva Leiss,  “ci consente una comprensione del modo in cui avvengono i processi naturali […]  e ci sono troppi rischi nel cercare di manipolare insiemi sempre più grandi di interazioni ecologiche, al fine di ottenere benefici a breve termine” (corsivi miei).

 

La scienza storica, in tutte le sue multiformi epifanie (storia politica, economica, della scienza, orale, delle idee, et caetera), dovrebbe quindi convincere il policy-maker ad interagire con lo storico, “almeno” con lo storico della scienza, se non con lo scienziato tout court, che è pur sempre uno storico, nel senso che il suo lavoro poggia massicciamente su quanto è stato scoperto nel passato. In questo senso, le conclusioni di Leiss  sono estremamente ottimistiche, perché, se si “rinuncia a manipolazioni dell’ambiente su larga scala”,  se “arrivassimo a questa conclusione”,  “se accettassimo questa limitazione”,  e “se dovessimo comportarci così, la nostra amata posizione di specie dominante sulla terra non ne risentirebbe”.

 

Per giungere a siffatti lieti eventi, ci vorrebbe, forse più d’ogni altra spinta,  un’opinione pubblica che anziché accogliere la filosofia dell’ “hic et nunc” del policy-maker,  “premesse” sul policy-maker stesso affinché, anziché un “divorzio” si attuasse, non dico un matrimonio (che forse sarebbe pretendere troppo), ma per lo meno una “pacifica convivenza” tra il politico e lo storico, con probabili risultati di assoluta ed  impareggiabile utilità per tutti. Ergo, la “divisione” tra politica e storia “alla Togliatti” dovrebbe essere superata, una volta per tutte.

 

Si cerca con affanno e un po’ a tentoni una “terza via” percorribile?

 

Questa potrebbe essere quella che cerchiamo, e stavolta non “a lume di naso”, ma “a lume di scienza”. Altrimenti dovremo probabilmente assistere ad una “rappresentazione” del Teatro Greco che, ci scommetto, piacerà a pochi, anche ai più raffinati “followers” del mondo antico e della sua straordinaria cultura.

 

Fonti:

 

La conferenza, tenuta da Togliatti a Torino il 13 aprile del 1962, fu pubblicata su Studi Storici: P. Togliatti, “Le classi popolari nel Risorgimento”, in Studi Storici, 1964, V. Riprendo il passo da una citazione di G. Santomassimo, “Togliatti e la storia d’Italia”, in Studi Storici, luglio-settembre 1985, n. 26, p. 494.

 

D. H. e D.L. Meadows & J. Randers, Oltre I limiti dello sviluppo, Milano, Il Saggiatore, 1993, p. 66, 166, 199.

 

Paul Kennedy, un po’ “alla Pilato”, si lavò mani e piedi circa le possibilità della tecnologia di levarci dal pantano. Ma Kennedy era un politico “classico”. Cfr. Paul Kennedy,  Verso il XXI secolo, Milano, Garzanti, 1993,  pp. 50-51.

 

P. Barucci, “Introduzione” a “Lo sviluppo economico”, in L’Italia negli ultimi trent’anni, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 124. L’intervento di Barucci sulla “collaborazione” tra politica, economisti ed economia politica risulta interessante per i confronti con altri paesi: “Va detto magari che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il dibattito sul rapporto fra la posizione teorica degli economisti e la politica economica realizzata dai vari governi è molto attivo ed ha portato risultati importanti, ma mi sembra che ci si tenda a muovere su linee diverse. In Gran Bretagna il tema centrale è quello del modo con cui i vari governi hanno utilizzato gli economisti a livello accademico come consiglieri e sul modo con cui gli economisti sono stati introdotti nella struttura burocratica ministeriale”. Barucci è comunque scettico su tale “rapporto”, menzionando al proposito un libro di R. Lekachman dal titolo significativo, Gli economisti con le spalle al muro ( Tit. inglese “Economists at Bay”, McGraw Hill Book Company, 1975).

 

E.P. Marelli & M. Signorelli, Politica economica: Le politiche nel nuovo scenario europeo e globale, Torino, Giappichelli, 2015, p. XI.

 

Gli interventi di Elkana e Leiss sono contenuti in un libro interamente dedicato ai rapporti tra scienza, politica e società, con importanti interventi di studiosi, tra i quali, U. Arnaldi, S. Avveduto, Francisco Y. Ayala, E. Bellone, T. Regge, P. Rossi e altri. Per le citazioni nel testo, cfr. Yehuda Elkana, “La ragione astuta”, in La nuova ragione. Scienza e cultura nella società contemporanea, a cura di P. Rossi, Bologna, [Scientia] Il Mulino, 1981, pp. 159-160. Cfr. inoltre,  W. Leiss, “E’ possibile la riconciliazione dell’uomo con la natura?”, in La nuova ragione …, pp. 183-184. Leiss insiste molto sul concetto di “limiti”, sottolineando il fatto che, pur possedendo “la piena consapevolezza di avere effettivamente il potere necessario in questo senso, riconosciamo altresì i limiti della nostra natura umana, e i limiti delle nostre istituzioni sociali” (p. 184)

,